Riforma Gelmini

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Riforma Gelmini

Sin dalla sua nomina (un po' a sorpresa) a ministro dell'Istruzione nell'ultimo governo Berlusconi (5-2008), Mariastella Gelmini ha portato avanti novita' e progetti di riforma, partendo dalla scuola elementare. Dopo le forti proteste sul DL 133 che imponeva forti tagli anche all'Universita', il ministro ha prodotto un disegno di legge specifico per l'Universita', il DL180 che e' divenuto legge a Gennaio 2009. Come discusso nel Primo incontro-dibattito, questo decreto rappresentava fondamentalmente una normativa preliminare tracciante una linea di base che poi sarebbe stata elaborata in riforma complessiva del sistema universitario italiano. Questo progetto di riforma, oramai definita Riforma Gelmini, dovrebbe espletarsi in un disegno di legge specifico, che e' stato annunciato da tempo, anche dal sottosegretario Giuseppe Pizza, e a meta' maggio sembrava imminente. Esistono varie anticipazioni (accennate anche all' incontro ad Amsterdam) riguardo la ristrutturazione della 'governance' delle universita', come pure varie analisi e proposte di cambiamento come quella di Paola Potestio e di Universitas Futura [1]. Anche se non sembrano aver influenzato molto il ministro Gelmini, queste ed altre analisi [2] riflettono la percezione generale di un momento critico per il sistema universitario italiano, in degrado irreversibile.

Nonostante l'attesa, si apprese poi che la riforma, pur pronta, sarebbe stata presentata a giugno, dopo le elezioni, come dichiarato dal ministro Gelmini il 23 maggio [3]. «La riforma dell’università è pronta, c’è. Ma la presentiamo dopo il 6 giugno per toglierla dalle dinamiche della campagna elettorale. La riforma dell’università è talmente seria, importante, e strutturale per il Paese che bisogna toglierla dalle dinamiche della competizione politica. Presentarla dopo le elezioni ha aggiunto il ministro – è anche un segno di disponibilità nei confronti delle opposizioni, anche perché al suo interno recepisce alcune proposte che sono state avanzate proprio dalle opposizioni. Solo presentando la riforma dopo le elezioni si potrà avere un dibattito sereno», ha concluso Gelmini.

Ad elezioni ben passate, il 24 Giugno ancora nulla - come ben descritto da Francesco Cerisoli, membro della VIA, in questo articolo online [4]. Verso fine giugno altri articoli online hanno ripreso lo stesso tema [5]. Successivamente, il 4 Luglio, si è svolto un acceso dibattito sulla riforma dell'università all' incontro di Londra [6]. Lo stesso giorno, in un articolo del Corriere della sera, il ministro Gelmini annuncia che l'agenzia di valutazione ANVUR verrà presentata al consiglio dei ministri del 17 Luglio prossimo, mentre la presentazione del ddl di riforma slitta ad autunno [7]! Beh, avremmo quindi tempo di elaborare critiche, ed anche nuove idee e proposte per cercare di influenzare i politici sulla riforma dell'università, come ora discusso sul Forum della VIA [8]. Infatti, la Gelmini dichiara nello stesso articolo: 'Intanto già quest' anno ho destinato 8,5 milioni per finanziare sia le chiamate dirette dall' estero, che la nuova legge del gennaio scorso ha reso possibili anche per i ricercatori, sia un programma di contratti «Rita Levi Montalcini» per studiosi italiani o stranieri che vogliono venire a lavorare in Italia.{Francesco Cerisoli ha commentato criticamente la storia di questi contratti di rientro [9]}. Su questi temi sono aperta al contributo di tutti coloro che hanno a cuore la nostra università e specialmente dell' opposizione, con la quale mi auguro che si possa impostare un dialogo sereno e trovare un' intesa su punti qualificanti'. In effetti un primo confronto con l'opposizione ed esponenti dell'università e ricerca si è svolto il 14 luglio [10], dove il ministro Gelmini ha delineato il ddl di riforma [11]. Mentre i partiti di governo sono rimasti soddisfatti della discussione riguardo alla riforma universitaria precedentemente avvenuta a palazzo Grazioli (...) [12], la Gelmini ha dichiarato: “Mi rivolgo al Parlamento e, in particolare, all’opposizione, affinchè si affronti la riforma dell’università con pacatezza e nel rispetto del confronto. Più condivisione si trova, migliore è il servizio che faremo al paese”[13].

Si prospetta un inciucio sulla riforma dell'università? Mah, vedremo... Intanto il mondo accademico italiano è esasperato, come traspare da questi recenti articoli: [14][15][16].


Una versione del testo del disegno di legge quadro preparato dal Ministero (datata 17 maggio) e' stata ottenuta tramite colleghi dell'associazione dei ricercatori precari italiani[17], che definiamo PDL1. Paola Potestio ha già scritto, a nostra insaputa, una analisi dellagliata del progetto di questo ddl PDL1 qui[18]. Alla versione PDL1 e' poi seguita da un'altra versione 'ufficiosa' di ddl, contenente significativi cambiamenti, PDL2, mentre una proposta di riforma alternativa e' stata recentemente elaborata dal PD [19], che aveva gia' presentato il progetto di legge PRIME. Il 2 Luglio, Francesco Cerisoli ci ha presentato una analisi comparata di tutti questi progetti.

L'Universita' italiana fra la padella e la brace.

L'Universita' italiana e' in crisi, da anni: un lungo coma farmacologico che sta lentamente trasformandosi in eutanasia. Per non andare troppo lontani, dall'Anno Zero (1994) della Seconda Repubblica l'eta' media dei prof universitari e' costantemente aumentata, il numero di precari e' drammaticamente esploso, il finanziamento sceso, e delle 80 e oltre universita' italiane si fatica a trovarne una nelle prime 200 del mondo. Ovvio quindi che negli ultimi 15 anni un po' tutti i governi abbiano tentato, per giustificare le onnipresenti promesse elettorali di "sostenere l'innovazione, l'istruzione e la ricerca", di invertire la rotta, con risultati spesso ancora piu' negativi. Ecco quindi la proliferazione di sedi universitarie e di corsi di laurea, la promozione ad oltranza degli interni, il todos caballeros che ha portato ad avere oggi piu' prof ordinari che associati, piu' "gererali" che "colonnelli". Allora, tanto per non sbagliarsi e visto che i tempi son magri e c'e', per dire, da togliere l'ICI sulle ville medicee, una bella sforbiciata ai finanziamenti, cosi' imparano a non essere produttivi. Ecco, la cura Tremonti (meno fondi per tutti) e' di fatto l'unico vero provvedimento attuato di recente. Per il resto la Ministra Gelmini va annunciando da mesi la presentazione di un ddl di riforma, rimandandolo comicamente da un Consiglio dei Ministri a quello della settimana successiva, e finora sono circolate due bozze, in molte parti dissimili, espressione di "correnti" rivali all'interno della maggioranza e degli apparati ministeriali. Il PD da parte sua ha presentato una proposta di ddl che vorrebbe essere alternativa [20]. In tutti e tre i ddl si affronta il tema della gestione delle Universita', che con un termine che fa molto "fashion" si definisce "governance". E qui il confronto e' semplice: per tutti vanno aumentati i poteri del rettore, il consiglio di amministrazione va aperto massicciamente a soggetti esterni agli atenei nominati dal rettore stesso, vanno ridimensionati e ridefiniti i compiti dei Senati Accademici, vanno eliminate alcune "strutture intermedie" (probabilmente le Facolta', i Corsi di Laurea e i loro consigli). Si parla poi abbastanza vagamente di valutazione, sempre che venga prima o poi resa operativa e dotata di reali poteri la relativa agenzia di valutazione (ANVUR), istituita da Mussi e mai realmente avviata. Ma andiamo a confrontare le proposte in merito al tema piu' importante per i giovani precari, la riforma del reclutamento.

Tutti e tre i ddl prevedono che si entri nell'Universita' nel ruolo di ricercatore prendendo prima un'abilitazione nazionale (con una specie di concorso a cadenza annuale/semestrale e commissione nazionale formata da prof ed esperti dei vari settori), poi con l'abilitazione in tasca si vanno a fare i concorsi nelle varie sedi, con modalita' che sono da decidere in autonomia da parte delle sedi stesse. Il ddl PDL2 (nota positiva) prevede espressamente che in tutte le selezioni non si svolgano prove scritte o orali, e si valutino rigidamente solo le pubblicazioni e titoli dei candidati. Il ddl del PD da parte sua introduce il corollario che anche nella selezione di secondo livello, cioe' il concorso locale, si puo' tenere conto di valutazioni terze, tipo referees internazionali. Le vere differenze arrivano quando si deve regolare la progressione in carriera e i rapporti fra ricercatori, prof associati e prof ordinari. Per il ddl PDL1 si progredisce affrontando una nuova abilitazione nazionale per il ruolo di associato e poi per quello di ordinario, e si va a fare il concorso locale. Come per i ricercatori quindi. Gli atenei si impegnano a mantenere un rapporto ricercatori:associati:ordinari di 40:33:27, e questo fotografa quasi fedelmente la situazione italiana attuale che e' una anomalia rispetto ad esempio alla Gran Bretagna dove il rapporto e' 63:25:12, o l'Olanda dove e' 75:12:13,etc... con buona pace del maggiori costi che comporta avere troppi generali rispetto al numero di colonnelli e soldati. Il ddl PDL2 non introduce rapporti rigidi fra le varie fasce, ma prevede che le Universita' non possano "promuovere" i propri strutturati per piu' di un terzo del totale dei posti messi a concorso (in modo da favorire una certa mobilita' fra atenei).

E per il PD? Oltre al concorso in due tappe modello PDL, si prevede anche una modalita' di promozione "interna" all'ateneo, tramite delibera degli organi amministrativi. Questa seconda corsia non puo' essere usata per piu' del doppio di posti assegnati con concorso"doppio" (al quale possono partecipare anche gli esterni all'Ateneo), e, attenzione, si impone che il numero di ordinari non possa superare il numero di associati, e il numero di associati quello di ricercatori, che nella pratica dell'Universita' italiana si traduce in un bellissimo 1:1:1! Considerato che la modalita' "promozione interna" non puo' che riguardare i soli ricercatori che diventano associati e associati che diventano ordinari, e che la modalita' "concorso esterno" deve per forza riguardare i ricercatori (che provengono per forza dall'esterno) ecco che il progetto del PD si traduce in un blocco perpetuo della mobilita' degli studiosi: l'Universita' fa concorsi "aperti agli esterni" per assumere ricercatori (un terzo), e poi promozioni interne da ricercatori a associati e da associati a ordinari (i restanti due terzi). E cosi' dalla culla alla bara, si nasce e si muore nello stesso ateneo. Restano alcune norme per arginare il precariato, che individuano un numero minore di figure "pre-ruolo", e nel progetto del PD si parla espressamente di conversione dei ricercatori in professori di terza fascia. GLi altri aspetti della riforma sono demandati per delega al Governo, nella bozza PDL.

Quindi in Parlamento ci aspetta una bellissimo ballottaggio fra la padella e la brace, se mai la Ministra si decidera' a presentare il suo ddl annunciato per imminente da Gennaio e avra' il buon gusto di non imporre la fiducia. Nessuna riforma coraggiosa, nessuna vera responsabilizzazione di un sistema dove continueranno a essere prese decisioni da commissari/burocrati senza nessun vincolo di responsabilita'. Soprattutto, l'ennesima occasione persa per introdurre in Italia un sistema dell'Universita' e della Ricerca in linea con quello dei migliori paesi europei, dove i Dipartimenti e gli Atenei decidono in autonomia e lo Stato valuta, premia e sanziona. Evidentemente, per gli estensori dei ddl, l'Italia ha ancora tempo per sperimentare una nuova inutile riforma sulla pelle della prossima generazione di precari....


3 Luglio. Seguendo l'analisi di Francesco ho comparato anch'io alcune parti dei due farraginosi ddl e mi sono focalizzato sull'articolo 5 (reclutamento e progressione di carriera dei professori), dove ho trovato una grande differenza fra la versione PDL1 e quella più recente PDL2. La parola chiave chiamata diretta è scomparsa! La chiamata diretta era nominata sia al punto 2) (che si richiamava direttamente all'analoga norma introdotta dalla cosiddetta legge Moratti del 2005) che al punto 3) del comma 1a. Quest'ultimo, richiamando la parte f dello stesso comma, indicava la chiamata diretta di professori abilitati di prima e seconda fascia dello stesso ateneo, e quindi non interessa praticamente a nessuno di noi all'estero. Ma il punto 2 del comma 1a ricalcava il cambiamento già inserito nel DL180 di gennaio del 2009, dove si estendeva la possibilità di chiamata diretta di scienziati o 'scholars' che lavorano all'estero come noi anche al ruolo di ricercatore, ora nominato professore di terza fascia. Fummo coinvolti in un acceso dibattito online proprio su questo argomento lo scorso gennaio, in preparazione al Primo incontro-dibattito, poichè, a seguito anche di un lancio pubblicitario da parte di un deputato del PDL, io avevo erroneamente pensato che il DL180 introduceva il concetto di chiamata diretta. Mentre questo concetto, come mi fu chiarito anche da colleghi italiani che avevano già applicato la norma reclutando (a professore di seconda fascia) scienziati che lavoravano all'estero, in realtà era già stato introdotto dalla legge Moratti del 2005. Il DL180 semplicemente l'aveva esteso anche alla posizione di ricercatore, quella a cui i più giovani sono maggiormente interessati se sono all'estero, anche perchè coinvolge minori manovre accademiche dato che 'costa meno'. Ora nella versione PDL2, il comma 1 dell'articolo 5 è completamente riscritto. La parte 1a ora dice che per procedere alla copertura di posti di tutti i tipi (senza nominare la parola chiamata), le università debbono seguire procedure '...selettive pubbliche cui possono partecipare studiosi in possesso dell'abilitazione...purchè non siamo precedentemente assunti nelle medesime funzioni presso altro ateneo...'. Questa norma (assai sibillina) potrebbe voler dire che le università possono reclutare chiunque (quindi anche 'cervelli' fuggiti al'estero come noi) abbia l'abilitazione specifica ma non ricopra (o abbia ricoperto, per estensione) la stessa posizione in un'altra università ('altro ateneo' - ma non si capisce se sia solo italiano, però). Seguendo questa mia interpretazione (assolutamente tentativa, dato che soffro di immunità fulminante da gergo leguleio), ricercatori che lavorano all'estero potrebbero quindi competere con ricercatori locali per un posto di qualsiasi fascia, secondo modalità selettive e pubbliche che, come dice Francesco, potrebbero anche essere meritocratiche e di possible confronto internazionale, ma sicuramente dipenderanno da fattori locali cha variano da università ad università. Per fare un esempio, io potrei, dopo aver ottenuto l'abilitazione di professore di seconda fascia a livello nazionale (operazione non difficile secondo le norme dei vari ddl), persino concorrere ad un posto aperto di questa fascia nella mia vecchia università di Bologna, dove ricoprii il ruolo di ricercatore (diversa posizione) ma non fui mai promosso a professore associato. Ma se faccio domanda lì creerò un tale problema accademico che, se veramente non mi volessero, troverebbero sicuramente un modo per farmi fuori! Comunque potrei sbagliarmi, e quindi chiedo lumi a chi abbia superiori capacità interpretative di norme sibilline come questa 1a del PDL2. E stiamo parlando solo di poche righe di estesi ddl aventi enorme complessità! Notare che nell'articolo del 4 luglio sul Corriere la Gelmini ritorna sul concetto di chiamata diretta, dichiarando: 'Intanto già quest'anno ho destinato 8,5 milioni per finanziare sia le chiamate dirette dall' estero, che la nuova legge del gennaio scorso ha reso possibili anche per i ricercatori....'. A quale ddl si stia referendo, non è dato saperlo!

Mauro


Francesco Cerisoli mi ha beccato subito. 'Solo una obiezione: ma non c'e' una deroga all'abilitazione nazionale per chi ha esperienza di lungo corso all'estero?'. Non l'avevo notata, ma c'e' una norma nel ddl PDL2 (non molto dissimile ad una analoga nel PDL1) che introduce una deroga per scienziati di lungo corso all'estero come me. L'articolo 4 comma 3 punto l recita infatti: ...a) le apposite modalità per il riconoscimento dell’abilitazione scientifica nazionale a studiosi italiani o stranieri appartenenti a qualificate università o istituti di ricerca esteri e di norme volte a garantire pari opportunità di accesso alle procedure di abilitazione anche a studiosi italiani o stranieri operanti all’estero... E' una delega al governo per stabilire una procedura diversa per concedere l'abilitazione a chi e' all'estero. Ma cio' richiede, come tutte le deroghe, ulteriori provvedimenti governativi che quindi complicheranno la situazione. Bene che vada, l'abilitazione in deroga rientrera', come tempi, nella procedura di abilitazione per tutti gli altri, italiani e non, con minore esperienza all'estero (ma di quanto? non ci sono dettagli quantitativi nello specifico - come al solito!).

Il nodo a livello locale rimane sempre e questi ddl non lo schiodano proprio. Non vedo da nessuna parte la volonta’ di mettere le universita’ in competizione fra loro per i migliori scienziati come all’estero. Invece si concorda nel dare agli scienziati un bel cappello di abilitazione (che sia in norma o in deroga, poco cambia) con cui poi andare in giro a chiedere (elemosinando) un posto dove, e soprattutto a chi credono glielo possono dare. O no? Mauro


Una recente (21 luglio) analisi critica dell'oramai conclamato progetto di riforma del ministro Gelmini[21](probabilmente combaciante col PDL2) e' stata pubblicata sul sito ISSNAF da Paola Potestio [22].


Venerdi' 24 Luglio, finalmente il ministro Gelmini ha presentato il Pacchetto Università al consiglio dei ministri[23], in cui si e' approvato il regolamento dell'agenzia ANVUR e si e' contestualmente provveduto alla ridistribuzione del 7% del FFO agli atenei, sulla base di criteri di merito, come stabilito nel DL180. Questa ridistribuzione di fondi ha seguito una nuova classifica dei vari atenei predisposta dal ministero (prima che l'ANVUR abbia potuto contribuire direttamente alla valutazione). La classifica e' basata su criteri sensati, ma corrisponde poco ad altre classifiche (rankings) che sono state fatte recentemente da agenzie nazionali [24] ed internazionali [25]. Un argomento fondamentale che fara' sicuramente discutere. In effetti dopo meta' settembre si accende un forte dibattito proprio sulla classifica di merito delle universita' [26][27][28] [29] [30] .

A questo proposito Mauro ha presentato alla prima conferenza della VIA una nuova classifica, VIA25 cumulative ranking, con cui la classifica 'ufficiale' della Gelmini mostra minimi livelli di correlazione. L'argomento del ranking delle universita' italiane si e' surriscaldato ad inizio Ottobre 2009 a seguito della pubblicazione del World ranking delle universita' sul Times [31], come riportato sul sito ISSNAF [32] e progressivamente sul Gelminometer. Il 12 ottobre, il contributo di Mauro viene pubblicato insieme alla classifica VIA25 sulla Stampa [33].


9 Settembre (9-9-9). Alla fine della calda estate, le riforme annunciate a Luglio non sembrano proprio decollare, come sintetizzato in questo articolo di Francesco Cerisoli [34]. Una settimana dopo, questo articolo sintetizza la situazione di stallo [35]. Pero' il 22 settembre il presiddente del consiglio stesso, Berlusconi, annuncia l'imminente presentazione della legge di riforma dell'universita' , dichiarando: Introdurremo la meritocrazia nel sistema accademico [36].


23 Ottobre Il DDL della bozza di riforma pe l'università, che sarebbe stato presentato al consiglio dei ministri poi cancellato per motivi metereologico-politici. La bozza di decreto ricalca versioni precedenti ma ingloba anche un nuovo articolo (il 5) che aggiunge molte regolamentazioni di tipo dirigistico al resto del testo.


28 Ottobre Dopo tanti rinvii, il DDL di riforma universitaria del ministro Gelmini e' stato presentato ed approvato dal consiglio dei ministri - assente il presidente Berlusconi [37][38]. Adesso si apre un dibattito sui contenuti e le norme della riforma, che si potra' sviluppare anche sul Gelminometer2! Il decreto legge come ufficialmente presentato al Senato a dicembre 2009 e' ora nominato n. 1905 [39].


1 Novembre - Una riforma 'gattopardo'?

Giornata triste anche per il tipo di notizie, combinate con la completa mancanza di titoli riguardo alla riforma Gelmini su tutti i quotidiani italiani di oggi. Sembra quasi che dopo una serie di articoli di presentazione del DDL e qualche editoriale di accademici piu' o meno famosi (ma sempre assai senior), oramai la riforma Gelmini 'fa notizia' solo per giornali di opposizione (praticamente extra parlamentare) come il Manifesto e siti online, che si schierano in due campi contrapposti, quello dei 'supporters' e quello dei 'killers' del ministro Gelmini. L'analisi che Roberto Degli Esposti ha fatto sulla VIA rimane quindi il documento piu' dettagliato e recente per valutare a freddo il DDL di riforma. Pur essendo molto scientifica, e quindi non di facile digestione, questa analisi suggerisce il concetto che la riforma dell'universita' del DDL Gelmini potrebbe voler cambiare tutto per poi non cambiare nulla. Un concetto gattopardesco che emerge anche dall'articolo del Prof. Ricolfi su La Stampa [40] "...potrebbe anche accadere che tutto venga cambiato perche' tutto resti come prima". Eppure questo di Ricolfi e' fra gli articoli piu' positivi riguardo al DDL di riforma fra quelli raccolti nella rassegna stampa dell'ISSNAF sinora [41]. Per esempio Tito Boeri su La Repubblica [42] considera che i tempi della riforma saranno lunghi con le deleghe al governo che contiene: "Ci vorranno così almeno altri tre anni prima che la riforma trovi completa attuazione". In effetti, questo giudizio sembra assai condiviso, sia nella stampa che nei parlamentari di opposizione, che non hanno ancora delle idee chiare su cosa e come cambiare nel decreto legge per renderlo veramente innovativo ed efficace. Eh si' perche' si fa tanto parlare di 'rivoluzione' e 'fine di un epoca' che la riforma Gelmini produrrebbe, ma in sostanza il DDL non scalfisce il problema centrale del sistema universitario italiano - la mancanza di competizione per i migliori studenti e ricercatori. Bisogna riconoscere che le intenzioni del ministro Gelmini sarebbero di incidere su questo problema, portando avanti l'importanza del merito. Ma all'interno del DDL queste intenzioni si perdono, seppellite da una miriade di norme e codicilli che sembrano riflettere un'ottica dirigistica. E quindi traspare il concetto gattopardesco di cambiare dall'alto anche i piu' minuti aspetti della vita dell'universita' e dei suoi docenti senza dare spiragli di autonomia, soprattutto a livello di gestione delle risorse, materiali ed umane, dei singoli atenei. La liberta' di gestione di queste risorse sarebbe il solo modo di rompere la tradizione provinciale delle universita' italiane e aprire spazi ad una competizione virtuosa, che potrebbe elevare il profilo internazionale di vari atenei. Tuttavia l'autonomia data precedemente alle universita' ha solo peggiorato il loro profilo, data la mancanza di controlli sui risultati delle scelte fatte (in primis, reclutamento e promozione dei docenti) e la sconsiderata divisione delle risorse distribuite dal ministero, tra l'altro sempre decrescenti. Cosicche' al momento le universita' statali italiane pensano solo alla tenaglia delle limitate risorse finanziarie, ulteriormente diminuite dai forti tagli che il ministro Tremonti ha gia' reso operativi. Con questa tenaglia in testa ed un corpo docente sempre piu' vecchio, col 'vivaio' di giovani ricercatori sempre piu' demotivato, per cui l'unica prospettiva per lavorare ad un futuro rimane quella di espatriare, come faranno mai le universita' a progredire e migliorare? La loro priorita' sara' sopravvvivere a questa tenaglia con le norme attuali, che danno piu' autonomia ai singoli atenei e quindi permettono delle scelte che successivamente la legge di riforma Gelmini non lascera', per esempio pre-pensionare il numero massimo di docenti ultrasettantenni (e magari, perche no, anche ultrasessantacinquenni?) e ridurre al minimo spese per il personale e strutture [43]. Quindi, bloccando ulteriormente il ricambio dei ricercatori e docenti che gia' e' stato severamente ridotto negli ultimi anni. In molti atenei non si reclutano nuovi professori da vari anni, con una ricaduta negativa sulla formazione degli attuali e futuri studenti. E quando la riforma arrivera', tutto dipendera' dalle scelte di almeno due ministeri (MIUR ed Economia) e le universita' dovranno lavorare sodo per riorganizzarsi secondo le nuove norme. Quindi avranno un altro periodo di assestamento (un anno?), che molto probabilmente portera' ad ulteriori riduzioni di personale e certamente al blocco di assunzioni - per aspettare le nuove norme concorsuali della legge. Tutto questo senza che ci siano incentivi e risorse per aumentare la quantita' e qualita' della ricerca in Italia!? Uno scenario cosi' triste sarebbe addirittura peggio del concetto gattopardesco. Le cose cambierebbero da sole, verso il peggio, prima di poterle cambiare tutte, per poi lasciare la situazione come prima. Possibili miglioramenti al DDL lungo l'iter parlamentare probabilmente non produrranno quei cambiamenti veramente significativi che sarebbero necessari per migliorare la riforma, data la complessita' dei provvedimenti e la debolezza dell'opposizione (che in effetti dovrebbe organizzarsi in modo efficace, se volesse incidere sulla riforma). Allora, che fare? Una possibile soluzione sarebbe di approvare in tempi molto brevi un provvedimento simile al PRIME o, ancor meglio, l'istituzione di cattedre di ricerca [44][45][46], destinadogli solide risorse (un miliardino di euro, inizialmente dallo scudo fiscale come promesso?) e facendolo partire subito, per offrire possibilita' di lavoro ed avanzamento di ricerca a tutti gli istituti ed atenei lungimiranti, che vogliono veramente migliorare. Cosi' da offrire respiro alle universita' e valide prospettive ai giovani, contemporeanamente richiamando buoni scienziati volonterosi dall'estero, e quindi rinnovare in modo virtuoso il personale docente e di ricerca delle universita' che vogliono veramente competere per essere migliori delle altre. In questo modo, si comincerebbe veramente a risolvere il problema centrale del sistema universitario italiano e dal basso, senza bisogno di tante normative dirigistiche!


2 gennaio 2010 - Ala fine dell'anno scorso il clima di rinnovato dialogo fra le principali parti politiche ha coinvolto pure la riforma Gelmini, ora approdata ufficialmente al Senato. Mentre updates del DDL rimarranno sul Gelminometer2, pare opportuno fare il punto qui della situazione attuale della riforma riprendendo un commento pubblicato sul sito Baraonda [47].

La logica suicida e bipartisan del centrosinistra - di Marco Bascetta

«Credo che la riforma dell'università possa diventare il primo esempio di riforma condivisa con l'opposizione», dichiarava al Corriere della sera qualche giorno fa il ministro dell'istruzione Mariastella Gelmini. Malauguratamente è proprio così e non c'è da stupirsene. Infatti, aggiungendovi un po' di retorica bacchettona e una buona dose di arroganza, il ministro altro non ha fatto che muoversi lungo la rotta tracciata, ormai molti anni orsono, dal centrosinistra, da Zecchino e da quel Luigi Berlinguer del quale oggi riscuote il plauso. Una rotta che, di riforma in riforma, ha condotto l'università italiana all'attuale naufragio. Ma le menti fini del centrosinistra ragionano come quei liberisti argentini che di fronte alla bancarotta del paese ne attribuivano la causa all' insufficiente applicazione di quelle ricette, a loro care, che avevano appunto condotto l'Argentina alla catastrofe.

Dopo decenni di chiacchere sul riavvicinamento tra il sistema della formazione e il mercato del lavoro la disoccupazione intellettuale prospera, per giunta in un clima di drammatico impoverimento culturale; dopo la frenetica moltiplicazione di assurdi insegnamenti e master psichedelici che avrebbero dovuto soddisfare la domanda di «professionalità» della società postmoderna, gli sprechi e la cialtroneria accademica si sono moltiplicati senza freni; dopo ripetuti appelli alle virtù salvifiche del privato non si è vista una lira, né uno stimolo degno di nota, semmai il proliferare di appetiti parassitari e messe in scena pubblicitarie; infine il sistema delle laure brevi, con il suo lessico bancario di debiti e di crediti, si è rivelato, ormai per ammissione di tutti, un fallimento devastante tanto sul piano dell'occupazione quanto su quello della formazione culturale. E, di fronte a tutto questo, l'onorevole Luigi Berlinguer esclama: brava Gelmini, continua su questo sentiero luminoso che con tanta lungimiranza abbiamo tracciato!

Certo ci sono i tagli e il populismo utilitarista del ministro Tremonti che andrebbero arginati. Ma è mai possibile che i tecnocrati e i sopraffini negoziatori del Pd alla Enrico Letta non riescano a capire ciò che è chiaro anche all'ultima matricola e cioè che i «tagli» sono la riforma? Sono cioè un principio di redistribuzione e accentramento del potere destinato a rafforzare il baronato accademico e l'esecutivo ministeriale, nonché un'imprenditoria privata pigra, ignorante e avida di sovvenzioni. Per sottolineare quanto il governo tenga alla ricerca (quella di qualità sia chiaro, non quella che non si capisce dove vada a parare), la Gelmini ricorda le agevolazioni fiscali per 850 milioni previste a favore delle imprese che «studiano novità», meglio se coinvolgendo una università. Non ci vuole troppa fantasia per vedere frotte di conigli saltare dal cappello e legioni di inventori dell'acqua calda con astuto partner accademico raccomandarsi ai custodi ministeriali del merito e batter cassa. Mentre le risorse degli atenei si estinguono e il blocco del turn over e dei contratti di ricerca consolida i privilegi della gerontocrazia universitaria.

Negli ultimi vent'anni, a partire dal movimento della Pantera e fino all'alta marea dell'Onda, solo dalla protesta degli studenti e dei ricercatori precari è venuta una parola di saggezza, un principio di razionalità, un'analisi lucida e precisa dei processi in corso. E solo da lì (e da forze intellettuali autonome dagli schieramenti politici) ci si può attendere un contrasto efficace alla miseria bipartisan che si sta preparando per l'università italiana.


13 gennaio 2010 - Con la ripresa dei lavori parlamentari, diventa fondamentale valutare la relazione del Senatore Valditara, un docente che ha fatto carriera fulminante [48], al DDL. n. 1905 presentato al Senato, originariamente il 9 Dicembre 2009 [49].


23 Gennaio - Primi pareri ufficiali sul DDL di riforma da parte del CUN [50], mentre convergenze sembrano emergere fra maggiornaza e PD nella discussione alla camera, almeno secondo l'ANDU [51]. Intanto al Senato un rappresentante della Confindustria e' stato sentito in audizione, con le sue osservazioni sul ddl [52]. Ma la Confindustria che titolo avrebbe, scusate, nell'influenzare l'universita'? A parte la Bocconi, ovviamente.


26 Febbraio - Mentre alla VII commissione del Senato i lavori preliminari d'esame del ddl n. 1905 sembrano conclusi (e quindi dal mese prossimo iniziano i giochi veri), la CRUI (associazione dei rettori) rilascia il suo parere articolato sul decreto della riforma Gelmini [53]. Notare le grosse differenze, ma anche qualche convergenza con il documento APRI sullo stessso tema [54].


3 Marzo - Il ministro Gelmini interviene in commissione al Senato a conclusione del dibattito preliminare sul ddl. 1905 di riforma [55]. Nel sito dell'associazione ANDU emerge un interessante riassunto delle ultime discussioni riguardo alla riforma Gelmini, cui si contrappongono le proposte corporative dell'ANDU stessa [56].


13 Aprile - Mentre si riaccende la discussione al Senato riguardo agli 828 emendamenti presentati dalle varie forze politiche (vedi Gelminometer2), un'articolo online mette in controluce la filosofia della riforma Gelmini. Secondo il biochimico A. Bellelli [57], "La riforma Gelmini e' in realta' la copertura dei tagli voluti da Tremonti: e' quindi una meritocrazia superpunitiva nella quale le risorse sottratte ai meno bravi sono usate solo in parte per finanziare la ricerca e la didattica dei piu' bravi; in gran parte sono riassorbite dallo stato per coprire il deficit finanziario dovuto all'evasione fiscale." Se cosi' veramente fosse, varie universita' si ritroverebbero in bancarotta in tempi brevi.


27 Aprile - Un buon update di come procede la elaborazione del ddl n. 1905 in commissione Senato e' riportato sul sito del relatore, Sen. Valditara [58]. Un aggiornamento settimanale e' ora disponibile nella pagina della Via-academy dedicata all riforma, dove abbiamo inserito il Decretometro [59].


6 Maggio - Si sta raggiungendo un punto critico nella discussione del ddl 1905 al Senato, propro quando in commissione si e' cominciando ad esaminare il cruciale articolo 8 e poi il 9, quello sul reclutamento [60].


19 Maggio - Si e' praticamente concluso l'esame del ddl. 1905 in commissione al Senato; mancherebbero alcuni dettagli e piccoli emendamenti, e poi dovrebbe andare in aula [61]. Ci hanno messo sei mesi per i lavori in commissione!


6 Luglio - Una lettera di accademici con poche e chiare indicazioni per le riforma Gelmini viene pubblicata su La Repubblica [62]. Fra i firmatari troviamo Paola Potestio.


30 Luglio - Dopo due anni la riforma Gelmini ha avuto ieri la sua prima approvazione al Senato [63]. Per la prima seie di commenti, consultare questa pagina ISSNAF [64].


2 Agosto - Un articolo dettagli tutti i cambiamenti e le varie norme del ddl. di riforma come e' uscito dal Senato, con molti piu' articoli [65].


[30 Settembre] - La discussione presso la commissione cultura della camera si accende in presenza del ministro Gelmini, con le forze di maggioranza che spingono per un processo legislativo rapido e tutti concordano, a parole, sulla necessita' di dare piu' risosrse per sostenere la riforma [66].


12 Ottobre - Settimana cruciale per l'iter legislativo del ddl di riforma, in un ambiente di protesta generale con spunti di creativita' [67].


1 Dicembre 2010 - Ieri il ddl e' stato approvato alla Camera con vari emendamenti, anche originati dall'opposizione [68]. la versione finale del testo del ddl approvato si trova anche qui: [69].


23 Dicembre 2010 - Dopo varie sedute problematiche il ddl di Riforma e' approvato anche dal Senato e quindi diventa legge - dopo un anno dall'inizio del suo iter istituzonale [70]. Si dovrebbe quindi concludere qui questa pagina web. Ma la manteniamo aperta per annotarvi punti interessanti del lungo processo di sviluppo ed applicazione della riforma.


29 Dicembre 2010 - Il ddl della rifroma Gelmini divente ufficialmente legge con la firma del presidente Napolitano [71]. E con tale notizia si chiude questa pagina web.


15 gennaio 2011 - Contrassegnata col numero 240, la legge dir iforma Gelmini viene pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale ed entrera' in vigore il 29 Gennaio [72].


1 Febbraio 2011 - La legge e' entrata in vigore da qualche giorno e Francesco Cerisoli riassume in quest'articolo online cosa cambia per il mondo universitario [73].


28 Giugno 2011 - Dopo sei mesi dall'entrata in vigore, un articolo su Italia Oggi fa il punto della situazione normativa del processo di riforma [74]


7 Luglio - In un intervista sull'universita', il ministro Gelmini ha fatto il punto della situazione normativa del processo di riforma. Ma i tempi per riaprire l'accesso alel posizioni accademiche universitarie, praticametne congelate da anni, non sono ancora ben chiari [75].


9 Agosto - Da fine Luglio il sistema normativo della riforma va in vacanza, con alcuni provvedimenti legislativi rimasti parzialmente inadempiuti [76], e decreti approvati ma non ancora pubblicati, e quindi non noti nei dettagli [77].


16 Novembre 2011 - Con la nomina del nuovo ministro, Francesco Profumo, finisce ufficialmente l'era di Mariastella Gelmini alla guida del MIUR. Auguriamo buon lavoro al nuovo ministro, un esperto del mondo universitario e di quello della ricerca!

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