Gelminometer

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Gelminometer

Questo e' un termine originale coniato da Mauro il 17 luglio 2009, data in cui il ministro Mariastella Gelmini aveva annunciato ci sarebbe stata l'approvazione del regolamento dell'agenzia di valutazione ANVUR da parte del consiglio dei ministri del governo Belusconi [1]. Invece, il consiglio dei ministri si e' poi tenuto il 15 luglio (forse, scaramanticamente, per evitare il venerdi' 17?) e non si e' occupato ne' dell' ANVUR, ne' tantomeno di universita' [2]. In effetti, il governo aveva preso in esame l'ANVUR nel consiglio dei ministri del 3 Luglio, ma solo per rinviarlo - testualmente: 'L’esame dello schema di regolamento concernente la struttura ed il funzionamento dell’agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca- ANVUR- è stato rinviato ad una prossima seduta' [3].

Il Gelminometer raccogliera' e monitorera', dalla data del 4 Luglio al 30 Ottobre 2009, tutte le dichiarazioni e commenti del ministro Gelmini sui temi legati alla universita' e ricerca, in particolar modo sulla Riforma Gelmini, pubblicati su giornali e siti online. Questa risorsa di informazioni viene accumulata progressivamente nella presente pagina della VIAwiki, e verra' poi utilizzata per verificare cosa veramente si e' fatto rispetto a quel che si e' precedentemente detto riguardo al sistema universitario italiano ed alla sua prospettata riforma.

La riforma del ministro Gelmini e' finalmente stata approvata dal consiglio dei ministri del 28 Ottobre 2009. Ora si potranno valutare le norme che contiene, anche alla luce dei vari annunci raccolti qui. Si apre quindi una nuova fase della Riforma Gelmini, in cui le idee e critiche di tutti potranno contribuire ad un dibattito costruttivo. Questo dibattito sara' raccolto sul Gelminometer2 che parte a fine Ottobre.


4 Luglio 2009. Corriere della Sera[4]

IL MINISTRO GELMINI RISPONDE A GIAVAZZI Far crescere la cultura del merito per combattere la fuga dei cervelli Caro Direttore, rispondo volentieri alle sollecitazioni che Francesco Giavazzi mi pone nel suo articolo di ieri. Sono particolarmente sensibile, anche per motivi generazionali, alle difficoltà che giovani studiosi di valore incontrano quando vogliono mettere a disposizione del nostro Paese le loro competenze e le loro energie. Se vogliamo trovare una soluzione a questo problema dobbiamo prima di tutto averne ben chiare le cause, che, come Giavazzi giustamente ricorda, non sono di carattere economico, ma organizzativo e «culturale». In pochi anni il corpo docente è cresciuto del 27% ma gli ordinari sono oggi il 41% in più del 2000: se tanti giovani in gamba sono a spasso o all' estero non dipende dal fatto che sono mancati i soldi, ma dal fatto che le priorità del sistema, lasciato a se stesso, sono evidentemente altre. I nostri docenti vanno in pensione molto più tardi dei loro colleghi stranieri; non ne viene mai valutata la produttività scientifica, se non quando partecipano ai famosi «concorsi». I fondi sono distribuiti a pioggia. Non importa se si assumono studiosi scadenti o geniali. Per questo la decisione più importante che abbiamo preso in questi mesi è stata quella di distribuire 550 milioni del fondo di finanziamento delle università su base meritocratica. È la prima volta che accade. Finalmente le università potranno toccare con mano la differenza tra chi assume studiosi seri e chi preferisce sistemare, per pigrizia mentale o peggio, i soliti noti. L' anno prossimo voglio aumentare la quota premiale, perché è solo rendendo chiara e netta la connessione tra qualità e risorse che si può spingere il sistema universitario sulla strada del merito. Se si crede nella qualità si deve poter contare su un' agenzia di valutazione forte, autorevole e indipendente. Il 17 luglio il Consiglio dei Ministri varerà il nuovo regolamento dell' Anvur, un regolamento innovativo che recepisce soprattutto l' esigenza di rendere l' agenzia più autonoma rispetto a quanto previsto nella precedente legislatura. Non sarà più il ministro a scegliere il presidente e neppure a nominare il comitato di selezione per individuare i membri del consiglio direttivo. Questi ultimi saranno nominati con un decreto del Presidente della Repubblica, non dal governo, proprio per garantire terzietà e indipendenza. Mi attendo dall' Anvur un contributo decisivo per far crescere la cultura del merito, la sola che può spingere a una nuova etica del reclutamento. Il disegno di legge quadro sulla riforma dell' università e della ricerca sarà presentato in autunno quando il calendario parlamentare, oggi fortemente intasato, consentirà una rapida approvazione del testo. La riforma dunque entrerà in vigore per l' anno accademico 2010-2011 così come previsto. Un anno che segnerà una svolta epocale. Le direttrici della riforma sono note: organi di governo degli atenei più snelli e responsabili, forme di reclutamento più vicine alla migliore prassi internazionale. Nelle settimane che ci separano dal varo del ddl vorrei ancora approfondire il dibattito pubblico su alcuni e specifici temi. Oggi, ad esempio, si diventa ricercatori in media a 37 anni, dopo un' estenuante attesa che frustra i talenti migliori proprio in una fase di grande produttività scientifica e opera nei fatti una selezione in base alla ricchezza. Vorrei riuscire ad abbassare drasticamente l' età di ingresso nel sistema, sperimentando forme innovative di reclutamento. Intanto già quest' anno ho destinato 8,5 milioni per finanziare sia le chiamate dirette dall' estero, che la nuova legge del gennaio scorso ha reso possibili anche per i ricercatori, sia un programma di contratti «Rita Levi Montalcini» per studiosi italiani o stranieri che vogliono venire a lavorare in Italia. Su questi temi sono aperta al contributo di tutti coloro che hanno a cuore la nostra università e specialmente dell' opposizione, con la quale mi auguro che si possa impostare un dialogo sereno e trovare un' intesa su punti qualificanti. Quanto poi alle presunte lobby che intendono bloccare la riforma voglio rassicurare il professor Giavazzi: nessuno è in grado di far desistere il ministro e questo governo dalla volontà di riformare profondamente il sistema universitario italiano. *Ministro dell' Istruzione Gelmini Mariastella.


8 Luglio, da vari siti, e.g. [5]

Roma, 8 lug. - (Adnkronos) - Al termine del pranzo delle first ladies in Campidoglio il ministro dell'Istruzione Maria Stella Gelmini si e' intrattenuta a parlare con Michelle Obama in merito al sistema dell'istruzione in America e in Italia, il ministro secondo quanto apprende l'ADNKRONOS da fonti ministeriali, ha informato la moglie del presidente degli Stati Uniti che in novembre sara' in America per un giro nelle universita' statunitensi e per conoscere il ministro dell'Istruzione americano.


9 luglio – sito Universita’.it[6] Anvur, agenzia di valutazione universitaria, sarà presto discussa in Cdm Dare le ‘pagelle’ agli atenei e agli enti di ricerca per favorire l’assegnazione di un numero crescente di risorse pubbliche alle istituzioni virtuose, quelle con i conti in regola e con un’alta qualità nei risultati. È questo lo scopo principale che si prefigge la nuova Agenzia di valutazione del sistema universitario e della ricerca, Anvur, il cui schema di regolamento sarà presto analizzato dal Consiglio dei ministri per l’esame preliminare. L’idea dell’Anvur risale all’ex ministro dell’Università Fabio Mussi che, però, non è riuscito a condurre in porto l’operazione. Mariastella Gelmini ha deciso di proseguire sulla strada di un’agenzia terza e unificata per valutare università ed enti di ricerca, lavorando negli scorsi mesi ad una struttura più “leggera” e meno “burocratica”. L’Agenzia dovrà promuovere, si legge nello schema di regolamento che arriverà a palazzo Chigi, “la cultura della qualità e del merito” tenendo conto anche di esperienze “internazionali”. L’Anvur dovrà ispirarsi a principi di autonomia, imparzialità, professionalità, trasparenza e pubblicità degli atti. Sotto la sua lente d’ingrandimento finiranno i corsi di studio universitari, i dottorati di ricerca, i master universitari e le scuole di specializzazione. In pratica l’agenzia dovrà misurarne efficienza ed efficacia. L’Anvur avrà anche il compito di proporre al ministro i requisiti quantitativi e qualitativi per l’istituzione di nuove università o di sedi distaccate, ma anche di nuovi corsi, compresi dottorati e master.

14 luglio, ASCA http://www.asca.it/news-SCUOLA__GELMINI__ANCHE_PER_MICHELLE_OBAMA_NECESSARIO_PREMIARE_BRAVI-845809-ATT-.html SCUOLA: GELMINI, ANCHE PER MICHELLE OBAMA NECESSARIO PREMIARE BRAVI (ASCA) - Roma. Con Michelle abbiamo parlato di come sia importante organizzare una scuola che premi i piu' bravi e che sia un ascensore sociale. Ci siamo date appuntamento a novembre negli Usa , racconta a Chi, il settimanale diretto da Alfonso Signorini, sul numero in edicola domani, mercoledi' 15 luglio, il ministro dell'Istruzione Mariastella Gemini che, insieme al ministro per le Pari opportunita' Mara Carfagna, ha accolto le first ladies durante i lavori del G8. Con la first lady Usa i nostri ministri hanno parlato a lungo: Soprattutto delle donne e dei loro problemi.


14 luglio 2009 Repubblica — pagina 26 sezione: COMMENTI Io, ministro, dico no ai docenti sottopagati Mariastella Gelmini Ministro dell' Istruzione, dell' Università e della Ricerca CARO Direttore, ringrazio Mario Pirani per la disponibilità e per la concretezza con cui segue le questioni della scuola e dell' università. Soprattutto in questi campi mi sembra indispensabile fare tesoro dell' invito del Presidente Napolitano al dialogo e alla collaborazione. Personalmente auspico che la riforma dell' Università, ora in cantiere, costituisca il primo e più importante banco di prova di una rinnovata volontà comune di collaborazione tra maggioranza e opposizione sui temi centrali per il bene del Paese. I problemi relativi alla docenza affrontati da Mario Pirani nell' articolo di ieri sono molto importanti. Dobbiamo aver chiaro, quando parliamo di reclutamento, che un sistema perfetto non esiste, ma è necessario comunque evitare di ripetere gli errori del passato. Il sistema dell' abilitazione nazionale pone un filtro, mi auguro rigoroso, per l' accesso ai vari ruoli della docenza. La ricercatrice che scrive a Pirani auspica un concorso unico nazionale a numero chiuso. Non dimentichiamo che un sistema analogo era in vigore fino al 1998 e aveva attratto critiche feroci. Questa modalità di reclutamento nega, infatti, la possibilità di valutare gli Atenei per la loro produzione scientifica. Come si possono valutare le Università che non sono libere di scegliere i propri docenti? Una buona legge non può imporre una virtù, ma deve secondo me introdurre correttivie incentivi. Il correttivo dell' abilitazione è indispensabile per evitare che chiunque possa vincere un posto anche senza avere meriti. Sono poi del tutto d' accordo sulla necessità di limitare la proliferazione di forme di docenza sottopagate e senza diritti. Ho preparato una nuova circolare sui corsi di studio che porterà ad una forte limitazione degli insegnamentia contratto e, nella legge quadro, intendo inserire norme incisive per limitare lo sfruttamento dei giovani studiosi.

14 Luglio, blitzquotidiano.it [7] Università/ Il ministro Gelmini presenta la riforma. Meno sprechi, premi al merito e un’Agenzia sulla trasparenza - Eliminare sprechi e corsi di laurea inutili. Revisione del sistema di reclutamento dei professori e un’Agenzia nazionale per valutare la qualità e la trasparenza degli atenei italiani. Questa, in sintesi, la riforma dell’Università che il ministro Maria Stella Gelmini ha illustrato a margine di un incontro organizzato dal Pdl su questo argomento. A discuterne anche i capigruppo del Pdl al Senato, Gaetano Quagliariello e Maurizio Gasparri, e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. «Bisogna avere coraggio di cambiare l’Università- ha detto Gelmini - non difendendo lo status quo ma premiando i giovani meritevoli, i nuovi ricercatori e le Università che puntano sulla qualità eliminando gli sprechi e i corsi inutili». Fra i principali contenuti, in materia di diritto allo studio, vi è la delega al Governo per riformare organicamente la legge 390 del 1991, in accordo con le Regioni, con l’obiettivo dichiarato di «spostare il sostegno direttamente agli studenti per favorire l’accesso agli studi superiori e la mobilità», si legge in una nota del Ministero. Per gli atenei vi sarà la possibilità di fondersi o aggregarsi, il dimezzamento dei settori scientifico-disciplinari, la delega al ministro per riorganizzare i dottorati. Quanto alla governance delle università, la riforma introduce un codice etico, limita a 8 anni il mandato dei rettori, distingue le funzioni fra Senato accademico e cda e ne fissa un limite massimo di componenti, rende a maggioranza esterna i nuclei di valutazione d’ateneo. Sul fronte del reclutamento e dello stato giuridico dei docenti introduce componenti stranieri nelle commissioni di abilitazione nazionali. I professori dovranno svolgere 1.500 ore annue di cui almeno 350 per docenza e servizi agli studenti. Gli scatti di stipendio saranno solo sulla base del merito. «Nei prossimi giorni presenteremo l’Agenzia nazionale della valutazione dell’università e ricerca, che servirà per fare chiarezza e introdurre trasparenza», ha detto il ministro. L’Agenzia avrà lo scopo di evitare «denaro a pioggia per alimentare sedi distaccate inutili, corsi di laurea che producono disoccupati e pochissima attenzione a qualità e merito». Gelmini si augura inoltre che la riforma verrà varata con il sostegno, almeno in parte, dell’opposizione. A questo riguardo il ministro avverte: «Non bisogna accampare il problema delle risorse come ostacolo alla riforma: dobbiamo usare al meglio quanto abbiamo a disposizione. Noi abbiamo cominciato con un 7 per cento di fondo di finanziamento statale che, per la prima volta, non verrà erogato a pioggia ma in base alle logiche della ricerca e della didattica. Occorre coniugare autonomia e responsabilità - ha concluso - e questo si fa introducendo trasparenza e regole chiare nella gestione del denaro pubblico.

Per ascoltare gli interventi al Convegno del 14 luglio cliccare: [8]

14 luglio, Il Velino.it [9] Università, Gelmini sfida: Riforma coraggiosa, non di facciata

Roma - Una riforma che sia “coraggiosa e non di facciata”, capace di penetrare “nei gangli del sistema universitario, premiare i giovani meritevoli, i nuovi ricercatori, eliminando gli sprechi e i corsi inutili”, anche se è normale un certo scetticismo “quando si toccano temi così delicati”. Così il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini vede il riordino della macchina amministrativa degli atenei, previsto nel disegno di legge che porta il suo nome. Una settimana calda per il mondo accademico, visto che il ddl - al centro oggi di una tavola rotonda a Roma coi parlamentari del Pdl e rappresentanti degli studenti e degli organi collegiali dell’università - sarà seguito nei prossimi giorni dalla presentazione in Consiglio dei ministri del regolamento del funzionamento Anvur, l’agenzia di valutazione del sistema universitario e della ricerca. L’Agenzia avrà infatti il compito di introdurre criteri di trasparenza ed evitare la distribuzione a pioggia di denaro pubblico. Un tema cruciale, quello della riforma, non solo per il mondo accademico, ma anche da un punto di vista istituzionale, poiché secondo Gelmini è proprio questo il “terreno migliore per sperimentare il confronto civile e nel merito auspicato dal presidente Giorgio Napolitano. Il dibattito resterà comunque aperto a contributi che maggioranza e opposizione vorranno dare in Parlamento”.

“Metteremo al centro gli studenti - ha assicurato il ministro - non a caso la riforma prevede una delega sul diritto allo studio. Puntiamo comune a una rivisitazione dei meccanismi di spesa per il sistema delle borse e delle residenze, coinvolgendo anche la conferenza Stato-regioni, considerato la competenza degli enti locali su temi simili”. Ma fra le priorità, assicura Gelmini, ci sarà anche il reclutamento, per abbassare l’età di ingresso nel mondo accademico dei ricercatori, aumentare il loro stipendio ma senza derogare a un rigoroso sistema di valutazione. Gradualità nel processo ha auspicato il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. “L’università non deve essere un'azienda - ha detto - le università fanno le università e le aziende fanno le aziende. È possibile introdurre un meccanismo che dia la gratuità del servizio a chi non ha i soldi e faccia pagare qualcosa a chi li ha”. Un sistema, a detta del titolare dell’Economia, che “cambierebbe completamente la struttura di bilancio” degli atenei, introducendo “un meccanismo di responsabilità”. Nel frattempo, occorre un cambiamento, perché “in questi 20-30 anni oggettivamente si sono accumulate strutture che è difficile valutare in termini positivi” e “si sono accumulati i difetti della burocrazia e della demagogia”.

E alle critiche di Francesco Giavazzi, che dalle colonne del giornale di via Solferino “bacchettava” l’esecutivo per la riduzione dei fondi alle università, prima del suo intervento Tremonti ha riservato uno stoccata all’economista: “Scrivere un fondo sul Corriere della Sera è più facile che fare una riforma”. “Il problema dell'università non è solo il finanziamento: solo evitando sprechi e soldi gettati per sostenere un sistema inefficiente è possibile che l'università italiana torni a vivere - ha affermato Gaetano Quagliariello, vicepresidente vicario dei senatori del Pdl e organizzatore della tavola rotonda -. Per questo è bene che nuovi finanziamenti, pur necessari, si accompagnino a una improcrastinabile riforma che ponga il merito, la produttività e l'interesse della nazione e delle future generazioni al centro di una nuova stagione per l'università italiana”. Il capogruppo al Senato del Pdl, Maurizio Gasparri, ha invitato il governo a stanziare “maggiori risorse” per il prossimo anno accademico, perché “non si può pensare che tutti possono pagare le tasse universitarie: è giusto che chi può, paghi di più”.

L’ex ministro delle Telecomunicazione si è comunque detto certo che il ministero dell’Economia destinerà “risorse in più all'università nella finanziaria dell'autunno. Di parere opposto la senatrice Vittoria Franco, componente democrati alla commissione Istruzione: “Non mi pare che Tremonti abbia aperto spiragli sui tagli e noi ci impegneremo su questo e sosterremo il ministro Gelmini se questo sarà il suo impegno”. Critiche che tuttavia non lesinano al ddl Gelmini l’approvazione per “la base di premialità, con l’intenzione di legare il 20 per cento dei fondi a questo aspetto, il diritto allo studio e la mobilità sociale”.


15 luglio – sito Universita’.it [10] Presentata la Riforma dell’Università: il ministro Gelmini spiega i punti principali “Bisogna avere coraggio di cambiare l’Università, non difendendo lo status quo ma premiando i giovani meritevoli, i nuovi ricercatori e le Università che puntano sulla qualità eliminando gli sprechi e i corsi inutili!. Con queste parole ieri il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Mariastella Gelmini, ha illustrato i contenuti della Riforma dell’Università nel corso della tavola rotonda che si è tenuta ieri a Roma tra Governo e Università. La riforma sarà varata attraverso un disegno di legge. Quattro i punti principali del ddl: gestione degli Atenei, Governance, docenti e diritto allo studio. Per il diritto allo studio, vi è la delega al Governo per riformare organicamente la legge 390 del 1991, in accordo con le Regioni, con l’obiettivo di “spostare il sostegno direttamente agli studenti” in modo da “favorire accesso agli studi superiori e mobilità”, spiega in una nota del Ministero. Gli Atenei potranno fondersi o aggregarsi, dimezzare i settori scientifico-disciplinari e ci sarà la delega al ministro per riorganizzare i dottorati. Per quanto riguarda il reclutamento e lo stato giuridico dei docenti la Riforma dell’Università introduce componenti stranieri nelle commissioni di abilitazione nazionali. Queste ultime potranno decidere un “numero aperto”, senza limiti, di abilitazioni e solo gli abilitati potranno essere assunti dalle università. I professori dovranno svolgere 1.500 ore annue di cui almeno 350 per docenza e servizi agli studenti e gli scatti di stipendio saranno solo sulla base del merito. Quanto alla governance delle Università, la Riforma introduce un codice etico, limita a 8 anni il mandato dei rettori, distingue le funzioni fra Senato accademico e Consiglio di Amministrazione e ne fissa un limite massimo di componenti, rende a maggioranza esterna i nuclei di valutazione d’ateneo.

Il ministro Gelmini ha poi rivolto un appello alle due Camere: “Mi rivolgo al Parlamento e, in particolare, all’opposizione, affinchè si affronti la riforma dell’università con pacatezza e nel rispetto del confronto”. La Riforma dell’Università per Gelmini infatti “deve durare più di una legislatura. Più condivisione si trova, migliore è il servizio che faremo al paese”. All’Italia serve “una riforma coraggiosa che è anche la risposta più alta che possiamo dare alla crisi. Il ministero dell’Economia- assicura il ministro- è impegnato nel recupero delle risorse che, però, andranno riposizionate su base meritocratica”. Quanto al reclutamento, “il governo vuole favorire il ringiovanimento del corpo docente, dobbiamo dare uno sbocco ai giovani ricercatori. Occorre da subito studiare un sistema - conclude Gelmini - per agevolare l’accesso dei giovani”.

15 luglio – sito Universita’.it Così cambieranno gli Atenei italiani nella Riforma dell’Università del ministro Gelmini Gli Atenei si potranno fondere per “evitare costi inutili”, sarà introdotta una contabilità economico-patrimoniale uniforme secondo criteri nazionali concordati tra Miur e ministero del Tesoro, saranno ridotti i settori scientifico-disciplinari e il ministero di viale Trastevere si occuperà direttamente di riorganizzare i dottorati di ricerca “al fine di creare un vero sistema di formazione di terzo livello sia per l’accademia che per le imprese”. Sono questi i punti principali della Riforma dell’Università in relazione alla nuova gestione degli atenei presentata ieri dal ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Mariastella Gelmini durante la tavola rotonda tra Governo e Università sul futuro dell’università italiana. “Oggi università vicine non possono unirsi per razionalizzare e contenere i costi - spiega il Miur in una nota - con la Riforma ci sarà invece la possibilità di unire e federare università vicine, anche in relazione a singoli settori di attività, per abbattere i costi e aumentare la qualità”. Per quanto riguarda la contabilità oggi, per il Miur “i bilanci delle università non sono chiari e non calcolano la base di patrimonio degli atenei”, con la Riforma invece “i bilanci dovranno rispondere a criteri di maggiori trasparenza. Debilink titleti e crediti saranno resi più chiari nel bilancio”. Saranno ridotti infine i settori scientifico-disciplinari, dagli attuali 370 a circa la metà (consistenza minima di 50 ordinari per settore). Oggi infatti, per il ministero “ogni professore è rigidamente inserito in settori scientifico disciplinari spesso molto piccoli, anche con solo 2 o 3 docenti, con la Riforma dell’Università invece saranno ridotti per evitare che si formino micro settori, che danneggiano la circolazione delle idee e danno troppo potere a cordate ristrette”.

15 luglio – sito Universita’.it Riforma Università Governance La Governance degli Atenei italiani è uno dei quattro pilastri della Riforma dell’Università pensata dal ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Mariastella Gelmini. Ma in cosa consiste? Ci sarà l’adozione di un codice etico per evitare le “clientele” e l’assunzione di parenti dentro le università, in modo da garantire “la trasparenza nelle assunzioni” ed evitare, spiega la nota del Miur “incompatibilità e conflitti di interessi legati a parentele”. Ogni rettore potrà rimanere in carica al massimo otto anni con effetto retroattivo, disciplinando quindi il numero di mandati di un rettore, prima a discrezione di ogni singola università. Senati accademici (massimo 35 membri) e Consiglio di Amministrazione (massimo 11) avranno funzioni ben distinte: i primi faranno proposte scientifiche, i Cda si occuperanno delle spese di gestione e delle sedi distaccate e avranno il 40% di membri esterni. La norma eliminerà quindi “la confusione e l’ambiguità di competenze tra i due organi che non aiuta l’assunzione della responsabilità nelle scelte”. Il peso degli studenti in questi organi inoltre aumenterà: al posto del direttore amministrativo arriverà il direttore generale che sarà un manager d’ateneo e che “avrà compiti di grande responsabilità e dovrà rispondere delle sue scelte”. I nuclei di valutazione di ateneo, poi, saranno a maggioranza esterna. Facoltà e dipartimenti saranno semplificati, in modo da “evitare sovrapposizioni”. Ci sarà un filtro nazionale: si dovrà prendere una abilitazione rilasciata da una commissione di esperti. Solo chi è abilitato potrà essere assunto. Saranno attratti docenti dall’estero semplificando la burocrazia. Per la prima volta viene stabilito un preciso carico di ore: 1500 per ciascun docente, almeno 350 per la docenza e a servizio degli studenti. I prof saranno valutati: in caso di voti negativi niente scatto stipendiale. Sarà rivisto, infine, il diritto allo studio. Sono questi i punti principali relativi al reclutamento e stato giuridico dei docenti universitari che cambieranno con la Riforma dell’Università, ddl ideato dal ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Mariastella Gelmini e presentato ieri a Roma.

15 luglio – sito Universita’.it Reclutamento docenti su base meritocratica: ecco la Riforma dell’Università per i prof Nelle commissioni di abilitazione nazionale ci saranno membri italiani e, “per la prima volta - spiega il Miur in una nota - anche stranieri”. Oggi infatti gli atenei posso assumere nuovi professori senza un filtro nazionale, ma il ddl Gelmini prevede “una commissione nazionale autorevole, che dovrà abilitare coloro che sono abilitati a partecipare ai concorsi per le varie fasce”. I criteri di valutazione? Le capacità e il curriculum sulla base di parametri predefiniti. Le Università quindi potranno assumere solo coloro che saranno riconosciuti “validi” dalla commissione, con criteri di qualità stabiliti sulla base di pareri dell’Anvur e del Cun (Consiglio Universitario Nazionale). La Riforma dell’Università ha pensato poi a incentivi economici per il trasferimento dei docenti, al fine di rendere concretamente possibile la mobilità dato che questo fenomeno oggi “è spesso reso difficile dai costi che il docente deve sostenere per trasferirsi”. Incentivi poi per i docenti di università straniere che vogliono partecipare alle selezioni per posti in Italia: “Per loro - spiega in una nota il Miur - sono state pensate procedure semplificate”.

15 Luglio, affaritaliani.it [11] Università, ecco la riforma Gelmini

"Bisogna avere coraggio di cambiare l'Università, non difendendo lo status quo ma premiando i giovani meritevoli, i nuovi ricercatori e le Università che puntano sulla qualità eliminando gli sprechi e i corsi inutili". Il ministro Gelmini ha anticipato i contenuti della riforma dell'Univesità. Ecco i contenuti del disegno di legge:

1) Possibilità per gli atenei di fondersi tra loro o aggregarsi su base federativa per evitare duplicazioni e costi inutili. Come è: oggi università vicine non possono unirsi per razionalizzare e contenere i costi; Come sarà: ci sarà la possibilità di unire e federare università vicine, anche in relazione a singoli settori di attività, per abbattere costi e aumentare la qualità.

2) Introduzione della contabilità economico-patrimoniale uniforme secondo criteri nazionali concordati tra MIUR e Tesoro. Come è: i bilanci delle università non sono chiari e non calcolano la base di patrimonio degli atenei; Come sarà: i bilanci dovranno rispondere a criteri di maggiori trasparenza. Debiti e crediti saranno resi più chiari nel bilancio.

3) Riduzione dei settori scientifico-disciplinari, dagli attuali 370 a circa la metà (consistenza minima di 50 ordinari per settore). Come è: ogni professore è oggi rigidamente inserito in settori scientifico disciplinari spesso molto piccoli, anche con solo 2 o 3 docenti; Come sarà: saranno ridotti per evitare che si formino micro settori, che danneggiano la circolazione delle idee e danno troppo potere a cordate ristrette.

4) Delega al ministro per riorganizzare i dottorati di ricerca al fine di creare un vero sistema di formazione di terzo livello sia per l'accademia che per le imprese.

... RECLUTAMENTO E STATO GIURIDICO DEI DOCENTI 1) Commissioni di abilitazione nazionale autorevoli con membri italiani e per la prima volta anche stranieri. Come è: le università posso assumere nuovi professori senza un filtro nazionale; Come sarà: una commissione nazionale autorevole dovrà abilitare coloro che sono abilitati a partecipare ai concorsi per le varie fasce. Saranno valutate le capacità e il curriculum sulla base di parametri predefiniti.

2) Le università potranno assumere solo coloro che saranno riconosciuti validi dalla commissione.

3) Attribuzione dell'abilitazione, a numero aperto sulla base di criteri di qualità stabiliti con DM sulla base di pareri dell'ANVUR e del CUN. Come sarà: la commissione nazionale, composta anche da docenti stranieri, dovrà esprimersi a favore della domanda di abilitazione. Non ci saranno limiti al numero di abilitazioni.

4) Incentivi economici al trasferimento per i docenti al fine di rendere concretamente possibile la mobilità. Oggi la mobilità è spesso resa difficile dai costi che il docente deve sostenere per trasferirsi.

5) Procedure semplificate per i docenti di università straniere che vogliono partecipare alle selezioni per posti in Italia.

6) I professori dovranno svolgere 1500 ore annue di cui almeno 350 per docenza e servizio agli studenti. Come sarà: Viene per la prima volta stabilito un riferimento uniforme per l'impegno dei professori a tempo pieno per il complesso delle attività didattiche, di ricerca e di gestione, fissato in 1500 ore annue di cui almeno 350 destinate ad attività di docenza e servizio per gli studenti.

7) Scatti stipendiali solo ai professori migliori. Come sarà: si rafforzano le misure annunciate nel DM 180 in tema di valutazione biennale dell'attività di ricerca dei docenti. In caso di valutazione negativa si perde lo scatto di stipendio e non si può partecipare come commissari ai concorsi. ...

15 Luglio, il Corriere Pronta la riforma dell' Università I ricercatori? Ai licei chi non vale Mandato massimo di 8 anni per i rettori e scatti solo per i docenti migliori La valutazione L' Agenzia di valutazione dell' attività accademica sarà presentata al prossimo Consiglio dei ministri ed entrerà in funzione tra un anno

ROMA - La riforma dell' università si farà. Il governo intende cambiare il reclutamento, la governance e combattere gli sprechi negli atenei a partire dal 2010. Il ministro Mariastella Gelmini risponde a quanti accusano la maggioranza di essere bloccata su questo fronte illustrando, davanti a rettori ed esponenti del Pdl, i contenuti della proposta che inizierà il suo cammino in autunno. Il testo è piaciuto a Tremonti. I due ministri sono d' accordo anche su un ulteriore provvedimento, non compreso nella proposta, ispirato alla «tenure track», una procedura internazionale secondo la quale un ricercatore al termine del periodo di prova viene confermato solo se in grado di dimostrare la qualità nella propria docenza. In caso contrario utilizza una passerella e va ad insegnare nella scuola o lavora nella pubblica amministrazione. Nella Finanziaria di autunno, secondo il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri, il ministro dell' Economia «potrebbe destinare risorse in più all' università». Si parla di una somma compresa tra i 400 e i 500 milioni di euro. In realtà Tremonti non ha fatto alcun accenno alla quantità di risorse. Ha parlato però di gradualità, riferendosi al processo di riforma. Secondo l' esegesi degli accademici la gradualità riguarderà anche i finanziamenti. Come dire: adeguamento dei fondi e riforme in grado di rendere più efficiente il sistema devono andare di pari passo. Il meccanismo di riforma è avviato. Nei prossimi giorni verrà presentata al Consiglio dei ministri l' Agenzia nazionale della valutazione dell' Università e della Ricerca (Anvur) che dovrebbe cominciare a funzionare tra un anno, un anno e mezzo. L' Agenzia, ha spiegato il ministro, «servirà per introdurre trasparenza: non più denaro a pioggia per alimentare sedi distaccate inutili, corsi di laurea che producono disoccupati, ma attenzione a qualità e merito». Tra le novità previste dal disegno di legge, un filtro nazionale per garantire la qualità dei candidati che dovranno essere reclutati dai singoli atenei, un mandato massimo di otto anni per i rettori, scatti di stipendio solo ai professori migliori, la possibilità per gli atenei di fondersi tra loro per evitare duplicazioni. Ci sarà una distinzione netta di funzioni tra Senato accademico e Cda: il Senato avanzerà proposte di carattere scientifico, ma sarà il Cda ad avere la responsabilità chiara delle spese, delle assunzioni e delle spese di gestione. Sarà ridotto il numero di membri sia del Senato (al massimo 35 contro gli oltre 50 di oggi) sia del Cda (11 invece di 30) «per evitare organi pletorici e poco responsabilizzati». I settori scientifico-disciplinari passeranno dagli attuali 370 a circa la metà (con una consistenza minima di 50 ordinari per settore). La riforma della governance prevede anche l' adozione di un codice etico per evitare incompatibilità e conflitti di interessi legati a parentele. In materia di diritto allo studio, è prevista una delega al governo per riformare organicamente la legge 390 del 1991, in accordo con le Regioni, con l' obiettivo «spostare il sostegno direttamente agli studenti» in modo da «favorire la mobilità». Giulio Benedetti * 1 Le «federazioni» e il taglio ai settori Il disegno di legge prevede la possibilità, per gli atenei, di fondersi tra loro o di «aggregarsi» in federazioni, per evitare duplicati e costi inutili. I settori scientifico-disciplinari, inoltre, passeranno dagli attuali 370 a circa la metà. La contabilità verrà poi uniformata, sulla base di criteri nazionali elaborati da Miur e Tesoro 2 Il codice etico e i mandati "a tempo" La riforma della governance prevede l' introduzione di un codice etico, per garantire trasparenza nelle assunzioni in merito a eventuali incompatibilità e conflitti di interesse (come le parentele). Il mandato dei rettori avrà un limite massimo complessivo di 8 anni: oggi, ogni ateneo decide in autonomia il tetto raggiungibile 3 Gli organi accademici e le funzioni separate Ci sarà una distinzione netta delle funzioni tra il senato e il cda: il primo sarà un organo puramente accademico, che avanzerà proposte di carattere scientifico; il secondo avrà la responsabilità delle spese e delle assunzioni. Ridotto anche il numero di membri in entrambi gli organi, per evitare assemblee troppo pletoriche. Benedetti Giulio


18 Luglio, il giornale.it [12] La Gelmini: "Ora meritocrazia" Via alla rivoluzione negli atenei Mentre nelle aule si tengono gli ultimi esami e il grosso dell’esercito degli studenti ha già raggiunto i lidi estivi, il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini sorprende e presenta la Riforma dell’Università. Punto per punto, la Gelmini ha giocato d’anticipo sbattendo sul tavolo una delle riforme potenzialmente più esplosive degli ultimi decenni, visto l’effetto che l’anno scorso hanno avuto i tagli in finanziaria dei fondi per gli atenei. «Bisogna avere coraggio - ha affermato il ministro - di cambiare l’Università non difendendo lo status quo ma premiando i giovani meritevoli, i nuovi ricercatori e le Università che puntano sulla qualità eliminando gli sprechi e i corsi inutili». Qualità, premio del merito, abbattimento delle rendite di posizione e dei baronati: ma anche un occhio attento all’amministrazione finanziaria, e del resto non potrebbe essere altrimenti visti i tagli operati da Tremonti. E per dare ai rettori la possibilità di sfruttare delle novelle «economia di scala accademiche», la riforma permetterà agli atenei di fondersi tra loro (o aggregarsi su base federativa) al fine di evitare duplicazioni e costi inutili. In parole povere non ci sarà più bisogno di avere tre distinti laboratori linguistici per tre università contigue, ma si potrà decidere di attrezzare al meglio una sola struttura e poi utilizzarla con sistemi di turnazione. L’introduzione di questa misura, anche se diminuirà le spese fisse, non risanerà i bilanci disastrati, visto che per la maggior parte i soldi che Roma gira alle facoltà finiscono quasi tutti negli stipendi di docenti e amministrativi. E qui entra in gioco la riforma dello stato giuridico e del reclutamento dei docenti: viene per la prima volta stabilito un riferimento uniforme per l’impegno dei professori per il complesso delle attività didattiche, di ricerca e di gestione, fissato in 1.500 ore annue di cui almeno 350 destinate a docenza e servizio per gli studenti. Corollario dell’aumentato impegno lavorativo la riforma del sistema retributivo, che vede finalmente lo scardinamento delle rendite di posizione dettate solo dall’anzianità di servizio: gli scatti stipendiali andranno solo ai professori migliori, e si rafforzeranno le misure in tema di valutazione biennale dell’attività di ricerca dei docenti. In caso di valutazione negativa si perderà lo scatto di stipendio e non si potrà partecipare come commissari ai concorsi. Contraltare dell’«attacco» ai baroni quello sferrato ai veri potenti delle università: i magnifici. Se infatti alla base della riforma dell’amministrazione accademica c’è l’adozione di un codice etico generale per evitare incompatibilità e conflitti di interessi legati a parentele, sono comunque i rettori i «bersagli» dei cambiamenti più radicali: per loro sarà previsto un limite di 8 anni per mandato (inclusi quelli già trascorsi prima della riforma). Ci sarà infine una distinzione netta di funzioni tra Senato accademico e Cda: il Senato avanzerà proposte di carattere scientifico, ma sarà il Cda ad avere la responsabilità chiara delle spese, delle assunzioni e delle spese di gestione anche delle sedi distaccate. Sarà ridotto il numero di membri sia del Senato (al massimo 35 contro gli oltre 50 di oggi) sia del Cda (11 invece di 30) «per evitare organi pletorici e poco responsabilizzati». E questi organi di gestione più snelli e più responsabilizzati saranno tenuti a produrre della contabilità economico-patrimoniale uniforme secondo criteri nazionali concordati tra Miur e Tesoro. Oggi come oggi i bilanci delle università non sono chiari e non calcolano la base di patrimonio degli atenei. Dopo la riforma i bilanci dovranno rispondere a criteri di maggiore trasparenza.


18 Luglio, NOITV [13] VIAREGGIO - Durante i lavori della giornata conclusiva, i ministri Maria Stella Gelmini e Giorgia Meloni si sono confrontate con gli studenti sul tema della riforma dell'universita' e sul precariato. Presente anche Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del PDL. Nel suo intervento il ministro alla pubblica istruzione Gelmini ha dichiarato che un tavolo tecnico sta valutando le misure da assumere per dare risposte agli insegnanti precari che rischiano di perdere il posto a partire dal prossimo anno scolastico. Ma ancora non e' stato deciso - ha dichiarato il ministro - se queste misure saranno inserite nel pacchetto anti-crisi.


18 luglio, da La Repubblica, pagina 36, sezione: COMMENTI La riforma Gelmini e la scelta dei docenti

Roberto A. Pantaleoni r.pantaleoni@ise.cnr.it NELLA lettera (del14 luglio) il Ministro dell' Istruzione scrive: «Come si possono valutare le Università che non sono libere di scegliere i propri docenti?» Affermazione condivisibile che mal si concilia però con le voci che il prossimo reclutamento di ricercatori del Consiglio Nazionale delle Ricerche sarà gestito a livello nazionale. Evidentemente gli Istituti Cnr, a differenza delle Università, possono essere valutati anche se non scelgono i propri ricercatori.



19 Luglio, noiseFromAmerika [14] Il recente disegno di legge Gelmini sulla riforma universitaria non va approvato così come è. A causa dell'assenza dei giusti incentivi a generare ricerca che lo caratterizza, tra i suoi costi più evidenti ci sarà quello di avere rinviato a chissà quando un cambiamento dell'Università italiana che è invece potenzialmente raggiungibile. di Gustavo Piga

L’università ormai naviga a vista, destino paradossale per un’istituzione che dovrebbe indicare le rotte del futuro della nostra società, educare i giovani a scoprire nuovi orizzonti, esplorare l’ignoto. Finalmente è comparso il disegno di legge Gelmini. E a sorpresa non è una buona notizia perché, malgrado le buone intenzioni, esso rappresenta l’ennesimo cambiamento solo di facciata dei nostri Atenei. Un disegno che parla di merito ma che finirà per rafforzare lo status quo non meritocratico o, tutt’al più, a non incidere per nulla (risultato forse confortante visti i precedenti disastrosi risultati delle riforme targate centro-sinistra). L’Italia dell’università ha questo che si differenzia ormai da tutti gli altri sistemi del mondo: non riesce a mettere in atto un qualsiasi tipo di meccanismo istituzionale che premi la ricerca di buona qualità. Gli altri Paesi avanzati hanno modi diversi (e di maggiore o minore successo) per assicurare questo risultato. Negli Stati Uniti un sistema decentralizzato basato sulla reputazione e la disponibilità degli studenti a spostarsi verso la qualità ha creato un folto nocciolo duro di università di grande qualità della ricerca che hanno le risorse economiche per competere tra di loro per attirare i migliori talenti e trattenerli se dimostrano la loro effettiva qualità, affiancato da un gruppo di tantissime piccoli college che garantiscono una buona didattica di base, in cui i docenti sono pagati salari più bassi e poco legati alla ricerca ma comunque interessanti. Nell’Europa Continentale, specie in Francia e Germania, da poco i Governi, con un meccanismo totalmente centralizzato, hanno deciso di individuare "centri di eccellenza" verso cui fare affluire un quantitativo assai consistente di risorse con le quali remunerare appunto i talenti. Infine in Gran Bretagna le università vengono valutate a livello decentrato con indicatori obiettivi e sulla base della classifica che da lì emerge ricevono fondi dal Governo. Quest’ultimo sistema in 30 anni ha trasformato l’università britannica in un sistema competitivo che produce ricerca e incoraggia e remunera i talenti ed attrae giovani studenti da tutto il mondo.

Quale meccanismo potremmo importare? Il sistema americano è troppo lontano culturalmente dal nostro. Troppi sarebbero i vincoli politici che andrebbero scardinati per assicurare il successo di un modello che richiede peraltro una uscita di scena del decisore pubblico che pare irrealistica. Il sistema franco-tedesco ci è più vicino culturalmente, applicandosi ad un sistema fondamentalmente pubblico, ma vi immaginate cosa succederebbe se il MIUR allocasse direttamente i fondi ai c.d. "migliori"? A quali pressioni politiche sarebbe esposto il Ministero per soddisfare i potenti e gli interessi localistici piuttosto che il merito? Il sistema inglese, con una valutazione decentralizzata delle competenze di ricerca e i fondi che seguono la qualità, è quello che meglio si presta a generare i giusti incentivi in Italia. In esso le Università sono libere di assumere chi desiderano senza dover fare concorsi ma solo valutazioni interne, sapendo tuttavia che una gran parte di fondi sarà allocata sulla base del merito e dunque avendo tutto l’interesse a selezionare i migliori.

Il disegno di legge Gelmini assomiglia al sistema britannico? Per nulla. Al Titolo II, la riforma prevede sì una maggiore autonomia delle Università nella scelta dei ricercatori e professori, ma solo dopo che questi sono stati selezionati da una commissione a livello nazionale ottenendo una abilitazione. E’ questo un ritorno al passato che ha due difetti. Primo, la singola Università rischia di non potere selezionare colui o colei su cui ritiene valga la pena scommettere quanto a capacità di ricerca solo perché un gruppo di docenti a livello nazionale (che non condividono necessariamente le visioni e le necessità della singola università) ha deciso altrimenti. Secondo, i professori che faranno parte di tali commissioni nazionali saranno selezionati secondo un meccanismo convoluto e che non scoraggia in alcun modo accordi sotto banco tra commissari, accordi non necessariamente volti a premiare il merito. Nulla inoltre garantisce la qualità scientifica della maggioranza dei commissari.

Supponiamo per un attimo che questi difetti non siano rilevanti. Ebbene, anche in questa improbabile evenienza il disegno di legge non porterebbe a miglioramenti. In esso infatti non vi è nessun accenno alla modifica delle carriere salariali nell’università rispetto alle carriere attuali. Un ricercatore giovane e brillante all’inizio della carriera dunque dovrebbe iniziare il suo percorso in Italia sempre con uno stipendio lordo di 22.000 euro lordi, mentre in Gran Bretagna o negli Stati Uniti gli verrebbe offerto il doppio, come minimo. Tale talento avrebbe quindi scarsa convenienza a proporsi ai concorsi previsti dal disegno di legge. I peggiori si candirebbero e continuerebbero a non avere incentivi forti a migliorarsi visto che la loro carriera in gran parte progredirebbe in automatico per anzianità.

Ovviamente garantire stipendi più alti d’ingresso sarebbe anch’essa condizione necessaria ma non sufficiente per ottenere buona ricerca attraendo i giovani e sostenendo i senior più bravi. Chi ci garantirebbe infatti che tali stipendi più alti andrebbero ai migliori e non ai più connessi e più ammanicati? Bisognerebbe ovviamente legare strettamente i fondi alla qualità della ricerca, come si è tranquillamente ed oggettivamente fatto in Gran Bretagna, garantendo che le cifre vadano a chi ha permesso all’università di ricevere una buona valutazione e non ad altri, forse più potenti, all’interno dell’Ateneo. Ma purtroppo il disegno di legge Gelmini non solo non fa così ma, per come è scritto ora, dimostra solo di essere ancorato ad una visione burocratica dell’Università, regolando in maniera certosina – invece dell’output della ricerca – gli input, ovvero gli orari di lavoro.

Un esempio? Così recita il disegno di legge: "il trattamento economico dei professori a tempo pieno…è correlato ad un impegno complessivo per lo svolgimento di attività di ricerca, aggiornamento scientifico, didattica e di eventuali compiti gestionali, quantificato, anche ai fini della rendicontazione dei progetti scientifici nazionali e internazionali, in almeno 1512 ore annue, di cui almeno 350 sono riservate, sulla base di criteri e modalità stabiliti con regolamento di ateneo, a compiti didattici e di servizio per gli studenti in relazione alle esigenze dei corsi di studio di cui all'articolo 3 del decreto ministeriale n. 270 del 2004." 1512 ore. E chi ci garantisce che queste ore siano dedicate a migliorare il benessere del Paese grazie ad una migliore ricerca? Nulla.

In ultimo, il disegno concentra almeno un terzo della sua lunghezza alla modifica della governance universitaria. Articolo dopo articolo nel Titolo I si traccia un quadro che manterrà intatta la struttura di potere attuale degli Atenei, rendendone forse ancora meno trasparenti i meccanismi elettivi (non essendo chiaro chi potrà far parte dei CDA delle Università il rischio è addirittura quello di vedere le Università "ASL-izzate" politicamente). In Gran Bretagna il nuovo meccanismo meritocratico ha creato un mercato competitivo anche per i Rettori, in cui vi è l’ovvio incentivo a selezionare ed assumere come Rettori quelle persone che danno la maggiore garanzia di poter generare fondi per l’Ateneo con la crescita del merito all’interno delle proprie mura.

Caro Ministro, si prenda del tempo, ne va del bene del Paese. Le intenzioni sono buone, ma non bastano. Come fare è ben noto, basta riprodurre quanto di buono è stato fatto altrove.



20 Luglio, Yurait.it [15] Università: la riforma Gelmini tra bluff e restaurazione 20 luglio 2009, scritto da AntonioMa

Sui maggiori quotidiani italiani si legge che la tanto temuta riforma Gelmini (tra l’altro bocciata dall’Economist, noto giornale “comunista” inglese) ha dato luogo ad un minore numero di bocciati in Italia. Cosa è successo? Non è successo proprio nulla: probabilmente i criteri di valutazione dei professori non sono cambiati e si sono adattati ai nuovi criteri dati dal Ministero. Mi spiego, se uno studente era valutato da 6 prima della riforma, dopo la riforma quel 6 è diventato - comprensibilmente - equivalente ad un 7 e non ad un 5 (come probabilmente era nelle mire della Gelmini). Le valutazioni scolastiche, sono dovuti ad un fattore umano, non un fattore “scientifico” o “tecnologico” che può venire imposto dall’alto.

Ma cosa succederà con la riforma Gelmini dell’Università? Vi sono due “modelli” di Università nel mondo: uno è quello anglosassone (USA e Regno Unito) l’altro è il modello tedesco. Negli anni recenti le Università italiane hanno seguito il modello anglosassone: indipendenza delle università sia nella gestione delle risorse finanziarie, sia nelle politiche accademiche che nel reclutamento dei professori. Questo modello che appriva molto promettente e che lasciava trasparire una certa eguaglianza tra Università piccole e grandi (basato sull’idea che le Università avessero prinicpalmente come bacino di utenza il proprio territorio dove queste erano locate), ha portato al dissesto finanziario di moltissime Università. Tale dissesto era anche dovuto al modo di gestire le risorse umane della baronia locale alla quale la baronia - per così dire - più famosa e apprezzata internazionalmente - non si è potuta contrapporre. In altre parole i piccoli baroni locali hanno fatto il bello e il cattivo tempo sia dal punto di vista amministrativo che di proselitisimo, danneggiando così il debole tessuto intellettuale accademico italiano ed incoraggiando la cosiddetta “fuga dei cervelli”.

Questo modello inoltre ha dato il via alle proliferazioni dei corsi di laurea: oggi infatti ci si può laureare in «Scienze del fiore e del verde» a Pavia (che invero ha ottenuto un certo successo), oppure in «Produzioni vegetali: verde ornamentale, ricreativo e protettivo». L’ offerta però non ha avuto il successo sperato. All’ ateneo di Catania ci si può laureare in Gestione dell’ impresa agricola e agroalimentare e valorizzazione dei prodotti mediterranei (più che il titolo di un corso di laurea sembra il titolo di un film di Lina Wertmuller). Negli Stati Uniti e nelle Università di Sua Maestà Britannica è lo stesso: una proliferazione eccessiva dei corsi di laurea, solo che se non hanno un minimo numero di studenti (di solito intorno ai 6 studenti) non vengono portati avanti. Ma quelle università sono molto competitive, hanno un sistema di relutamento studenti di tipo internazionale che gran parte delle Università italiane ancora non hanno. E poi, in america specialmente c’è un sistema di esami suddivisi in minor e in major: ti laurei nelle discipline dove tu ottieni il tuo major (di solito con crediti doppi rispetto al minor) e ti viene riconosciuta una certa esperienza nel gurppo di discipline dove ottiene il tuo minor; si possono avere combinazioni di ogni tipo: laureato in fisica con un minor in scienze occulte; oppure laureato in scienze della comunicazione non verbale con minor in chimica alimentare. Questo perchè in quei paesi si da maggior enfasi al grado successivo - cioè al Master, e al titolo più alto riconosciuto dalle accademie: il Dottorato di Ricerca. Vale la pena qui ricordare come i grandi filosofi del passato che hanno insegnato negli Stati Uniti come Rudolf Carnap (austriaco) e Bertrand Russell (inglese) ritenessero il sistema didattico americano molto carente e peggiore rispetto a quello europeo.

Il trend attuale in quei paesi è che sia per motivi di mercato che per motivi di pigrizia degli studenti, le discipline soft hanno un maggiore appeal rispetto a quelle hard. In altre parole si studiano materie “discorsive” , come il management, che materie “scientifiche”, cioè fatte di calcoli come la matematica o la statistica. Questo trend sta prendendo piede anche in Italia. Questo significa che materie come la letteratura (che ha una sua complessità formale a causa della grammatica) o come la matematica vengono ancora meno studiate e che nel prossimo futuro dovremo prendere studiosi dall’estero per mantenere vive quelle discipline che prima erano il bastione della cultura occidentale.

Il sistema tedesco invece è un sistema old-fashioned molto rigido che non ammette molta flessibilità e neanche molta possibilità per la multidisciplinarità come quello anglo-americano. Ma riesce a dare delle basi maggiormente forti allo studente rispetto a quello anglosassone. Possiamo dire che è molto più “formativo” rispetto a quelo americano. Ma in un mondo in continuo cambiamento, un sistema così rigido può essere ancora utile? La risposta dipende da quanto le problematiche relative all’economia saranno importanti nel prossimo futuro e quanto le persone saranno libere di scegliere cosa studiare seguendo la propria vocazione e non perchè si è figli di farmacisti, piuttosto che di giuristi. In questo modo si vede come il discorso della formazione investe problematiche che vanno al di là della formazione stessa e riguardano piuttosto il problema di come è fatta una società; se vogliamo rinnovare il modo di fare la classe dirigente scegliendo tra i più meritevoli oppure tenere lo status quo e lasciare che logiche familistiche e di cooptazione tengano ancora banco nel reclutamento dell’élite.

A margine di questo discorso c’è anche il problema del reclutamento dei professori universitari: la logica vigente è quella di premiare la stanzialità del ricercatore e la sua fedeltà ad un gruppo facente parte di un gruppo disciplinare, piuttosto che premiare la sua capacità didattica, pubblicistica, e creativa. In un mondo che comuqnue va verso una competizione globale anche tra università questa non è una scelta scaltra. E’ piuttosto la capacità di attirare studenti stranieri (e quindi avere reputazione internazionale e quindi una capacità di avere un maggior portafoglio di possibilità di avere fondi di ricerca) che conta oggi e conta sempre di più. E piuttosto a questo problema - che ha portato alla cosiddetta fuga di cervelli - che il Ministero deve guardare, e non rendere il percorso didattico degli studenti delle scuole più complicato.

Ancora meglio sarebbe adottare - come criterio di finanziamento statale alle Università - quel sistema di ranking delle università usato già in America e in Inghilterra (e che sta per essere usato in Cina) basato sulla qualità della ricerca, intesa come capacità di trovare finanziamenti per la ricerca, qualità delle pubblicazioni basate sull’Impact Factor (un sistema che “misura” tutte le volte che un articolo è stato citato e in quale rivista) e sulla qualità dell’insegnamento del docente. Certamente si aumenterebbe sia la qualità complessiva della accademia italiana (benchè si etichetterebbero queste università come di serie a, b e c). Ma, forse questo molti baroni, soprattutto quelli locali, non lo vogliono neanche sentire da lontano.


21 Luglio, L'occidentale. it [16] Tifone Gelmini. Università libere di reclutare docenti Il ministro dell'Università e della Ricerca, Mariastella Gelmini ha deciso di trasformare l'università perché non siano più "esamifici" ma comunità vive di studio dove studenti, docenti e ricercatori si arricchiscono reciprocamente. Secondo la relazione che ha presentato oggi alla commissione cultura della Camera ha espresso il desiderio di avere in Italia del futuro prossimo università libere di chiamare direttamente i propri docenti, regolate da "procedure snelle, credibili, che assicurino meritocrazia e autonomia dei singoli atenei". La selezione dei docenti dovrà passare "attraverso una verifica nazionale di idoneita' riconosciuta da parte della comunita' scientifica nel suo complesso. All'interno di una lista di idonei, le università sceglieranno autonomamente colui che ritengono lo studioso più capace nella produzione scientifica, più adatto a richiamare finanziamenti dalle imprese e-o iscrizioni da parte degli studenti".


21-23 luglio, Tuttoscuola [17] Gelmini & meritocrazia. Università e ricerca sono il banco di prova

"Ma questo è matto". Lo diceva sottovoce, ma guardandosi a destra e sinistra come per cercare consensi, uno dei numerosi partecipanti al convegno organizzato a Roma lo scorso 14 luglio dal gruppo parlamentare del PDL del Senato, mentre parlava il senatore, e professore universitario, Nicola Rossi, già stretto collaboratore di Massimo D'Alema per la politica economica.

Ma che cosa aveva detto di così sconcertante il senatore-professore del PD, tanto da suscitare la citata reazione dell'ascoltatore (quasi certamente un suo collega universitario)? La tesi di Rossi, esposta sinteticamente (per gli interventi erano previsti 5 minuti) ma con grande lucidità, si può così riassumere: l'università italiana non è costruita per premiare la concorrenza, il merito, la specializzazione. Malgrado l'autonomia, l'offerta formativa delle università è omogenea, uni-forme, ingessata, statica. Ciò accade perché l'autonomia è finta, e non c'è vera assunzione di responsabilità, con i connessi rischi, da parte delle università. Se non si rovescia questa logica, e fino a quando la situazione resterà quella attuale, i soldi per l'università saranno sprecati.

A quel punto si è sentito il commento in sala, accompagnato da un sommesso ma diffuso brusio, che è sembrato più di dissenso che di consenso. L'idea di sottoporre le università e l'attività dei professori, compresi i "baroni", a valutazioni oggettive, di aumentare le responsabilità a tutti i livelli, e di legare il finanziamento delle sedi, e magari anche lo stipendio degli insegnanti, ai risultati dell'attività svolta, incontra resistenze trasversali, a destra e a sinistra: più forti quelle provenienti dall'interno del mondo accademico, meno quelle di altri stakeholders, come le associazioni degli imprenditori.

Nelle sue conclusioni, comunque, il ministro Gelmini si è trovata in sintonia con la tesi di Rossi (in parte cautamente ripresa anche da Enrico Decleva, presidente della CRUI): senza riforme, i soldi sarebbero sprecati. E dunque, avanti con le riforme, a partire dal sistema di valutazione (ANVUR), il cui regolamento dovrebbe essere varato dal Consiglio dei ministri questa settimana.


24 Luglio, La Repubblica Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera all'Agenzia di valutazione La Gelmini ha firmato la ripartizione delle risorse e il taglio dei corsi inutili Atenei, più soldi a quelli virtuosi Promossi 27 e altrettanti bocciati di SALVO INTRAVAIA

Questa mattina, il Consiglio dei ministri ha dato il via libera all'Anvur (l'Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario) che assorbe il Cnvsu (il Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario) e il Civr (il Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca). Agli atenei virtuosi già da quest'anno andrà un finanziamento più consistente, quelli spendaccioni e inefficienti dovranno accontentarsi di meno risorse. Ma non solo. Il ministro dell'Istruzione, università e ricerca, Mariastella Gelmini, ha firmato anche quattro importanti provvedimenti: quello sulla ripartizione del Fondo di funzionamento ordinario e del Fondo premiale, il taglio dei corsi inutili, i criteri di valutazione per concorsi da ricercatore e la direttiva per il varo dei concorsi 2008. Ma il provvedimento più atteso è senz'altro il primo, anche perché il ministero ha stilato una lista degli atenei migliori: promossi Trento e i politecnici di Torino e Milano, bocciati gli atenei di Macerata, Foggia e Palermo. Ma anche università come La Sapienza di Roma, Roma 3 e Parma.

"Per la prima volta in Italia - si legge in una nota - il ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca ha assegnato una parte dei fondi destinati alle università sulla base di nuovi criteri di valutazione della qualità". Il 7% del Fondo di finanziamento ordinario, cioè 525 milioni di euro, è stato infatti distribuito in base alla qualità della ricerca (due terzi del Fondo premiale) e della didattica (un terzo del Fondo) degli atenei. "Prende il via, dunque, con questo provvedimento il nuovo sistema di valutazione delle università italiane, grazie al quale saranno premiati gli atenei più virtuosi sulla base di criteri riconosciuti e valutati positivamente anche dalla Crui", la conferenza dei rettori.

Per comprendere meglio l'entità delle cifre in ballo, "Trento ottiene 6 milioni di euro in più, il politecnico di Milano 8 milioni in più, Bologna 5 e Padova 4. A Foggia invece viene tolto 1 milione di euro e a Macerata meno 1,13 milioni". Ma cosa vuol dire essere virtuosi? "Trento, ad esempio, pur essendo un piccolo ateneo, è riuscito meglio di ogni altro a intercettare, attraverso propri progetti, i finanziamenti europei. I politecnici di Milano e Torino hanno conseguito risultati importanti su didattica, ricerca, capacità di autofinanziarsi, buone valutazioni degli studenti, processi formativi positivi (numero di docenti adeguato in rapporto al numero degli studenti), presenza di molti progetti assegnati dal Programma Nazionale di Ricerca", spiegano dal ministero.

Due agli aspetti sondati per assegnare le risorse: qualità della ricerca e della didattica. Nel primo caso si è tenuto conto delle valutazioni del Civr sulla qualità della ricerca in base a parametri internazionali, del numero dei ricercatori e dei docenti che hanno partecipato a progetti di ricerca italiani valutati positivamente e della capacità delle università di intercettare finanziamenti europei per la ricerca. La qualità della didattica è stata valutata in base "alla percentuale dei laureati che trovano lavoro a tre anni dal conseguimento della laurea, alla capacità degli atenei di limitare il ricorso a contratti e docenti esterni evitando il proliferare di corsi ed insegnamenti non necessari e affidati a personale non di ruolo". E ancora: alla quantità di studenti che si iscrivono al secondo avendo fatto almeno i due terzi degli esami del primo anno e alla possibilità data agli studenti "di valutare attraverso un questionario la qualità della didattica e la soddisfazione per i corsi di laurea frequentati".

Nella nota si sottolinea, con un pizzico di sorpresa, che "sono molte le università del Centro-Sud promosse: Roma "Tor Vergata", l'Università di Chieti e Pescara, l'Università della Calabria, l'Università Politecnica delle Marche, l'Ateneo della Tuscia, il Politecnico di Bari e l'Università del Sannio di Benevento". Tra i provvedimenti varati questa mattina c'è anche quello sul "taglio dei corsi inutili". Il ministro Gelmini ha inviato alle università una nota illustrativa in cui sono contenute una serie di misure per eliminare i corsi di laurea non necessari. Negli ultimi mesi due corsi su dieci sono stati eliminati. E con questo provvedimento sarà possibile ridurre ulteriormente la lista. Riguardo ai concorsi per ricercatore "ogni titolo scientifico dovrà essere valutato separatamente e specificamente, per evitare giudizi sommari e approssimativi. Viene inoltre richiesto, per i settori scientifici, il ricorso a valutazioni di indici oggettivi e a sistemi di valutazione internazionali, come il Peer review: la valutazione anonima di illustri accademici internazionali. "In questo modo, si dovrebbero ridurre i margini di arbitrio delle commissioni".

E vengono anche sbloccati 1.800 concorsi per professore e ricercatore. La direttiva sottoscritta poche ore fa avvia le procedure per la formazione delle commissioni di concorso in base alle nuove regole per il reclutamento dei professori dei ricercatori, dove prevale il sorteggio. I membri delle commissioni verranno sorteggiati da una lista di commissari eletti tra i professori appartenenti al settore disciplinare oggetto del bando. E la valutazione dei candidati avverrà secondo parametri riconosciuti anche in ambito internazionale.


24 Luglio, il Giornale Roma - Più fondi agli atenei di qualità: per la prima volta in italia il metro di misura è la qualità.

Oggi il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, ha infatti firmato un provvedimento che stabilisce che il 7% del Fondo di finanziamento ordinario, pari a 525 milioni di euro, viene distribuito in base alla qualità della ricerca e della didattica degli atenei. I due terzi di questo fondo sono assegnati in base alla qualità della ricerca, un terzo in base alla qualità della didattica. Ed eccoli gli atenei più virtuosi: in testa l'università di Trento e i politecnici di Torino e Milano. "Non c’è un intento punitivo - spiega subito il ministro Gelmini - ma la volontà di spronare tutti a dare il meglio, a non accontentarci di un sistema universitario che ha luci e ombre".

Varato il pacchetto università Il Cdm vara il pacchetto Università: via libera quindi alla nuova Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario (Anvur). "Se vogliamo rispondere alla crisi - puntualizza la Gelmini - si parte dalla scuola, dall’università con la capacità di difendere ciò che funziona ma anche di mettere mano ai problemi, che non mancano e che hanno bisogno di soluzioni rapide ed efficaci". Le cui segnalazioni saranno determinanti per distribuire una parte del Fondo di finanziamento ordinario alle Università e agli Enti di ricerca tanto che gli atenei virtuosi riceveranno più fondi. Con il nuovo provvedimento il 7% del Fondo di finanziamento ordinario (525 milioni di euro) è distribuito in base alla qualità della Ricerca e della didattica. In particolare i due terzi sono stati assegnati in base alla qualità della ricerca, mentre un terzo in base alla qualità della didattica. Con le nuove misure del pacchetto università verrà inoltre "avviata una più coerente razionalizzazione dei corsi di laurea", che prevede "il taglio di quelli inutili". Misura che metterà un freno alla "proliferazione di insegnamenti" avuta negli ultimi anni, che "non rispondono alle reali richieste del mercato del lavoro".

L'eccellenza negli atenei Trento, secondo il ministero, "pur essendo un piccolo ateneo, è riuscito meglio di ogni altro a intercettare, attraverso propri progetti, i finanziamenti europei. I politecnici di Milano e Torino hanno conseguito risultati importanti su didattica, ricerca, capacità di autofinanziarsi, buone valutazioni degli studenti, presenza di molti progetti assegnati dal programma nazionale di ricerca". Quindi si meritano i premi monetari: in arrivo a Trento 6 milioni di euro in più, al politecnico di Milano 8 milioni. Ma è andata bene anche ad altri atenei: Bologna segna un più 5 milioni di euro, Padova un più 4. Meno finanziamenti, invece, sono destinati ad altre 27 università che non hanno raggiunto gli standard qualitativi previsti.A Foggia viene tolto 1 milione di euro, a Macerata 1,13 milioni. Mentre per Trieste, Firenze e Siena l’erogazione della quota di fondi vincolata alla qualità (pari al 7% del totale) è stata sospesa in attesa della presentazione di un piano finanziario di risanamento dei bilanci che attualmente risultano in rosso. Tagliati i corsi inutili Negli ultimi mesi, è già stato tagliato il 20% dei corsi inutili e con questo provvedimento sarà possibile ridurli ulteriormente. Il provvedimento punta a una "coerente razionalizzazione dei corsi di laurea". Le misure prevedono "una definizione di più elevati requisiti di docenza per attivare i corsi di studio, al fine di ridurne la proliferazione e la disattivazione obbligatoria dei corsi di studio con basso numero di studenti. Si passa, quindi, alla limitazione alla proliferazione degli insegnamenti, attraverso l’individuazione del carico massimo di docenza che ciascun ateneo è complessivamente in grado di erogare, e alla limitazione alla frammentazione degli insegnamenti attraverso definizione del numero minimo di crediti per esame.

Sbloccati i concorsi da ricercatore Nuovi criteri più oggettivi basati su parametri internazionali per i concorsi da ricercatore all’università. In particolare si segnala come indicazione che ogni titolo scientifico sia valutato separatamente e specificamente, per evitare giudizi sommari e approssimativi. Viene inoltre richiesto, per i settori scientifici, il ricorso a valutazioni di indici oggettivi e a sistemi di valutazione internazionali (peer review). Si dovrebbero, in questo modo, ridurre i margini di arbitrio delle commissioni. Ancora, sono stati sbloccati i concorsi e date nuove regole per il reclutamento, con più trasparenza grazie al sorteggio. Con la direttiva firmata oggi dalla Gelmini si avviano le procedure per la formazione delle commissioni di concorso in base alle nuove regole per il reclutamento dei professori universitari e dei ricercatori. I concorsi banditi nelle due tornate nel 2008 erano stati sospesi dalle nuove norme che impongono le nuove e più trasparenti modalità di formazione delle commissioni. Si tratta di 1800 concorsi.

Il reclutamento dei professori Per quanto riguarda il reclutamento dei professori universitari, le commissioni che giudicheranno gli aspiranti professori universitari di prima e seconda fascia saranno composte, a differenza di quanto accade ora, da 4 professori sorteggiati da un elenco di commissari eletti a loro volta da una lista di ordinari del settore scientifico disciplinare oggetto del bando e da 1 solo professore ordinario nominato dalla facoltà che ha richiesto il bando. Si evita così il rischio di predeterminare l'esito dei concorsi e si incoraggia un più ampio numero di candidati a partecipare. Infine, le commissioni che giudicheranno i candidati al concorso saranno composte da 1 professore associato nominato dalla facoltà che richiede il bando e da 2 professori ordinari sorteggiati da una lista di commissari eletti tra i professori appartenenti al settore disciplinare oggetto del bando. La valutazione dei candidati avverrà secondo parametri riconosciuti anche in ambito internazionale.

Il rettore Ballio: bene ogni goccia in più "Dopo tante volte in cui siamo stati penalizzati dal sistema dei finanziamenti a pioggia, questa è una buona notizia, un gesto del ministro che migliora il sistema premiale agli atenei". Il rettore del Politecnico di Milano Giulio Ballio plaude al sistema contenuto nel pacchetto università del ministro Mariastella Gelmini. Nella classifica delle migliori università italiane stilata dal ministero, il Politecnico risulta terzo. Sono tre gli Atenei lombardi nella top ten. Subito dietro il Politecnico c’è infatti l’Università di Bergamo mentre al 5/o posto figura l’università Milano-Bicocca. "Eravamo profondamente sottofinanziati con il vecchio sistema - ha commentato ancora Ballio - e di questi tempi ogni goccia in più fa piacere". Il Politecnico dovrebbe ricevere circa 8 milioni di euro in più rispetto ai 200 milioni dell’ultimo anno. Fondi, spiega il rettore, che saranno indirizzati verso i servizi agli studenti, i laboratori didattici e i servizi per l’internazionalizzazione.


24 Luglio, Il Corriere Pacchetto universita'Concorsi e ricercatori, i nuovi criteri

Il pacchetto Università presentato al Cdm comprende anche nuovi criteri per i concorsi da ricercatore: «più oggettivi basati su parametri internazionali». In particolare nel decreto presentato dal ministro Gelmini viene richiesto che ogni titolo scientifico sia valutato «separatamente e specificamente, per evitare giudizi sommari e approssimativi». Viene inoltre richiesto, per i settori scientifici, il ricorso a valutazioni di indici oggettivi e a sistemi di valutazione internazionali (peer review). Si dovrebbero, in questo modo, ridurre i margini di arbitrio delle commissioni.

Sbloccati i concorsi e sorteggio Con la direttiva firmata oggi avviano le procedure per la formazione delle commissioni di concorso in base alle nuove regole per il reclutamento dei professori universitari e dei ricercatori. I concorsi banditi nelle due tornate nel 2008 erano stati sospesi dalle nuove norme contenute nel DM 180 che impongono le nuove e più trasparenti modalità di formazione delle commissioni. Si tratta di 1800 concorsi. Reclutamento dei professori universitari Le commissioni che giudicheranno gli aspiranti professori universitari di prima e seconda fascia saranno composte, a differenza di quanto accade ora, da 4 professori sorteggiati da un elenco di commissari eletti a loro volta da una lista di ordinari del settore scientifico disciplinare oggetto del bando e da 1 solo professore ordinario nominato dalla facoltà che ha richiesto il bando. Si evita così il rischio di predeterminare l’esito dei concorsi e si incoraggia un più ampio numero di candidati a partecipare. Reclutamento dei ricercatori Le commissioni che giudicheranno i candidati al concorso saranno composte da 1 professore associato nominato dalla facoltà che richiede il bando e da 2 professori ordinari sorteggiati da una lista di commissari eletti tra i professori appartenenti al settore disciplinare oggetto del bando. La valutazione dei candidati avverrà secondo parametri riconosciuti anche in ambito internazionale.


24 Luglio, sito Universita. it Pacchetto Universita'

Il Ministro Gelmini, per la prima volta in Italia, ha adottato il nuovo criterio di distribuzione di una parte dei fondi destinati all’università, in base al quale viene presa in considerazione la qualità degli atenei. Secondo questo criterio dunque l’Università di Trento e i Politecnici di Milano e di Torino, sono i migliori ossia quelli con maggiori standard qualitativi. Dunque secondo il provvedimento firmato oggi dal ministro Mariastella Gelmini, che fa parte del pacchetto università approvato dal Cdm, il 7% del Fondo di finanziamento ordinario, ossia 525 milioni di euro, è stato distribuito in base alla qualità della Ricerca e della didattica degli atenei: 2/3 di questo fondo sono stati assegnati in base alla qualità della ricerca e 1/3 in base alla qualità della didattica.

Il Governo in questo modo intende promuovere gli atenei più “virtuosi”. L’Università di Trento è stata riconosciuta come ateneo “virtuoso” perchè, nonostante sia un ateneo di piccole dimensioni, ha saputo comunque più di altri ottenere, con diversi progetti, i finanziamenti europei. I Politecnici di Milano e di Torino invece sono stati premiati per la qualità della didattica, la ricerca, la capacità di autofinanziamento e per le buone valutazioni da parte degli studenti.

La classifica degli atenei ottenuta dal Ministero, fa già sollevare qualche polemica, visto che a beneficiare dei fondi, secondo questo criterio, saranno un limitato gruppo di università. Viceversa sono ben 27 gli atenei (di cui 24 nel centro sud insieme a Brescia, Parma e Iuav Venezia) che avranno un “taglio” di fondi perché secondo la valutazione “non hanno gli standard qualitativi previsti”.

Tra gli atenei del Centro sud promossi ci sono anche Roma Tor Vergata, l’Università di Chieti e Pescara, l’Università della Calabria, l’Università Politecnica delle Marche, l’Ateneo della Tuscia, il Politecnico di Bari e l’Università del Sannio di Benevento.

Vediamo concretamente anche qualche numero. Trento ottiene 6 milioni in più, il Politecnico di Milano 8 milioni, Bologna 5 milioni, Padova 4 milioni. A Foggia, la penultima in classifica, viene tolto 1 milione di euro, mentre all’Università di Macerata che è l’ultima della classifica, verrà effettuato un “taglio” di 1 milione 130mila euro.


30 Luglio [18] “Brava, Gelmini”. E ora la Mediterranea ha grandi prospettive - di Peppe Caridi

L’Università Mediterranea di Reggio Calabria è un ateneo giovane, tecnico e fortemente specializzato. Nato poco più di quarant’anni fa, ha appena quattro facoltà e meno di diecimila studenti. Alla luce della storia, della situazione attuale e delle prospettive dell’ateneo, possiamo giudicare in modo non esclusivamente negativo il risultato conseguito dalla Mediterranea in merito alle ultime graduatorie diffuse dal Ministero rispetto alla ‘rivoluzione’ delle modalità di erogazione dei fondi, che adesso avviene in base al merito degli atenei. L’Università di Reggio Calabria s’è posizionata al 32° posto (su 54 atenei), sfiorando l’accesso tra le prime 27 che avranno un aumento dei fondi. Questo risultato non ha prodotto lamentele e piagnistei, ma è visto come un ulteriore stimolo per crescere e continuare a migliorarsi nel futuro. Per saperne di più, abbiamo intervistato il Presidente del corso di laurea in Scienze economiche Massimiliano Ferrara.

Professore, non è il caso di Reggio ma dopo la pubblicazione della graduatoria per l’assegnazione del 7% del fondo dei finanziamenti ordinari, altri atenei (Messina in primis) hanno criticato i criteri di scelta del Ministero lamentando ingiustizie.

“Qualsiasi criterio può essere discutibile, se la classifica fosse stata al contrario si sarebbero lamentati altri. Ma bisogna pur partire da qualcosa”.

E da dov’è partito il Ministero? Su quali basi ha stilato la graduatoria?

“Il Ministero non s’è sognato la notte dei dati, per poi pubblicarli al mattino. Si tratta di criteri Europei, ed è la prima volta che ci ispiriamo a una modalità di scelta Mittel-Europea e Transalpina. Solitamente abbiamo il mito del mondo britannico e anglosassone, e prendiamo ad esempio la meritocrazia dei sistemi Statunitensi e Inglesi, dove pensiamo che l’istruzione funziona meglio. Ed effettivamente è così. Ma sappiamo anche bene che non possiamo copiare un sistema di una società così lontana e diversa senza calarlo nel nostro contesto, nella nostra realtà ricca di peculiarità. Stavolta ci siamo ispirati all’esperienza Francese, dove l’Università è oggi all’avanguardia grazie alle vere e proprie ‘rivoluzioni’ di sistema effettuate da qualche anno a questa parte proprio nel settore della formazione universitaria. La realtà Francese è molto più simile e vicina alla nostra, e quindi più facilmente conciliabile con il nostro contesto”.

Se da una parte l’Università Francese è all’avanguardia, dall’altra non possiamo dire la stessa cosa per quella Italiana. Come giudica le ultime riforme e gli ultimi interventi ministeriali proprio sul sistema universitario?

“Vorrei premettere, innanzitutto, che la realtà delle cose sta smentendo i timori che hanno accompagnato il mondo accademico negli ultimi anni. Bisogna essere coerenti e dire le cose come stanno: fino a poco tempo fa si paventava che i ministri Moratti prima e Gelmini poi, volessero far scomparire l’università pubblica puntando esclusivamente su quella privata. I fatti di questi ultimi mesi ci dimostrano l’esatto contrario, e cioè che il Ministro Gelmini sta provando a migliorare l’università pubblica. Per entrare nel merito degli interventi ministeriali, il mio giudizio sul ‘pacchetto università’ è moderatamente positivo, nel senso che giudico ottima la legge ma vorrei aspettare di vedere gli effetti concreti che potrà determinare prima di sbilanciarmi in modo più deciso. Di certo c’è che il Ministro sta dettando una strada in modo forte e deciso, una strada che vuole esaltare la meritocrazia, e questo è già motivo di plauso e riconoscimento. Per il resto, vedremo in seguito cosa succederà e se l’Università cambierà come vuole il Ministro e come tutti vorremmo. Mi sento di sbilanciarmi molto di più, invece, sulla riforma dei concorsi universitari, che giudico ampiamente positiva, perché adesso finalmente il sistema sarà altamente meritocratico, e con questo il ministro ha dato un segnale molto forte”.

Entriamo nel merito dell’ultima graduatoria, quella stilata per l’assegnazione del 7% del fondo dei finanziamenti ordinari. Reggio ha sfiorato l’accesso in ‘Serie A’, classificandosi al 32° posto, a un soffio da quel 27° che le avrebbe garantito un incremento di fondi.

“La Mediterranea è un’università con, sì, dei problemi ma anche con grandi prospettive e settori d’eccellenza. Non esistono promossi e bocciati, questa graduatoria stimola la competizione per i prossimi anni”.

Tranne Cosenza, Bari e Benevento non ci sono altri atenei meridionali tra i primi 27. Che significa? Ha ragione d’esistere anche nel settore universitario una ‘questione meridionale’ ?

“Le università del sud hanno problemi vecchi di molti anni, perché per lungo tempo hanno svolto un ruolo, come comparto della Pubblica Amministrazione, di tipo assistenzialistico nell’economia del sistema-sud, essendo in alcuni casi le più grandi “aziende” presenti sul territorio. In questo modo ci sono stati pesanti aggravi degli oneri di bilancio. Non è il caso di Reggio, ma quello di altre Università meridionali. Adesso dipende tutto dalla razionalizzazione interna agli atenei. Non si può più andare avanti come prima, perché il prodotto del sistema formativo degli ultimi decenni è stato l’inefficienza dell’università stessa. Chiaramente una ‘rivoluzione’ così radicale come quella proposta dal ministro Gelmini nel ‘pacchetto università’, soprattutto all’inizio, può creare malcontento, ma va dato merito al ministero di aver proposto una ricetta. Per capire se è quella giusta dovrà passare ancora del tempo…”


31 Luglio Reuters [19] Università: classifica Gelmini potrebbe cambiare, fondi non dati. Massimiliano Di Giorgio

ROMA (Reuters) - La "classifica" delle università italiane presentata dal ministero dell'Istruzione solo una settimana fa potrebbe cambiare nei prossimi due mesi, mentre i fondi da attribuire o togliere agli atenei più o meno virtuosi non risultano al momento assegnati. Lo hanno detto oggi a Reuters fonti universitarie. Il 24 luglio scorso, il ministero aveva annunciato il via libera del Consiglio dei ministri alla costituzione della Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (Anvur) e allo stesso tempo aveva reso nota la classifica delle università "virtuose", con l'ateneo di Trento al primo posto e quella di Macerata all'ultimo.

La classifica, secondo un comunicato del ministero, era stata redatta sulla base della qualità della ricerca e della didattica. E in base a tali dati, annunciava la stessa nota, era stata decisa anche l'assegnazione del 7% del Fondo di finanziamento ordinario delle Università. Ma la classifica potrebbe cambiare, dopo che ieri il Ministero ne ha messo online - solo nella parte ad accesso riservato del suo sito, nonostante l'annuncio che sarebbero stati resi pubblici - i dettagli, invitando le università a verificare i dati e a fornire i propri.

"Sono usciti i dettagli ieri, ma solo in area riservata. Dobbiamo fare una valutazione entro il 15 settembre", ha detto a Reuters il rettore di un'università dell'Italia centrale che preferisce restare anonimo. "Ci hanno dato le password, ora però dobbiamo verificare i numeri e caricarli. Ci vorrà un po' di tempo. Poi loro dovranno verificare quello che abbiamo scritto noi. Dopo si potrà capire se la classifica è quella". "La mia università, comunque, al momento è nella parte 'virtuosa' della classifica".

"MARGINI DI TRATTATIVA" Un altro rettore dell'Italia centrale, il cui ateneo però compare tra quelli 'bocciati', dice che "potrebbero essere stati caricati dei dati sbagliati, anche perché provengono da banche dati diverse". "In questo senso, ci sono ancora dei margini di trattativa" sulla composizione finale della classifica, dice, pur aggiungendo: "Che la graduatoria cambi in maniera drastica, comunque, pare escluso".

La compilazione della classifica è un'eredità dei comitati precedenti, che saranno accorpati dall'Anvur: il Cnvsu, che valutava le università, e il Civr, che valutava invece la ricerca. Una scelta che è stata criticata da alcuni rettori, i quali avrebbero preferito fosse il nuovo organismo a fare le valutazioni. Ma anche i metodi scelti sono stati in parte contestati. Qualcuno ha criticato l'inclusione indistinta nella lista - che diverge parecchio da quelle pubblicate da alcuni anni dal "Sole 24 Ore" e dal Censis - di atenei grandi e piccoli. Per esempio, ai primi posti della classifica compare la piccola "Università del Foro Italico" di Roma, l'ex Istituto superiore di educazione fisica, che forma gli insegnanti di ginnastica e ha pochissimi corsi. Mentre l'Università "La Sapienza" e quella di "Roma 3" sono state bocciate. Se la classifica può ancora cambiare, quel che sembra sicuro è che intanto i fondi annunciati nel comunicato del ministero non risultano assegnati.

"Per la prima volta in Italia il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca ha assegnato una parte dei fondi destinati alle Università sulla base di nuovi criteri di valutazione della qualità. Il 7% del Fondo di finanziamento ordinario, cioè 525 milioni di euro, è stato infatti distribuito in base alla qualità della Ricerca e della didattica degli Atenei", era scritto nella nota, pubblicata anche sul sito del ministero.

"L'allocazione dei fondi non è assolutamente avvenuta. Questa è pura fantasia", ha detto a Reuters uno dei due rettori dell'Italia centrale, mentre l'altro ha riferito che "l'erogazione dei fondi avverrà a ottobre". Un altro rettore, questa volta di un ateneo del nord, si dice sicuro invece che i fondi verranno assegnati - o tolti, secondo la posizione in classifica - non prima di marzo 2010.


2 Agosto - Aetnanet [20] Lettera di una prof. palermitana al Ministro Gelmini

Al Ministro Gelmini, Chi le scrive, non intende utilizzare nessun garbo, nessuna cortesia, nessuna frase di circostanza, perché non la merita, mio caro ministro. E proprio di merito desiderio parlarle: il suo accattivante slogan, per i fessi, beceri, ignoranti, imbambolati e decerebrati dalla tv del suo capo, che continuano a votarlo, permettendo, per compiacerlo, che persone come lei siano alla guida di un ministero, che fu di Gentile, che ha nelle mani il futuro della nostra nazione.

A proposito di merito, le chiedo: perché il merito, è richiesto solo a noi, e dove inequivocabilmente presente per punteggi maturati con anni di servizio per lo stato, master, specializzazioni, lauree, aggiornamento, messo in dubbio?

Forse perché provenienti dalle regioni sbagliate?  Le chiedo, quando ha dato l'esame lei di abilitazione lo ha dato in calabrese, bresciano o italiano?  Era abbastanza virtuosa l'Università che l'ha riconosciuta avvocato?  Quanto era lei "radicata" nel territorio?  Giusto il tempo di una abilitazione, "mordi e fuggi", altro spot a lei caro...

Desidero per onestà intellettuale riconoscerle un grande merito: il fatto che tutto quello che sta facendo alla scuola pubblica, alle famiglie di precari che butta per strada, al nostro futuro, lo fa con grande imperturbabilità. Anzi, ci gode e si accanisce, con vero sprezzo, tutt'altra tempra rispetto quella piagnona della Moratti. I suoi insulti, insieme a quelli dell'onorevole Brunetta rimarranno nella storia: da pirla, a prof meridionale da esaminare a guide turistiche. Ma si sa, noi per lei siamo neanche delle bestie, ma dei vegetali, con l'ultima sparate dei vivai, si è davvero superata in rispetto! ... lettera firmata


5 Agosto dal Corriere.it «Università pagata ai primi mille in Italia» Idea della Gelmini dal 2010. Scelta del ministero

Tasse universitarie pagate, dal­l’immatricolazione alla laurea, per mille campioni della maturità. Il monte premi del­l’esame di Stato potrebbe aumentare di qua­si quattro volte a partire dal 2010. Non è che al ministro dell’Istruzione, l’idea di Fioroni di premiare l’eccellenza — un assegno da mille euro ai superbravi che hanno ottenuto il 100 e lode — dispiaccia. Però vuole anda­re oltre. Per la Gelmini quel «bonus» distribuito «a pioggia», a giudizio insindacabile delle commissioni, senza nessuna verifica sull’uti­lizzo effettivo che ne viene fatto (dovrebbe servire per acquistare libri, sussidi didattici o finanziare viaggi d’istruzione, ma nessu­no controlla) non basta più. Va sostituito con qualcosa in grado di sostenere adeguata­mente il proseguimento degli studi. Invece di distribuire 1000 euro a 3500-4000 ragaz­zi, meglio restringere il numero degli «eccel­lenti » garantendo a ciascuno dei nuovi «campioni» una dote in grado di accompa­gnarli fino alla laurea senza problemi.

«La meritocrazia è la più alta forma di de­mocrazia — ha detto il ministro Gelmini —. Purtroppo l’appiattimento verso il basso av­viato dal ’68 fa sentire ancora i suoi effetti disastrosi». «Questa — ha aggiunto — è la prima di una serie di iniziative che riguarde­ranno il merito e il diritto allo studio univer­sitario ». Per ora si tratta solo di un’idea che dovrà essere trasformata in una direttiva. Ma i punti essenziali sono già stati fissati. Per co­minciare non saranno le commissioni della maturità a decidere chi dovrà essere premia­to. Sarà una commissione ministeriale a sce­gliere i mille campioni della maturità valu­tando le prime e seconde prove scritte che hanno superato una scrematura a livello re­gionale.

Probabilmente si dovrà anche tenere con­to dei diversi indirizzi dell’esame di Stato, stabilendo per ciascuno delle quote. A parti­re dalla maturità 2011, se verrà introdotta la terza prova scritta gestita dall’Invalsi, la co­siddetta prova oggettiva, non è escluso che quei risultati potranno avere un peso deter­minante nella formazione della graduatoria. Anche se non c’è alcun commento ufficia­le da parte del ministro Gelmini, nei corri­doi di viale Trastevere non sono mancate neppure questa volta — il cento e lode è sta­to introdotto nel 2007 dall’ex ministro Fioro­ni con l’obiettivo di accrescere nelle scuole il prestigio di chi studia — battute ironiche sulla distribuzione geografica dell’eccellen­za, concentrata al Sud. È evidente, anche al di là dei licei meridionali — non mancano altri esempi — che i criteri con cui si attribu­isce oggi il 100 e lode sono in molti casi di­scutibili. L’idea della commissione naziona­le, il possibile ricorso a criteri di valutazione più oggettivi, dovrebbero liberare le scuole e i professori da pressioni ambientali che fi­niscono per togliere credibilità all’esame di Stato.

L’idea di non far pagare le tasse universi­tarie ai mille campioni della maturità, so­prattutto se accompagnata da altre misure di sostegno, potrebbe produrre anche qual­che minimo effetto positivo sulla mobilità, uno dei più grossi problemi del nostro siste­ma, dove spesso si passa dall’esame di terza media alla discussione della tesi di laurea senza varcare i confini del comune o della provincia. Il riconoscimento del merito — sei bravissimo e quindi non paghi le tasse universitarie — rappresenta, anche se con effetti limitati a mille studenti, un’inversio­ne di tendenza. In molti atenei il vento sta cambiando. L’eccellenza, le qualità indivi­duali cominciano a essere rivalutate rispet­to al peso che il reddito ha sempre avuto nel diritto allo studio. Oggi la principale difficoltà che incontra­no le università nello sforzo di sostenere i ragazzi meritevoli ma provenienti da fami­glie poco abbienti consiste proprio nell’ac­certamento del reddito reale, impresa se non impossibile molto complicata di fronte a certe categorie. Il risultato è che il figlio dell’operaio e dell’impiegato statale, nono­stante la busta paga dei genitori, finisce qua­si sempre nella categoria dei «ricchi» e non ha diritto a nulla o quasi. Giulio Benedetti


18 Agosto dal Corriere.it Il ministro Gelmini «Pronti 8 milioni per i giovani scienziati»

ROMA (g. ben.) - C' è il «Progetto Levi Montalcini», 6 milioni di euro in quattro anni, per trattenere in Italia almeno 25 giovani e brillanti scienziati, tentati di emigrare in centri di ricerca stranieri. C' è il progetto delle chiamate dirette, 2,5 milioni di euro l' anno, per richiamare nelle nostre università, con un inquadramento da professore ordinario, fino a 40 docenti di chiara fama che lavorano in atenei stranieri. I decreti dovrebbero essere firmati dal ministro Gelmini a settembre. L' obiettivo è quello di fare emergere il merito ed imporlo nonostante le logiche accademiche che hanno costretto tanti giovani a lasciare l' Italia come è accaduto a Iavarone e Lasorella. «Non conosco questo caso - dice il ministro Mariastella Gelmini - ma in generale capisco il dramma di tanti bravi giovani scienziati costretti a lasciare il nostro Paese a causa di un diffuso malcostume». «Dietro la fuga dei cervelli - continua - c' è soprattutto un mancato riconoscimento del merito e il prevalere di altre logiche». Sarà infatti una commissione indipendente, nominata dal ministero, a valutare i 25 migliori progetti di ricerca. «Le migliori idee che in passato - come dimostrano le tante fughe dei cervelli - hanno corso il rischio di essere sfruttate indebitamente o contrastate dal potere baronale».


19 Agosto dal Messaggero.it di Anna Maria Sersale. Non cala l'esodo degli scienziati italiani: ogni anno via a migliaia. Il ministro Gelmini: i fondi per gli atenei virtuosi saliranno dal 7 al 20-30%

L’importante scoperta scientifica del gene-anticancro non è targata made in Italy perché Antonio Iavarone e Anna Lasorella per non essere più vittime del nepotismo baronale si sono trasferiti negli Stati Uniti, alla Columbia University di New York. Continua l’emorragia dei cervelli. Ne perdiamo migliaia l’anno, ne ”importiamo” poche unità (sono le stime in attesa che si rimetta in moto il meccanismo di verifica del sistema universitario). Dopo una formazione di altissimo livello, dopo anni di lavoro e di risultati, negli enti e nelle università anche i talenti migliori rimangono “in stallo”, pochi soldi e condizioni di lavoro tali da impedire la piena realizzazione della loro creatività e potenzialità scientifica. Vorrebbero produrre nuova cultura, scienza, tecnologia, prodotti, servizi, benessere, in una parola, progresso, ma nelle aule universitarie e nei laboratori li maltrattiamo. Le lobby accademiche impongono logiche nepotistiche, negando il merito. Un grande patrimonio di intelligenze non viene valorizzato.

«C’è voluta molta miopia per non capire quanto valessero Iavarone e Lasorella», dice Franco Cuccurullo, presidente del Comitato nazionale di valutazione della ricerca. L’Italia può essere solo orgogliosa di avere dato alla comunità scientifica questi due studiosi, che ha irrimediabilmente perduto. Ma non è finita qui. Da un mese l’Italia ha perduto anche un’altra ricercatrice, Rita Clementi, la precaria che ha «scoperto i geni del linfoma». «Vado via con rabbia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedizione non siano servite a nulla», ha detto la Clementi in polemica con il sistema «anti-meritocratico» del nostro Paese. Ora è a Boston. E da pochi giorni lavora in un importante Centro medico. Laurea in medicina, due specializzazioni, anni di contratti a termine (borse di studio, co.co.co, consulenze, contratti a progetto, l’ultimo presso l’Istituto di genetica dell’Università di Pavia), a 47 anni non ce l’ha fatta più. Se ne è andata con i suoi tre figli. «Scappo. Qui la ricerca è malata», ha scritto al presidente Napolitano. Nè è servito a fermarla un’offerta giunta all’ultimo minuto da un prestigioso centro di ricerca di Padova. Troppo tardi: «Ho dato la mia parola agli americani».

Perché continuiamo a perdere i migliori? Il governo pensa di tamponare le falle? «Il problema non è economico ma organizzativo e culturale - afferma il ministro Mariastella Gelmini. Se tanti giovani in gamba sono a spasso o all’estero non dipende dal fatto che sono mancati i soldi, ma dal fatto che le priorità del sistema, lasciato a se stesso, sono altre». Come usciremo dal tunnel? La Gelmini è pronta per una manovra: «Sempre di più gli stanziamenti saranno legati ai risultati delle università. Basta fondi a pioggia. Dopo la Finanziaria dell’anno scorso 550 milioni, il 7% dei fondi, è stato distribuito sulla base di criteri meritocratici, dall’anno prossimo la quota salirà al 20-30%». Un sistema per stringere i bulloni e far capire agli enti e alle università che se non funzioneranno, se disperderanno i talenti e dissiperanno le risorse i problemi cadranno sulle loro teste.

«Chi lavora nella ricerca quotidianamente si scontra con l’inefficienza, la burocrazia, le logiche clientelari, il lavoro malpagato, la mancanza di autonomia e la cronica indifferenza del sistema economico-produttivo - afferma Francesco Mauriello, presidente dell’Adi, l’Associazione nazionale dottori e dottorandi - I meccanismi frenano i loro progetti. Il caso Iavarone e Lasorella è l’ennesima dimostrazione che il sistema impedisce di esprimere le potenzialità dei migliori, che non hanno sbocchi di carriera. Ma c’è anche il problema della scarsità dei fondi». Che la ricerca sia maltrattata lo dicono i numeri in discesa. I finanziamenti per la ricerca di base nel 2001 erano 125 milioni di euro, nel 2008 erano diventati 96. Ma come vengono scelti i progetti scientifici da finanziare? «Si scopre che i criteri di selezione - continua Mauriello - hanno molte contraddizioni e scarsa trasparenza, con il risultato che spesso i più promettenti restano senza soldi... A ciò si aggiunge che chi giudica delle volte non ha sufficiente competenza».

«Einstein è un patrimonio dell’umanità, non importa che sia nato a Ulm, un paesino della Germania, e abbia fatto le sue ricerche a Princeton negli Stati Uniti. L’importante è che la scoperta ci sia», Franco Cuccurullo, rettore dell’Università di Chieti e presidente del Civr, il Comitato nazionale di valutazione, invita ad attenuare l’amarezza per la perdita dei due nomi prestigiosi, gli scopritori del gene anti-cancro. Però ribadisce che è stata «miopia lasciarsi sfuggire due persone di tale caratura, anche perché Iavarone e Lasorella erano ampiamente noti alla comunità scientifica e si sapeva quanto valessero». «Per quello che mi riguarda - sostiene ancora Cuccurullo - avrei fatto di tutto per averli nella mia università». Ma come siamo arrivati a tanto? «Anche per la scarsità dei finanziamenti e delle tecnologie».


23 Agosto - Corriere della Sera, Pagina 10 IL MINISTRO GELMINI, L' UNIVERSITA' E LA VERA MERITOCRAZIA - Criteri incerti: riforma mancata

La meritocrazia è una forma di governo in cui i ruoli di responsabilità sono affidati in base al merito. Nelle università ciò significa che le risorse e le decisioni dovrebbero essere affidate alle persone che hanno conseguito i migliori risultati nella ricerca o nella didattica. A fine luglio, nel distribuire i fondi per il 2009 il ministro Gelmini ha dichiarato che «per la prima volta in Italia una parte dei fondi destinati alle università sono stati assegnati sulla base di nuovi criteri di valutazione della qualità». Si tratta di 523 milioni di euro, una piccola quota (7%) del fondo di finanziamento ordinario delle università, che sono stati assegnati, per un terzo, sulla base di indicatori che dovrebbero misurare la qualità della didattica e, per due terzi, sulla base di indicatori relativi alla qualità della ricerca. L' innovazione è stata salutata da alcuni come un «passo importante» nella direzione della meritocrazia, sia pure «con qualche limite» (si veda l' articolo di Francesco Giavazzi sul Corriere del 25 luglio). È davvero così? Purtroppo no: la riforma non fa affluire più risorse ai gruppi di ricerca più attivi e non individua i rami secchi da tagliare negli atenei. Si tratta purtroppo di un' altra occasione perduta: presentarla come una riforma meritocratica è una mistificazione. Per capire perché, basta considerare gli indicatori usati dal ministero per misurare il merito. Gli indicatori relativi alla didattica misurano soprattutto la regolarità e velocità del percorso di studi, che solo in parte riflettono l' impegno dei docenti e la qualità della didattica: per migliorare questi indicatori basterebbe promuovere tutti gli studenti, indipendentemente dalla loro preparazione, con buona pace di qualsiasi logica meritocratica. Gli indicatori relativi alla ricerca si basano su una valutazione effettuata dal ministero e conclusa nel 2006 e sulla capacità delle università di attrarre fondi di ricerca dall' esterno. Ma si è scelto di usare questi indicatori per confrontare tra loro intere università (per esempio La Sapienza di Roma con gli altri atenei), e non gruppi di ricerca omogenei (per esempio i fisici della Sapienza con quelli delle altre università). In tal modo, come riconosce anche Giavazzi, non vi è alcuna garanzia che venga premiato l' impegno dei singoli gruppi di ricerca. Inoltre si dà all' opinione pubblica e (quel che è più grave) agli studenti una mappa distorta del merito nell' università italiana. In base agli indicatori di area per le università medie e grandi, l' Università di Napoli Federico II ha il miglior punteggio per le scienze agrarie e veterinarie, e quella di Bari il miglior punteggio per la fisica, anche se nell' insieme i due atenei sono stati penalizzati dalla ripartizione dei fondi approvata a luglio. L' Università di Bologna, che in queste due aree ha ricevuto punteggi inferiori, è invece stata premiata perché ha riportato punteggi più elevati in altre discipline. Questa eterogeneità è molto frequente nell' università italiana: esistono punte di eccellenza in molti settori, al Nord, al Centro e al Sud, in atenei piccoli e grandi. Una riforma che premi il merito deve saper individuare e valorizzare le eccellenze e indirizzare i fondi verso i migliori dipartimenti dovunque essi siano, piuttosto che attribuire o tagliare fondi in modo indifferenziato a intere università. Anzi: essa dovrebbe incoraggiare il merito ancor più quando questo riesce ad affermarsi in università mediocri. Non tanto per equità, ma per far sì che le cellule buone prendano il sopravvento su quelle malate nell' organismo delle università, soprattutto laddove nepotismo e disorganizzazione sono diffusi - come più spesso accade nel Mezzogiorno. Ciò è tanto più importante in quanto le università centro-meridionali (già penalizzate dalla ripartizione dei fondi del 2009) saranno colpite molto duramente dai drammatici tagli previsti per il 2010. Che almeno questi non colpiscano alla cieca, e non distruggano il merito laddove esso - nonostante tutte le difficoltà - si è fatto strada. Una riforma meritocratica degna di questo nome deve anche sapere individuare criteri stabili per la valutazione del merito. I difetti degli attuali criteri fanno invece prevedere che essi saranno ancora cambiati nel corso del 2010, introducendo un ulteriore elemento di incertezza, e generando scoraggiamento e frustrazione nel mondo della ricerca. Jappelli Tullio, Pagano Marco - Università di Napoli Federico II.

Stessa pagina 10

Passo coraggioso ora la svolta Pagano e Jappelli sono tra i migliori economisti europei. Se nelle recenti graduatorie del Ministero le università di Napoli e di Salerno - dove entrambi hanno insegnato per oltre vent' anni - sono andate un po' meglio di altri atenei del Mezzogiorno, è anche grazie alle loro pubblicazioni. Più volte hanno ricevuto offerte attraenti da università prestigiose, le più recenti da Princeton e dalla London School of Economics: se non hanno mai abbandonato Napoli è per dimostrare che anche in quella città tanto difficile è possibile scrivere articoli per l' American Economic Review e formare studenti che spesso hanno grande successo nelle migliori università americane. È quindi auspicabile che il ministro Gelmini presti particolare attenzione a quanto essi scrivono. Il problema che pongono Jappelli e Pagano è la sopravvivenza dei gruppi di ricerca eccellenti, e ne esistono molti, in diverse discipline, nelle università del Mezzogiorno. Per rimanere all' università di Napoli, gruppi eccellenti esistono in genetica (il Tigem di Andrea Ballabio) e nella stazione zoologica Anton Dohrn diretta da Roberto Di Lauro. «Se volete obbligarci ad emigrare - è la conclusione implicita nel loro articolo - ditecelo apertamente». Perché dovrebbero emigrare? Se l' assegnazione dei fondi pubblici alle università dipende dalla valutazione «media» della qualità della ricerca, i rari gruppi eccellenti sono destinati ad annegare nella mediocrità che li circonda, quindi poco a poco a sparire. Sarebbe un male la concentrazione della ricerca in poche università del Nord? Io penso di sì perché sprecherebbe capitale umano: basti guardare ai numerosi studenti di Pagano e Jappelli che oggi insegnano in Gran Bretagna o negli Stati Uniti (più raramente in Italia dove un mercato accademico non esiste). Molti di loro, se quel gruppo di ricerca a Napoli non fosse esistito, avrebbero finito per fare gli avvocati, la professione tipica dei ragazzi svegli del Mezzogiorno. Ma il rischio maggiore è che casi come questo vengano abilmente sfruttati da chi non vuole che il merito entri nell' assegnazione dei fondi alle università. La decisione del ministro Gelmini di allocare una quota, pur minuscola, dei finanziamenti pubblici sulla base della qualità della ricerca è stato un passo coraggioso, ma il difficile viene ora. Le riforme graduali devono essere costantemente aggiustate e questo è un esempio. Come? Un modo immediato, e attuabile già quest' anno, è accompagnare il trasferimento dei fondi con una lettera pubblica del ministro al rettore nella quale si individuino i gruppi di ricerca e i singoli ricercatori di quell' ateneo che hanno contribuito ad alzare la quota di fondi assegnata in funzione del merito. Un' altra possibilità è seguire l' esempio spagnolo, dove la quota che dipende dal merito non si somma al totale dei fondi che l' università riceve, ma prende la forma di «cattedre ad personam» assegnate ai migliori ricercatori dell' ateneo - se ne esistono - da una commissione internazionale. Un metodo simile è seguito in Canada. È anche necessario che i criteri seguiti nell' allocazione della quota assegnata in funzione del merito siano completamente trasparenti: i criteri seguiti quest' anno, e consultabili sul sito internet del ministero, sebbene in principio coraggiosi, risultano poi annegati in un linguaggio burocratico, da cui traspare riluttanza ad accettare fino in fondo cosa sia l' eccellenza nella ricerca. È un' insufficienza di trasparenza che attenua la percezione degli effetti dell' innovazione voluta dal Ministro. Ma aggiustare le riforme strada facendo non basta. Le riforme graduali non possono arrestarsi, altrimenti vengono soffocate. È quindi essenziale che il ministro già nelle prossime settimane presenti al Parlamento il disegno di legge di riforma della governance e del reclutamento che da mesi tiene nel cassetto. E poi affronti con coraggio il tema del valore legale delle lauree. La storia della nostra università è piena di buone iniziative delle quali nessuno più si ricorda perché abbandonate e presto sopraffatte. Il ministro Gelmini ha una scelta: o accelera la riforma e lascia un segno tangibile sull' università o anche lei, come tutti i suoi predecessori, avrà abbandonato l' università alla sua deriva e sarà presto dimenticata. Giavazzi Francesco


NOTA: a parte la diatriba Jappelli-Giavazzi sul Corriere (qui sopra), per quasi tutta l'estate il ministro Gelmini si è occupata prevalentemente di argomenti diversi da quelli inerenti l'università.

24 Agosto' - esce sul Sole 24 ore, con richiamo in prima pagina, l'articolo intitolato: 'I bandi per ricercatori aggirano le regole che premiano il merito', di Gianni Trovati (supportato dall'associazione precari APRI). L'articolo è stato ripreso dal il Giornale il 26 Agosto, con accenni critici anche alla Gelmini: [21]


25 Agosto, Uni-magazine [22] Università: adesso si insegna "gratis"

Non bastava la precarietà. Ad alcuni docenti universitari, adesso, viene richiesto anche di lavorare "gratis". E' quanto succede al Politecnico di Milano, facoltà di Architettura civile: il corso, "progettazione architettonica", ha successo, l'università lo riconferma ma ai docenti a contratto che da due anni lo coordinano viene chiesto di fare lezione gratis. A denunciare il caso sono i due professori-architetti invitati a insegnare "per la gloria". Hanno inviato una lettera indirizzata al Capo dello Stato e al ministro dell'Istruzione perchè - spiegano - il loro caso "rileva sintomi e difetti che in maniera più trasversale stanno interessando tutti gli atenei italiani". Ma sul tavolo, al rientro dalle vacanze, il ministro Gelmini troverà anche un'altra lettera, stavolta di un insegnante di scuola superiore, che ironicamente ringrazia perchè tra qualche giorno otterrà il suo ventesimo incarico annuale. "Il nostro corso - scrivono gli architetti Emilio Caravatti e Camillo Magni - si colloca al terzo anno della laurea magistrale tra i corsi opzionali. Nei due anni in cui si è svolto è stato oggetto di un certo interesse tra gli studenti tanto da diventare fin dal primo anno uno dei corsi più frequentati del Politecnico (circa 140 studenti)".

Perciò il corso è stato confermato anche per l'anno 2009-10. Tuttavia i criteri di retribuzione approvati dalla giunta di Facoltà a giugno - spiegano Caravatti e Magni - prevedono che "gli insegnamenti opzionali attribuiti mediante contratto di diritto privato a docenti non strutturati saranno conferiti a titolo gratuito, salvo discrezionalità del Preside". Facendo notare che "paradossalmente tutto ciò avviene nel momento in cui il Politecnico di Milano riceve encomio di Ateneo virtuoso" i due professori, pur ritenendo condivisibile la razionalizzazione dei costi avviata, sottolineano che "se non si inseriranno immediatamente strumenti operativi per gestire questa razionalizzazione", i tagli "riguarderanno principalmente quegli aspetti addizionali direttamente gestiti da presidenze e dipartimenti e difficilmente si assisterà a una profonda ristrutturazione del funzionamento delle Università capace di accorpare corsi di laurea, eliminare poli e sedi esterne che attualmente sono il vero buco finanziario di molte Università italiane".


25 Agosto, il Messaggero, prima pagina - poi pagina 3 Scuola e Università, la Gelmini: un miliardo e mezzo nel 2010, anche per finanziare le riforme Istruzione, ecco il piano per i fondi

ROMA - Un miliardo e mezzo: tanto serve, calcola il Miur, per rilanciare il sistema dell’istruzione in Italia. Il piano studiato dai tecnici del ministero prevede di destinare 815 milioni all’università e 689 alla scuola. Il ministro Gelmini: «Ma le spese vanno razionalizzate». Ora si attende la risposta del ministro Tremonti. Il Miur: entro 3 anni risparmi del 30%. ... «Nella scuola e nell’università mai più soldi a pioggia, occorrono concorsi trasparenti, merito, riforma del reclutamento e carriere», dopo gli annunci il ministro Mariastella Gelmini dà il via alla sua riforma. Siamo in fondo alle classifiche internazionali e tutti gli indicatori sono negativi. «Senza innovazione il Paese perde competitività, perciò non c’è tempo da perdere», ribadisce il ministro. In Italia negli ultimi venticinque anni è cambiato poco mentre negli Stati Uniti e in molti Paesi del Nord Europa ci sono state almeno tre rivoluzioni tecnologiche. Per questo la Gelmini accelera sulle riforme. Il cambiamento parte a settembre. Alle elementari (primo e secondo anno) arrivano il maestro unico e gli orari flessibili, scelti dalle famiglie. «Il team con più maestri è stato un errore - ha detto la Gelmini - per i bambini è necessaria una figura di riferimento, saranno molti i vantaggi pedagogici. Mentre con i nuovi orari si rafforza l’autonomia scolastica». All’università, invece, arriva il ”bollino blu”: «Una parte degli stanziamenti sarà legata ai risultati - ha sottolineato la Gelmini - Gli atenei se vorranno avere più soldi dovranno essere virtuosi. Occorre risanare la spesa, basta conti in rosso e moltiplicazione di cattedre e lauree. I corsi inutili dovranno essere tagliati. Nell’anno accademico che sta per iniziare il 7% del Fondo di Finanziamento ordinario, pari a 500 milioni di euro, verrà distribuito secondo criteri meritocratici. Ma ho intenzione di innalzare questa quota al 20-30%, per spingere l’università verso pratiche più virtuose». Ma ci vogliono soldi per dare copertura alle promesse fatte dal governo. Il ministero dell’Istruzione ha fatto i conti e ha stimato che il fabbisogno economico, complessivamente per il 2010, è di 1 miliardo e mezzo di euro, spicciolo più, spicciolo meno (815 milioni di euro per l’università e 689 milioni di euro per la scuola). Dei fondi destinati all’università 160 milioni andranno per il «reclutamento dei giovani ricercatori» e 100 per l’edilizia. Di quelli destinati alla scuola, invece, 25 serviranno alla «costituzione di un fondo per valorizzare il merito» nei licei. Ma i soldi ci sono? La Gelmini non ha i cordoni della borsa e la risposta dovrà darla il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Nell’attesa stanno tutti con il fiato sospeso, a cominciare dal titolare dell’Istruzione per finire ai rettori delle università e ai presidi di scuola. Il miliardo e mezzo è stato calcolato dai tecnici del Miur sulla base degli «impegni» presi dalla Gelmini e sottoscritti dal governo. «Ci sono delle priorità non più rinviabili», ha detto la Gelmini a Berlusconi e Tremonti. Quali? «Scuola, università e ricerca dovranno essere qualitativamente rigorose», è da lì che parte il piano della Gelmini che nel Documento di programmazione finanziaria depositato a fine luglio elenca i mali ma anche i rimedi che intende adottare. «Il sistema universitario del nostro Paese risente di una situazione di arretratezza», inizia così la relazione della Gelmini. Poi prosegue: «Le principali criticità del sistema riguardano in particolare gli esiti dei processi formativi». Poi il ministro snocciola i dati Ocse, anche quelli che evidenziano la scarsità dei finanziamenti italiani: all’istruzione universitaria destiniamo appena lo 0,8 % del Pil, contro una media dell’1,3. Il rapporto studenti-docenti da noi è di 21,4 contro il 15,8 all’estero L’entità della spesa annua per studente per la formazione è di 6.900 euro, contro i 9.600 dei nostri partners. Drammatiche le cifre quando si tocca il tasto dell’internazionalizzazione degli atenei e dei laboratori di ricerca: nelle nostre università solo il 2,1% degli studenti è straniero, contro il 6,5% dei Paesi europei. La situazione peggiora nella ricerca: solo il 4,3% è straniero, la media fuori è del 14,5%!. E si ammette che nella ricerca «la sistematica riduzione dei fondi attuata negli Anni ’90 non ha visto il sistema privato sostituirsi allo Stato». Tra gli obiettivi quelli di «aumentare il numero dei laureati, in particolare nelle discipline tecnico-scientifiche», razionalizzare l’offerta formativa e svecchiare il corpo docente. Quanto alla ricerca, si «dovrà concentrare sui settori-chiave dell’economia.


26 Agosto, La Stampa Cammelli di Almalaurea "Un suicidio per il Paese" "Formiamo ottimi ventenni poi li regaliamo ai concorrenti" di ELISABETTA PAGANI

TORINO Se risparmiassimo qualcosa in più sull’università faremmo una buona cosa». Disse più o meno così, nel 1862, Carlo Matteucci, il terzo ministro dell’Istruzione del Regno d’Italia. «Da allora sono passati quasi 150 anni - osserva Andrea Cammelli, direttore di Almalaurea, servizio gestito da un consorzio di atenei italiani con il sostegno del ministero per mettere in relazione aziende e laureati - ma l’atteggiamento del governo è rimasto quasi intatto».

Secondo l’ultimo rapporto Eurostat, l’Italia destina all’istruzione universitaria lo 0,78% del Pil. Un dato ben più basso della media europea. «Purtroppo è così, in quanto a finanziamenti siamo carentissimi. Dopo di noi chiudono la classifica solo Romania, Lettonia e Malta. Nonostante una spesa pubblica già bassissima, la politica è spesso stata quella dei tagli. E il ministro Gelmini ne ha annunciati di nuovi nel 2010. La sua motivazione? Che l’università in Italia è una Parentopoli. Certo, non lo nego, ma il nostro sistema di studi è già sottofinanziato. Servono nuovi finanziamenti, non riduzioni. Se il governo non investe il rischio è di restare un Paese di serie B».

Qualche tempo fa si è riaperto il dibattito sull’aumento delle tasse universitarie, cosa ne pensa? «Penso che sia una follia, perché disincentiva le iscrizioni. Non scherziamo, abbiamo già il tasso di laureati più basso fra i grandi Paesi europei. E il 72% dei ragazzi conquista il primo titolo della sua famiglia. Sembra incredibile nel 2009, ma purtroppo i dati sono questi».

All’estero si trovano tasse più basse e migliori possibilità di occupazione e guadagno. Insomma, conviene emigrare per studiare? «Io non posso dirlo, però certo, in tanti già lo fanno. Gli italiani iscritti in università straniere sono oltre 40 mila. Un flusso consistente, soprattutto se paragonato a quello in entrata, appena qualche migliaio. Questi dati ci dicono chiaramente che esportiamo capitale umano ma non lo importiamo».

Quindi la fuga dei cervelli non riguarda solo i ricercatori, ma anche semplici studenti. «Noi investiamo molto nell’istruzione primaria e secondaria. Poi ci fermiamo. Formiamo ottimi ventenni e li cediamo ai concorrenti. Che di solito offrono loro gratificazioni economiche e professionali che rendono difficile il ritorno in Italia».

Ma il nostro sistema universitario è davvero così malandato? «Gli aspetti carenti sono molti. Detto questo, ce la caviamo meglio di quanto non si dica. Con il Processo di Bologna abbiamo creato un sistema di valori misurabile e dal 2001, anno in cui è entrata in vigore la riforma, la situazione è molto migliorata. Prima di allora solo il 9,5% degli studenti si laureava in corso, ora è il 42%. Poi certo, fa sorridere pensare che l’espressione “essere fuori corso” è quasi intraducibile, perché è un fenomeno quasi solo italiano. Su questo fronte siamo migliorati molto: prima la discussione della tesi avveniva in media a 28 anni, ora abbiamo guadagnato 4 anni. Ed è fondamentale, sia perché abbiamo quasi colmato il gap con l’Europa sia perché a 24 anni uno studente ha le condizioni psicofisiche perfette per rischiare. A 28 anni meno, si è già più timorosi».

Spesso si dice che l’università sforna solo disoccupati. E che con un semplice diploma si guadagna di più. «È falso. L’università serve e i dati lo dimostrano. Il laureato ha un tasso di occupazione più alto del 9-10% rispetto al diplomato. E lo stipendio non ha paragoni. È logico che se si confrontano un neolaureato di 25 anni e un coetaneo diplomato, che presumibilmente lavora da 5-6 anni, lo stipendio pende a favore di quest’ultimo. Ma nell’arco della vita i guadagni per chi ha un’istruzione superiore sono del 65% più alti».


29 Agosto, da il Tempo.it Gelmini: "Docenti, si cambia" Addio precariato con il tirocinio formativo e la programmazione. Il ministro illustra il decreto che rivoluzionerà la formazione e il reclutamento di maestri e professori. È una rivoluzione che vuole scuotere dalle fondamenta la vecchia scuola agonizzante, una promessa che sta diventando realtà. Al Meeting di Rimini organizzato da Cl il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini si siede, apre una cartella, dispone ordinatamente i fogli che contiene e, senza tanti preamboli, va a illustrare il nuovo regolamento per la formazione degli insegnanti, frutto del lavoro della Commissione presieduta dal professor Giorgio Israel. Che risponde a due esigenze: stop alla piaga del precariato per i docenti e più tirocinio per arrivare in cattedra attrezzati ad affrontare gli studenti. Il mestiere s'apprende facendolo: una regola che va bene per qualsiasi professione figurarsi per l'insegnamento. La prima mossa sarà mandare in cantina le scuole di specializzazione per l'insegnamento, liquidate dalla Gelmini come «una fonte di precariato».

Le Siss vengono dipinte come un sistema di formazione obsoleto e non adatto ai cambiamenti che si vuole introdurre. «Avevano determinato, dopo la chiusura delle graduatorie, la presenza di tantissimi giovani precari che non avevano diritto a un posto». In pratica le Ssis continuavano a sfornare docenti nonostante le graduatorie fossero chiuse. «Oggi iniziamo a progettare un nuovo tassello per il cambiamento del nostro sistema scolastico - ha affermato la Gelmini - un tassello fondamentale, perché riguarda la formazione iniziale dei futuri insegnanti. Prevediamo una selezione severa, doverosa per chi avrà in mano il futuro dell'Italia e sostituiamo alle vecchie SSIS un percorso più snello, di un anno, coprogettato da scuole e università, concentrato nel passaggio dal semplice sapere al saper insegnare».

Un altro tassello importante sarà la programmazione: «È indispensabile una programmazione all'ingresso - ha spiegato Gelmini - e quindi l'accesso a numero programmato alle lauree per la formazione degli insegnanti, cioè sulla base del numero effettivo di bisogno di posti che la scuola evidenzia, diversamente si creano aspettative che diventano delusioni». Il palco di Rimini è stata l'occasione pure per togliersi qualche sassolino dalle scarpe. «Smettiamola di fare distinzioni tra pubblico e privato. Quel concetto di pubblico appartiene al Novecento. La scuola è una sola. Anche il privato è pubblico».

Il ministero dell'Istruzione è impegnato per garantire alla scuola privata i giusti finanziamenti che, ha auspicato Gelmini, possano essere garantiti dalla finanziaria di quest'anno. «C'è una forte attenzione - ha detto il ministro - ci auguriamo che in finanziaria quest'anno non ci siano gli stessi problemi dell'anno scorso». Sul tema del finanziamento alla scuola privata, il ministro ha giudicato «molto interessante» la decisione di «predisporre una commissione ministeriale sulla parità scolastica» da parte del ministero. «Vogliamo che presso gli uffici scolastici regionali - spiega - sia istituita una sezione della commissione parità che si occupi esclusivamente della parità per agevolare gli adempimenti burocratici. Ci sarà uno sforzo sulla valutazione perché non sempre le scuole paritarie possono accedere ai servizi di cui godono le pubbliche».


3 Settembre, Il Corriere.it - di Giovanni Caprara

Ricerca, il piano del governo: giovani, industrie e 7 priorità La bozza del ministero dell’Istruzione e della Ricerca. Obiettivo: unire sapere ed economia

MILANO — Con non poca difficoltà si sta disegnando un piano nazionale della ricerca proiettato fino al 2013. Assieme al riordino degli enti di ricerca avviato dal ministro Mariastella Gelmini, il piano dovrebbe servire per stabilire che cosa fare e come; o, detto in altri termini, come curare un malato la cui diagnosi impietosa è tracciata nelle prime pagine della bozza dello stesso piano che abbiamo potuto leggere: porta la data del 1˚ settembre ed è l’ultima di una serie che testimonia l’arduo lavoro. I mali, ormai sono noti: in sostanza, non si fa ricerca nel pubblico e nel privato quan­to sarebbe necessario e ciò che esiste di buono forma delle nicchie, mai un siste­ma.

INDIETRO TRA I GRANDI - Il concetto è sintetizzato con eleganza burocratica nella prima pagina: «L’intensi­tà dell’attività di ricerca non è allineata a quella dei principali Paesi industrializza­ti », ricordando, poi, con un numero che nelle statistiche internazionali occupiamo il 28˚ posto. Il piano parte volando alto con l’afferma­zione che bisogna «trasformare il sapere in economia» e per far questo «si assegna un valore strategico alla collaborazione pubblico-privata» e che la «ricerca, sia fon­damentale che industriale, è orientata ad applicazioni economiche e sociali». Il regi­sta, contrariamente ad oggi, sarà unico, il Miur, il ministero dell’Istruzione, dell’Uni­versità e della Ricerca. Il documento identi­fica «sette priorità del Paese» che sono: energie alternative, nucleare, agricoltu­ra- ambiente-salute, made in Italy, patrimo­nio artistico culturale, mobilità sostenibi­le, aerospazio. Per far crescere le sette aree si sono scelte sei tecnologie che riguarda­no la genetica, l’energia, i materiali, quelle connesse al funzionamento del cervello, al­l’informazione e all’ambiente. «Il Miur può fornire supporto finanziario per lo svi­luppo con l’obiettivo di contribuire da qui al 2025 allo sviluppo del sistema industria­le nazionale » .

AZIONI E OBIETTIVI - Scendendo nel pratico, ecco le azioni previste per conquistare gli obiettivi. Il ministero destina una quota almeno del 20 per cento delle disponibilità finanzia­rie per i progetti «curiosity driven», più di base, proposti da studiosi di età non su­periore ai 40 anni. Anche gli studi più fon­damentali, si sottolinea, dovranno essere orientati alle sei tecnologie indicate. Per la ricerca industriale si selezioneranno al­cuni grandi progetti a cui parteciperanno imprese grandi e piccole, centri di ricerca pubblici con l’obiettivo di far nascere nuo­ve aziende high-tech. A tal fine sono previste «l’assegnazione di commesse di ricerca nonché il trasferi­mento temporaneo di personale pubblico presso soggetti industriali» e l’organizza­zione di uffici di trasferimento tecnologi­co. Da ministro, Letizia Moratti aveva isti­tuito i distretti tecnologici unendo attori pubblici e privati. Ora bisogna rivalutarli e riorganizzarli. I ricercatori formano in Italia una popolazione troppo anziana per essere produttiva. Per svecchiarla si istitu­isce un fondo «dedicato al reclutamento di giovani ricercatori e/o ricercatori di chiara fama internazionale da assegnare a certi progetti». In aggiunta, «viene stimo­lata la fondazione di scuole internazionali di dottorato con un fondo diretto al reclu­tamento internazionale di dottorandi». Saranno gli stessi enti a istituire e gestire le scuole. Si prevede inoltre «la creazione di dottorati di ricerca industriale focalizza­ti su progetti di sviluppo e con il coinvol­gimento dell’industria». E per facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro si predi­sporrà un sostegno per l’assunzione di post-dottorati per periodi limitati nel tem­po, ma ripetuti. Le infrastrutture Un altro tema critico sono le infrastrut­ture in gran parte inadeguate. Per miglio­rarle il piano varerà anche il recupero di siti industriali. Mentre si guarda alla «cre­azione o al rafforzamento dei centri esi­stenti legati a biofisica, nanostrutture, analisi della materia, nuovi materiali, ae­rospazio, ingegneria sismica, super-calco­lo, biomedicina e beni culturali, si ipotiz­za pure la nascita di un grande centro di ricerca europeo la cui natura non è ben identificata. Si introdurrà, infine, un sistema di rile­vazione delle attività effettuando azioni di controllo per essere certi che i finanzia­menti siano usati con efficacia secondo gli obiettivi. Il metro seguirà i criteri inter­nazionali. «Malgrado le contingenze eco­nomiche — si dice — il reperimento delle risorse necessarie non è tuttavia impossi­bile » . Le risorse pubbliche potranno esse­re integrate con interventi della Bei (Ban­ca europea di investimento). Nella bozza considerata non si approfondisce, però, la voce delle risorse ma si sottolinea la ne­cessità di una concentrazione geografica invertendo la dispersione fin qui seguita. Il regionalismo nella ricerca, insomma, si è rivelato uno spreco.


3 Settembre, Virgiolio.it [23] Ricerca/ Gelmini: Forse in Finanziaria piano giovani ricercatori "Stiamo valutando"

Roma, 3 set. (Apcom) - Il Ministero dell'Istruzione "sta valutando se inserire nella prossima legge Finanziaria" il piano per i giovani ricercatori. Lo ha detto il ministro Mariastella Gelmini, lasciando palazzo Chigi al termine del Consiglio dei ministri di oggi.


5 settembre, Il messaggero.it Università, riforma tradita:tre pubblicazioni e scatta l'assunzione di Anna Maria Sersale

ROMA () - I concorsi per ricercatori? La negazione del merito. Gli atenei abbassano l’asticella e nei nuovi bandi di concorso chiedono un numero esiguo di pubblicazioni scientifiche. Molti si limitano a chiederne tre, quattro o cinque. Mettendo un limite verso l’alto, anziché verso il basso. In pratica viene aggirata la legge. Il sistema varato a novembre per combattere il nepotismo e dare chance ai più bravi stabilisce che la produzione scientifica sia l’unico metro di giudizio (oltre alla valutazione del curriculum). Dunque, dovevano sparire prove scritte e orali che per anni hanno consentito di truccare gli esami. C’era da augurarsi una interpretazione rigorosa di questa legge che avrebbe dovuto garantire criteri meritocratici. Invece, le lobby accademiche ancora una volta hanno forzato i meccanismi del reclutamento. Nei 170 concorsi banditi da 27 università nei mesi scorsi il 50% degli atenei ha tradito la riforma. Con un comportamento eticamente discutibile hanno fissato limitazioni al numero massimo di pubblicazioni presentabili dai candidati e ripristinato prove di idoneità sulla base di titoli non conformi alle nuove regole o previsto la valutazione con esami scritti e orali (aboliti).

Che cosa è accaduto nei mesi scorsi? L’Associazione precari della ricerca ha fatto una rilevazione: «Non che le pubblicazioni si valutino a peso, ovvio, ma la scelta di indicare un così basso numero di lavori è davvero sconcertante», afferma Francesco Cerisoli, biologo di 33 anni, emigrato in Olanda con moglie e figli, che in attesa di poter rientrare ha fondato in Italia l’Associazione. «In alcuni casi i limiti alle pubblicazioni - sostiene ancora Cerisoli - sono talmente bassi da porsi perfino al disotto dei limiti raccomandati dal Cun, il Consiglio universitario nazionale». Il decreto Gelmini aveva come obiettivo quello di combattere il nepotismo, perché nelle nostre università, grazie a un sistema di scambio, con la protezione dei baroni salgono in cattedra mogli, amanti e rampolli.

Ma con la copertura della vecchia legge Berlinguer, mai abrogata, molti atenei continuano ad aggirare la riforma che doveva garantire trasparenza. Però ora, visto il comportamento degli atenei, il ministro promette azioni legali contro chi non rispetta le regole, inoltre il governo prepara un provvedimento per cancellare definitivamente la normativa precedente.

Il limite di 3 pubblicazioni lo ha fissato il Politecnico di Milano per Tecnologie e sistemi di lavorazione, settore Ingegneria. Eppure per questa materia i criteri minimi suggeriti dal Consiglio universitario nazionale parlano di 6 pubblicazioni. Anche l’Università di Sassari, settore Biochimica, chiede 3 pubblicazioni, contro le 5 suggerite dal Cun.

Ma andiamo avanti. Mettono il limite di 4 pubblicazioni l’università dell’Insubria, settore Ecologia (in questo caso il limite è formalmente di 5 pubblicazioni, però viene inclusa la tesi di dottorato e quindi di fatto il limite sulle pubblicazioni è di 4). Si sono attestate a 5, ma sono sempre al di sotto dei criteri minimi, l’università di Cassino, per Progettazione meccanica e costruzione macchine. Ancora il Politecnico di Milano, per Scienza e tecnologia dei materiali; e per Sistemi di elaborazione delle informazioni. Stessa situazione per l’università di Camerino, Disegno industriale e Restauro. Alla Ca’ Foscari di Venezia, Scienza delle Finanze; a Roma Tre, Diritto Privato Comparato e Diritto Romano e dell’Antichità. A Foggia, i concorsi per Storia Medievale; Psicologia Generale; e Didattica e Pedagogia Speciale. A Foggia hanno fatto mea culpa, a Cassino non si sono pentiti. L’elenco dei ”limiti” potrebbe continuare.

Perché avete fissato un tetto ai lavori da presentare? Risponde il rettore del Politecnico di Milano, Giulio Ballio: «Abbiamo chiesto ai ricercatori di autovalutarsi, di selezionare i propri lavori, presentando gli studi migliori, quelli pubblicati su riviste internazionali, perché quello che esce sulle riviste Isi vale molto di più. Tanto, nel curriculum, c’è l’elenco complessivo delle pubblicazioni. Siamo perfettamente in regola con il decreto ministeriale e siamo d’accordo sulle regole meritocratiche». Ma c’è anche un altro problema, non meno preoccupante: il blocco dei concorsi. I 170 banditi sono ben poca cosa rispetto ai 1050 autorizzati tre anni fa da Fabio Mussi. «Fermi anche i concorsi annunciati dalla Gelmini», conclude l’Associazione dei ricercatori precari che non abbassa la guardia.


5 Settembre, l'Unità.it Atenei "virtuosi", miseria e disordine nelle università di Giulio Peruzzi

Da tempo i politici italiani ci hanno abituato al fatto che gli interventi estivi a tutto servono fuorché a innescare pacate riflessioni. Si cerca la visibilità pubblica, si sondano gli umori, sempre pronti a fare marcia indietro qualora il responso non sia quello atteso. E questa estate del 2009 non fa eccezione, nonostante le preoccupazioni legate alla crisi economica mondiale. Per quanto riguarda il settore della formazione e della ricerca, si è fatto un gran parlare della necessità di introdurre i dialetti nell’insegnamento scolastico, si sono presentate (e corrette a posteriori) improbabili graduatorie tra la formazione e la ricerca del nord rispetto a quella del sud facendo d’ogni erba un fascio, si è discusso del valore dei crediti dell’ora di religione negli scrutini scolastici salvo poi emanare regolamenti in contrasto con una sentenza del TAR del Lazio. Senza scordare il fuoco di paglia innescato da due atti della ministra Gelmini: distribuire una piccola percentuale del fondo di finanziamento ordinario (FFO) alle università più virtuose, ed emanare il regolamento dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR). Su questi due atti vale la pena spendere qualche parola. La svolta di introdurre finanziamenti meritocratici, certo una grande novità, pecca a tutt’oggi di una chiara definizione dei criteri usati. Senza contare l’assenza di dati aggiornati. La tabella definitiva con i finanziamenti agli atenei virtuosi è ancora un’araba fenice, tanto che di giorno in giorno qualche rettore annuncia che la sua università è iscritta nella tabella (ultimo quello dell’Ateneo di Siena). Inoltre non è ancora chiaro se e quando questi fondi saranno erogati: un ulteriore problema per la stesura dei bilanci delle università. Ulteriore, perché il taglio previsto di 1441 milioni di euri del FFO nel quinquennio 2009-2013 previsto dalla legge 133 non è stato revocato: dall’autunno di quest’anno tutte le università, virtuose e non, si troveranno in una situazione drammatica. La soluzione delineata nel dibattito estivo? Aumentare le tasse agli studenti. E sull’ANVUR? La ministra, dopo aver bloccato per più di un anno il regolamento attuativo dell’Agenzia sostenendo che quella disegnata dal ministro Mussi era pletorica, ha pensato bene di emanarlo praticamente invariato. Stranamente non si sono letti interventi estivi in cui si facesse una sinossi puntuale dei due testi. Ebbene le differenze sono solo di dettaglio. Per esempio il “search committee”, che deve designare la rosa di nomi dai quali il ministro sceglie i componenti del Consiglio Direttivo (CD) dell’Agenzia, ha una composizione leggermente diversa; la durata del mandato per i membri del CD è di 4 anni (e non 5); l’Agenzia redige un rapporto annuale (e non biennale) sullo stato del sistema università e ricerca. Insomma dettagli. Anche se redigere un rapporto annuale può davvero essere impresa titanica. E anche se nello schema Gelmini si legge a oggi che “in sede di prima applicazione del regolamento, previo sorteggio, sono individuati 2 componenti del CD che durano in carica 3 anni, e 3 componenti che durano in carica 4 anni’’ mentre “gli altri componenti, tra cui il Presidente, durano in carica 5”. Quando mai andrà a regime una simile Agenzia? Sorge spontanea la domanda: perché si è aspettato tanto tempo per emanare il regolamento? Forse non era più rinviabile, forse si voleva comunque mettere il proprio nome in calce a un provvedimento auspicato da tutti togliendo la primazia al precedente ministro.Ma forse la risposta più credibile viene dalla presa di posizione di un noto esponente della maggioranza che in questi giorni ha bollato come “inattendibili” i risultati di una ricerca del Centro Studi della Banca d’Italia sul fatto che gli immigrati non rubano lavoro agli italiani. Ammesso che parta, il lavoro dell’ANVUR potrà sempre essere giudicato inattendibile dalle “competenti” autorità politiche.


6 Settembre, il Secolo XIX.it e LiberoNees.it UNIVERSITA': GELMINI, SPESSO SOLDI SPESI MALE Cernobbio (Como)(Adnkronos) - "Il problema dell'universita' italiana non sono solo le risorse ma e' anche come queste risorse vengono spese. Spesso i soldi vengono spesi male. Rispetto all'anno scorso abbiamo fatto passi in avanti introducendo la rivoluzione culturale del merito, abbiamo rifatto le regole per i concorsi rendendoli piu' trasparenti e ridotto del 20% i corsi di laurea inutili". Maria Stella Gelmini, ministro dell'Istruzione, ha difeso cosi' la riforma del suo governo nel suo intervento al workshop Ambrosetti in corso a Cernobbio.

Per Gelmini, "per la prima volta quest'anno i soldi sono stati dati alle universita' in base alla qualita' degli atenei. Questa e' una rivoluzione nel nostro paese. Per la prima volta sono state premiate le universita' migliori". Il ministro ha poi ricordato che sono stati stanziati 6 milioni di euro per favorire il rientro dei ricercatori dall'estero e ha concluso l'intervento affermando che "la scuola non e' ne' di destra ne' di sinistra, non appartiene al sindacato, appartiene al paese".


7 settembre, dalla Stampa.it Concorsi negli atenei, aggirata la riforma. L'ira dei ricercatori: «Ma quale meritocrazia? Dalla Gelmini solo promesse» di FLAVIA AMABILE

Però alla fine rettosauri e baroni la spuntano sempre. Da un anno il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini parla di merito, di lotta alle rendite di potere. Lo scorso dicembre è riuscita a modificare le norme per le selezioni, promettendo migliaia di posti da ricercatore in più e tanta meritocrazia. In realtà non ha ancora nemmeno avviato le procedure per formare le commissioni dei concorsi dal 2008 in poi. «Da due anni le selezioni sono bloccate», denuncia l’Apri, l’Associazione precari della ricerca italiani.

Le regole ignorate Non del tutto. Alcune sono partite, l’Apri le ha esaminate e stilato una classifica per nulla lusinghiera: su 26 atenei dove stanno per avere il via i concorsi da ricercatore solo 12 sono promossi per aver rispettato le regole della riforma Gelmini. Gli altri hanno fatto di testa loro. Nella sua legge il ministro aveva previsto il sorteggio delle commissioni tra rose di eletti e eliminato le prove scritte ed orali, in passato usate spesso dai commissari per favorire alcuni candidati invece di altri. Al loro posto chiedeva che il giudizio avvenisse sulla base di criteri oggettivi come titoli e pubblicazioni.

Fatta la legge, trovato l’inganno. Il provvedimento della Gelmini non precisa nulla su eventuali limiti alle pubblicazioni da presentare. Quindi su questo punto, chi vuole, può far valere la norma voluta nel 1996 da Luigi Berlinguer allora ministro, che prevedeva un tetto per evitare che le procedure del concorso si allungassero troppo. Risultato: a Sassari la Facoltà di Scienze Matematiche l’11 agosto ha bandito un concorso per un posto da ricercatore decidendo un limite di 3 pubblicazioni. E chi ne avesse 25 al suo attivo? Verrebbe valutato allo stesso modo, alla faccia della meritocrazia. Qualcuno potrebbe obiettare che questo avviene in Sardegna o al Sud. Invece ecco uno splendido bando del Politecnico di Milano del 3 luglio scorso per 3 posti da ricercatore: anche in questo caso c’è un tetto di 3 pubblicazioni. La classifica stilata dall’Apri sugli ultimi otto mesi di concorsi banditi non lascia dubbi: il limite alle pubblicazioni esiste in tutte le selezioni dell’Università di Camerino, di Cassino, del Politecnico e della Cattolica di Milano, del Sant’Anna di Pisa, dell’Università Europea di Roma, della Telematica E-Campus, della Telematica Unisu, e di Venezia Iuav. Ma ne fanno largo uso anche Roma Tre (8 bandi su 10), il Piemonte Orientale (8,2 su 10), l’Insubria (7,5 su 10) e la Sissa di Trieste (5 su 10).

L’intervento del Tar Il limite è già stato considerato irregolare da una sentenza del Tar che ha annullato un concorso alla Facoltà di Medicina a Palermo. Ma gli atenei vanno avanti e allora l’Apri ha chiesto all’Unione Europea di intervenire. «Il reclutamento in Italia non è basato su criteri meritocratici e quindi, vengono fissate delle soglie che, nella grandissima maggioranza dei casi, coincidono esattamente con i limiti del candidato che si vuole favorire», denuncia l’associazione. Non è l’unica irregolarità. Il decreto Gelmini eliminava le prove scritte e orali? Fa nulla: le prove vengono usate lo stesso all’università di Foggia, di Palermo, del Sannio, alla Telematica E-Campus, la Telematica Unisu, all’Università della Tuscia. Elenco un po’ ridotto rispetto a due mesi fa quando anche il Politecnico di Milano aveva provato a inserire prova scritta e orale e anche una commissione senza sorteggio. La valanga di proteste ha indotto l’ateneo a modificare rapidamente il bando.

E poi c’è la questione dei professori che devono insegnare gratis, ancora una volta alla faccia della meritocrazia. Il prossimo anno accademico all’università di Pisa almeno 204 su 264 docenti non guadagneranno nemmeno un centesimo per i loro corsi. E’ un fenomeno presente in tutt’Italia, e esploso negli ultimi mesi grazie ai tagli decisi lo scorso novembre. In alcuni casi i bandi lo scrivono in modo esplicito, come fanno le Facoltà di Economia e Giurisprudenza di Bari. In altri casi, si usa una formula indiretta e si chiede soltanto al candidato la disponibilità a lavorare gratis e a firmare una dichiarazione scritta. Inutile sottolineare che è un’anomalia tutta italiana.


7 Settembre, La Stampa.it Gelmini: la riforma funziona. di FLAVIA AMABILE

Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione, a nove mesi dal via libera alla sua riforma, chi lavora nelle università sostiene che nulla è cambiato. Come ministero, ad esempio, non avete ancora avviato le procedure per formare le commissioni dei concorsi degli ultimi due anni. Invece di far assumere migliaia di ricercatori, come promesso, avete semplicemente bloccato la macchina. «E’ una questione procedurale. C’è stato un allungamento dei tempi per una serie di responsabilità congiunte, ma ora stiamo cercando di intervenire per rimettere in moto il più in fretta possibile la macchina dei concorsi».

Anche la sua riforma che prometteva selezioni sulla base di soli elementi oggettivi è stata ampiamente aggirata dagli atenei inserendo un tetto alle pubblicazioni da presentare: chi ha 500 pubblicazioni vale quanto chi ne ha 5. «E’ inaccettabile, si tratta di una distorsione che va nella direzione opposta al merito che avevo impresso alla legge. Stiamo provvedendo studiando regolamenti e un emendamento esplicativo per porre fine a questa pratica che rappresenta il segnale peggiore che quest’università può dare».

Gli atenei fanno finta di non sapere anche che la sua legge ha cancellato le prove scritte e orali o che le commissioni devono essere realizzate con sorteggio. «La legge va rispettata e faremo di tutto per evitare queste irregolarità. Abbiamo avvertito le università che non accetteremo comportamenti di questo genere e che li denunceremo».

Sembra poco in linea con il merito e la qualità anche il proliferare in questi ultimi mesi di docenti gratis in quasi tutte le università italiane. «Anche questa è una modalità che non convince. L’università verso cui vogliamo andare prevede solo professori ordinari. Vogliamo eliminare i contratti a termine, i docenti esterni e tutti i contratti e contrattini che oggi ruotano intorno agli atenei».

Negli ultimi mesi sono aumentati invece che diminuiti. Come pensate di intervenire ora? «Abbiamo previsto delle norme previste per il taglio dei corsi inutili e per la selezione del personale. Gli atenei ora sanno, ad esempio, che più contratti esterni hanno minori sono i finanziamenti che riceveranno. Ci sembra il miglior deterrente possibile».

Concorsi bloccati, norme aggirate, abbassamento della qualità dei docenti: sono trascorsi nove mesi dalla sua riforma e il bilancio non sembra dei migliori. «Siamo molto soddisfatti. Quando si avvia una rivoluzione all’inizio è inevitabile che si crei qualche difficoltà, qualche problema di assestamento, ma il risultato più importante è aver posto in primo piano la cultura del merito, la lotta alle rendite di posizione e a certi modi di fare che stavano distruggendo l’università italiana. Con il passare del tempo la riforma avrà il modo di far valere in pieno i suoi effetti sulla qualità degli atenei, dei loro corsi e degli studenti che vi studiano».


8 Settembre, la Stampa.it, di ELENA LISA "Ma quale boicottaggio? La colpa è del ministro" Il rettore del Politecnico di Milano sulla riforma "Sono furibondo, concorsi fermi per i suoi ritardi"

MILANO - Rettore del Politecnico di Milano dove si è laureato a pieni voti nel '63, Giulio Ballio, 69 anni, a meno di uno dallo scadere del suo mandato è nel mirino del ministro Gelmini, che accusa lei e altri colleghi di aggirare la riforma sull'Università. Davvero boicotta la Gelmini? «Non ne ho la minima intenzione. Anzi, per certi versi l'applaudo. Bene ha fatto, per esempio, a semplificare i concorsi. Riducendo l'esame alla valutazione del curriculum e a un colloquio col candidato, la Gelmini ha snellito le selezioni: la prova scritta, finalmente, è stata abolita anche in Italia».

Ecco, appunto: una norma nel disegno di legge che il Politecnico di Milano ha puntualmente disatteso. «E' stata una svista, lo riconosco. Nelle modalità di un concorso, bandito a luglio e scaduto 15 giorni fa, la prova scritta non era stata depennata. Ma ci siamo subito corretti tornando ai parametri imposti dal disegno di legge. E senza polemiche».

Però l’Associazione ricercatori precari vi ha scritto anche una lettera ufficiale che fa riferimento al numero di articoli su riviste specializzate che il candidato deve allegare al curriculum. Il ministro Gelmini ha eliminato il limite massimo, così che l’esaminato, ancora prima del colloquio, possa dimostrare il suo valore anche attraverso la quantità di pubblicazioni.Se s'impone un tetto, invece, tutti appaiono meritevoli allo stesso modo… «Certo, capisco l'obiezione. Ricordiamoci però che se il tetto non è imposto dal disegno Gelmini, è facoltativo secondo un'altra legge ancora in vigore, la Berlinguer. Il Politecnico di Milano, nel bando del 3 luglio scorso per l'assunzione di tre ricercatori, ha rispettato sia l'uno che l'altra. Abbiamo infatti chiesto che, nella domanda, il candidato elencasse tutte le pubblicazioni ottenute e anche che scegliesse, in un numero massimo imposto da noi, le migliori».

Quindi non un aggiramento del disegno di legge, ma una conferma che lo approva in ogni passaggio? «Non esageriamo. Non sono d'accordo ad esempio col fatto che si reclutino i ricercatori, come i docenti, da liste nazionali di idoneità. Ogni Università investe minimo tre anni nella formazione di un giovane ricercatore, e non trovo logico, poi, che questo venga assunto in altri atenei».

Quanti concorsi avete bandito dall’entrata in vigore del decreto? «Tre. Ed è un tasto dolente che mi rende furibondo. È un fatto grave che non riguarda solo il Politecnico di Milano. I concorsi sono bloccati e lo resteranno fino a che il ministro non nominerà le commissioni per decidere le assunzioni di docenti e ricercatori».

Il ministro Gelmini, ieri, ha parlato di un rallentamento dovuto a «questioni procedurali». «Già. Significa che per alcuni settori non c'è il numero minimo per formare le commissioni. Uno scandalo. Due anni fa avevamo assunto 400 ricercatori in 24 mesi. E oggi ci troviamo di fronte a persone valide che potrebbero lavorare nei 100 posti in attesa di concorso. E' un'attesa che sta frustrando le aspettative degli studenti. Molti di loro sono già partiti per la Finlandia, gli Stati Uniti, la Francia e l'Inghilterra».

Proprio sul recupero dei «cervelli in fuga» il disegno della Gelmini prevede che gli atenei italiani possano richiamare studiosi impegnati all'estero per coprire posti di lavoro. È una possibilità che prenderete in considerazione? «Parliamoci chiaro: al di là dei discorsi d'immagine, la questione dei "cervelli in fuga" è un problema che va affrontato con serietà. Se si spera nella bacchetta magica, meglio lasciar perdere».

Ha l'impressione che il tema non sia trattato a dovere? «Non sono il solo. Forse il ministro dell'Istruzione non sa che per il rientro di ogni studente le università devono mettere in bilancio milioni di euro d'investimento. I ricercatori torneranno in Italia solo quando gli atenei riusciranno a dar loro le condizioni trovate all'estero. Non basta un ottimo stipendio per innovare. Occorre che lo studioso lavori in strutture qualificate, con attrezzature all'avanguardia, affiancato da personale competenti. Ci stiamo ancora leccando le ferite per la legge Tremonti. Siamo senza risorse».

E anche senza una legge… «Infatti. Che il ministro Gelmini sveltisca l'iter legislativo, altrimenti il sistema università in Italia andrà a picco. E se in quanto rettore sono felice di sapere che i nostri studenti saranno i primi a essere richiesti all'estero, in quanto italiano mi dispiace un sacco».


8 Settembre [24]FIORONI (PD), RIFORMA GELMINI E’ NECROLOGIO (AGI) – Trieste, 7 set. – “Quella del ministro Gelmini non e’ una riforma della scuola e dell’Universita’, ma un necrologio”. Lo ha affermato oggi, a Trieste, in una serie di incontri politici, uno dei quali al Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico di Duino (Trieste), Giuseppe Fioroni, parlamentare del Pd ed ex ministro della Pubblica istruzione. “Tremonti e Gelmini – ha spiegato Fioroni – hanno in testa, dal 1 gennaio 2010, con la piu’ grande sottrazione di fondi ordinari, non di riformare l’universita’ ma di smantellarla. Con il taglio del 70% del fondo ordinario – ha aggiunto Fioroni – le universita’ italiane non possono sopravvivere e dovranno per forza, le migliori, trasformarsi in fondazioni di diritto privato, mentre tutte le altre andranno incontro alla morte per asfissia”. L’esponente del Pd – in Friuli Venezia Giulia per appoggiare la candidatura di Dario Franceschini alla segreteria nazionale e di Debora Serracchiani in regione – si dice d’accordo “per una scuola e una universita’ seria, ma che siano aperte a tutti e dove il merito faccia la differenza”.


9 Settembre, dal sito imille [25]Università: dalla Gelmini è arrivato un bastimento carico di...

Era stato preannunciato dai soliti bene informati sulle segrete cose del Ministero per l'Università e la Ricerca, se l'aspettavano in agosto. E adesso Rettori e Presidi di tutta Italia stanno disperatamente studiando. Mariastella Gelmini ha appena firmato una nota lunga ventitré pagine, intitolata: “Ulteriori interventi per la razionalizzazione e qualificazione dell’offerta formativa". Si tratta di prescrizioni molto dettagliate che rivedono in parte il D.M. n. 270/2004, alle quali le università statali saranno obbligate ad uniformarsi se vogliono che i propri corsi di laurea siano accreditati dal ministero, un "aggiornamento" dei criteri fissati per la copertura dei requisiti minimi quantitativi per l'attivazione dei nuovi corsi di studio. L'indirizzo generale è perentorio. La 270 non è bastata. Occorre ridurre ulteriormente il numero dei corsi di studio e limitare le sedi decentrate. Su quest'ultimo punto la direttiva ministeriale lamenta l'eccessiva proliferazione dei decentramenti "che hanno oggi raggiunto un numero estremamente elevato e difficilmente sostenibile, atteso tra l'altro il fatto che in oltre 70 sedi è attivo un solo corso di studio e in ulteriori 30 ne risultano attivati solo 2". A questo numero eccessivo di sedi universitarie ha fatto riscontro "un incremento significativo del numero dei docenti di ruolo", ma soprattutto "dei professori a contratto, esterni ai ruoli universitari. Escludendo gli incarichi per attività didattiche integrative, i professori a contratto sono cresciuti del 67% tra l'a.a. 2001/2002 (20.848) e l'a.a. 2007/2008 (34.726)". A giudizio del ministero tutto ciò risponde "a logiche interne di sviluppo degli atenei o di loro diffusione territoriale senza un reale riscontro positivo in termini di risultati conseguiti". Ne consegue che "è invece necessario incentivare le Università a dimensionare la propria offerta didattica secondo principi di qualità e sostenibilità. (...) Requisiti e caratteristiche delle sedi decentrate... costituiranno l'oggetto di appositi imminenti interventi ministeriali".

Ma veniamo ai corsi di laurea. Troppi, secondo il Ministro. Nell'anno accademico 2008/2009 "considerando i soli corsi aperti alle immatricolazioni 'pure' (cioè corsi di I livello e cicli unici), si contano in totale 3.214 corsi. (...) Va comunque rilevato che i dati relativi all'a.a. 2009/2010 sembrano indicare una prima diminuzione del 13,33% rispetto allo scorso anno". Ma è ancora poco: "Questo processo va incentivato ed accelerato". E, soprattutto, non si dovrà barare trasformando in "curricula" i corsi di laurea soppressi: "contrariamente a quanto è avvenuto per i corsi di studio, il numero dei curricula inseriti nella Banca dati rispetto allo scorso anno è sceso solamente di 114 unità (-1,38%); ciò significa che, mediamente, nell'a.a. 2008/2009 circa il 48% dei corsi attivati contiene al proprio interno almeno 2 curricula, tale percentuale è salita a oltre il 68% nell'a.a. 2009/2010". In che consiste la cura? Alcune prescrizioni molto dettagliate dovrebbero scoraggiare l'istituzione di un numero eccessivo di corsi di laurea, obbligando gli atenei a tenere conto delle "restrizioni al reclutamento del personale di ruolo delle Università statali disposte dalla predetta legge n. 1/2009 per il triennio 2009-20011". Dunque, per l'attivazione dei nuovi posti, non di potrà tenere conto della programmazione di nuovi docenti, bensì dei docenti andati in pensione, ai quali affidare eventualmente contratti di insegnamento. Una soluzione macchinosa e paradossale rispetto all'esigenza di svecchiamento.

La nota della Gelmini minaccia "apposite modalità di penalizzazione per le Università con corsi di studio aventi un basso numero di immatricolazioni e caratterizzate da una bassa utilizzazione della propria docenza di ruolo" e "premi" per le università che effettueranno: "un grado di razionalizzazione dell’offerta più elevato rispetto ai livelli minimi/massimi previsti". Punizioni e premi annunciati, per ora, in termini assai vaghi. Va infine rilevata l'assoluta schizofrenia tra diagnosi e terapia. Quanto alla diagnosi il documento del Ministero contiene giuste osservazioni sul basso numero di studenti universitari in Italia (l'andamento delle iscrizioni è in netta diminuzione), sull'altissimo numero di fuoricorso e di rinunce agli studi (20% non passano al secondo anno), sulla scarsa mobilità degli studenti (79,6% degli immatricolati sceglie di iniziare il proprio percorso formativo nella regione di residenza), sulla scarsa partecipazione - solo 1,3% - al programma Erasmus (ma con quali borse di studio?). La terapia già di conosce: meno soldi agli atenei. La ministra Gelnini e il Governo rimangono in guerra col sistema universitario italiano: la riduzione dei fondi sarebbe l'unico modo per curare il malato. “Il problema dell'università non è solo il finanziamento" aveva detto già in luglio la Ministra, "Solo evitando sprechi e soldi gettati per sostenere un sistema inefficiente è possibile che l'università italiana torni a vivere" aveva aggiunto il prof. Gaetano Quagliariello, vicepresidente vicario dei senatori del Pdl. Insomma, l'Alitalia "nazionale" andava salvata ad ogni costo, l'università no.


10 Settembre, il Corriere.it di Giovanni Caprara FOCUS - SCIENZA E SVILUPPO I privati «grandi assenti» nella ricerca

Occorre organizzare un sistema di «governance» a monte che sia trasparente ed efficiente E' la prima volta che, mentre il governo attraverso il mini­stro Mariastella Gelmini af­fronta il piano di ricerca nazionale e la riforma degli enti ad essa dedicati, l’iniziativa del mondo scientifico si apre e diventa più seriamente parte­cipe del dibattito che simili provvedi­menti richiedono. La posta in gioco è elevata e condizionerà il futuro, quindi è tanto più necessario condi­viderla. Forse all’origine del maggior impegno degli scienziati sulla politi­ca che li riguarda c’è anche la consa­pevolezza di trovarsi sull’orlo di un baratro: o si cambia o si sprofonda e non solo nei laboratori ma nell’eco­nomia del Paese. Perché scienza, tec­nologia e sviluppo sono i tre volti della realtà odierna.

Nel pacchetto di stimolo di 787 mi­liardi di dollari approvato dal presi­dente americano nel febbraio scorso per aiutare l’uscita dalla crisi si preve­devano 19 miliardi di dollari anche per la ricerca, in un Paese che già in­veste ogni anno 350 miliardi di dolla­ri corrispondenti al 2,7 per cento del prodotto interno lordo e che attira scienziati da tutto il mondo. È pro­prio da qui che arriva un interessan­te documento elaborato dai ricercato­ri italiani che lavorano negli Stati Uniti e sono riuniti nella Fondazione Issnaf (Italian Scientists and Scho­lars in North America Foundation). Il documento che hanno elabora­to («Punti chiave per una rifor­ma della ricerca in Italia») sarà presentato il 21 set­tembre all’Università Boc­coni assieme al «Gruppo 2003» formato da ricer­catori impegnati a livel­lo nazionale su questo fronte. Altri incontri se­guiranno con varie orga­nizzazioni scientifiche, in­dustriali, politiche e con le Università.

Il documento, di cui anticipia­mo i contenuti, segue lo scopo della Fondazione che è quello di partecipa­re al rinnovamento del sistema italia­no con una cognizione di causa a li­vello internazionale difficilmente eguagliabile. Soprattutto avanza del­le proposte partendo da una consape­volezza reale dei problemi che carat­terizzano situazioni talvolta incredi­bili. Ad esempio: «Nelle università italiane, circa la metà dei fondi devo­luti per la ricerca è utilizzata per pa­gare salari allo staff universitario, sulla base del presupposto (non veri­ficato adeguatamente) che gli accade­mici spendono metà del loro tempo per la ricerca e metà del tempo per l’insegnamento». Capacità e risultati da dimostrare sono evidentemente un optional.

Quattro tipi di interventi sono sug­geriti dalla Fondazione per affronta­re la situazione e cambiarla.

1) Il sostegno alla ricerca . Consta­tando carenti i finanziamenti si pro­pone un aumento della spesa alme­no al livello della media europea dei 27 Paesi: da 1,1 per cento del prodot­to interno lordo all’1,74 per cento. I denari non devono essere distribuiti a pioggia come si continua a fare og­gi, ma concentrati in aree con mag­gior impatto scientifico-sociale e probabilità di successo. Ciò dovrà es­sere accompagnato da un doppio sforzo: diffondere l’importanza degli investimenti e tagliare la burocrazia.

2) Il governo della ricerca. Oggi gli attori di questa scena sono troppi e dispersi tra enti e ministeri produ­cendo inefficienze e sperperi. «Rifor­mare i cosiddetti enti di ricerca sen­za introdurre un sistema di gover­nance a monte trasparente ed effi­ciente appare uno sforzo inutile». La riposta migliore consiste nel creare un’Agenzia di coordinamento della ricerca italiana (Acri) che agisca da interfaccia tra il mondo politico e quello scientifico/accademico. Se­guendo le direttive del governo do­vrebbe stabilire gli indirizzi generali e come distribuire le risorse a sei di­partimenti: biologia e medicina, in­gegneria e informatica, scienze fisi­co- chimiche e matematiche, energia e ambiente, agricoltura, scienze uma­ne e sociali. I sei organismi devono godere di autonomia nella gestione pur rispondendo all’agenzia. «Ciò porterebbe alla riduzione delle spese amministrative, ad una maggiore au­tonomia della ricerca dalla politica e ad una migliore risposta ai bisogni del Paese». Gli Stati Uniti hanno due efficienti centri decisionali di questo genere: l’Office of Management and Budget e l’Office of Science and Tech­nology Policy che fanno parte dell’uf­ficio del Presidente.

3) Meccanismi di governo . Ri­guardano l’assegnazione dei fondi e la verifica dei risultati. La prima de­ve avvenire secondo criteri di merito e competitività. Per la verifica, il si­stema di peer review con una compo­nente internazionale essenziale, de­ve essere accompagnato da regole chiare che assicurino trasparenza e impediscano il conflitto di interessi. La verifica sarà periodica per control­lare che si risponda agli obiettivi.

4) Governo, università, indu­stria. «Sotto qualunque aspetto si vo­glia esaminare l’influenza di un pae­se moderno, l’efficacia del rapporto tra industria, scienza e governo è centrale per lo sviluppo industriale ed economico». Qui le proposte par­tono da uno dei punti più critici, cioè dallo scarso investimento priva­to nella ricerca. Nel rapporto pubbli­co/ privato è soprattutto quest’ulti­mo che è drammaticamente inade­guato rispetto agli altri Paesi, alcuni dei quali superano anche il 70 per cento. Paradossalmente, in propor­zione risulterebbe «teoricamente suf­ficiente » la quota pubblica mentre quella privata da noi sfiora a fatica il 49 per cento.

Che fare? Innanzitutto rafforzare i distretti regionali con competenze specializzate, sostenere incentivi eco­nomici e fiscali a favore delle impre­se che spendono in ricerca. Per le università sono da premiare quelle che dimostrano di raggiungere i ri­sultati nelle ricerche con una ricadu­ta sul sistema economico ma garan­tendo loro maggiore autonomia nel­la propria politica, nelle assunzioni e nei rapporti con l’industria. Si propo­ne inoltre un sistema per il sostegno di nuove imprese, incluse istituzioni finanziarie specializzate, però, in queste operazioni. Altro fronte sono i rapporti con l’Unione Europea della quale utilizzare i finanziamenti co­munitari per agevolare il sistema in­dustria- ricerca. «Attenti, però, che l’Unione e non il governo italiano de­cide cosa fare con fondi europei».

Tra le proposte della Fondazione Issnaf e il Piano nazionale di ricerca in preparazione da parte del mini­stro Gelmini ci sono disparità ma nu­merosi punti di convergenza. E non potrebbe essere diversamente per­ché la soluzione dei problemi italia­ni per la ricerca non può essere di si­nistra o di destra. Ha a che fare con la struttura e l’amministrazione del Paese, i cui criteri di base non sono da interpretare dalle segreterie dei partiti ma da rispettare secondo rico­nosciute regole internazionali.


12 settembre, l'Unita'

La Gelmini mette a diete gli Atenei: tagliate gli sprechi, troppi docenti Il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, chiede un'ulteriore dieta agli atenei italiani. perchè se tra il 2008 ed il 2009 i corsi universitari sono diminuiti, il taglio ancora «non basta», bisogna fare di più per eliminare quelli inutili. È il senso della nota che la responsabile del miur ha inviato ai rettori delle università italiane e ai loro direttori amministrativi negli scorsi giorni. titolo della «missiva»: "Ulteriori interventi per la razionalizzazione e qualificazione dell'offerta formativa nella prospettiva dell'accreditamento dei corsi di studio". Tradotto: tagliate gli sprechi o i nuovi corsi rischiano di non essere accreditati dal ministero.

La gelmini parte da un dato: l'attuazione della riforma (il cosiddetto 3+2) non ha prodotto «i risultati attesi». gli studenti che passano dalle superiori all'università sono in calo, gli abbandoni tra primo e secondo anno restano alti e gli studenti si muovono troppo poco. al contempo, però, l'università si è ingrassata: «sono fortemente aumentate - fa notare il ministro - le dimensioni dell'offerta formativa». Dunque la legge 270/04 per l'accreditamento dei corsi (con indicati i requisiti minimi) non è bastata. a questo punto interviene la Gelmini che vuole più tagli, confortata dai numeri: nell'anno accademico 2009/2010 saranno attivati 4.842 corsi, il 13,33% in meno rispetto al 2008. «si tratta di una prima diminuzione - sottolinea il ministro - ma questo processo va incentivato e accelerato».

Fa notare Gelmini: i corsi erano cresciuti del 32% rispetto a quelli attivi prima della riforma. il 13,33% in meno di quest'anno, di conseguenza, non basta. Il ministro chiede ai rettori una università più snella e traccia anche la via per arrivarci: meno corsi con pochi studenti e meno docenti. sono infatti aumentati di troppo (+20% dal 2000 al 2008, due volte e mezzo le immatricolazioni) i prof di ruolo e sono cresciuti «sensibilmente» i professori a contratto (+67% dal 2001 al 2008).

Come far dimagrire gli atenei? La ricetta Gelmini prevede, tra l'altro, l'eliminazione dei "piani di raggiungimento": prima si potevano attivare corsi anche senza tutta la dotazione organica in attesa di assunzioni, adesso non si potrà più. vanno poi innalzati i numeri minimi di studenti immatricolati per attivare i corsi. Chi non lo farò rischia la «penalizzazione finanziaria». Per frenare la proliferazione dei corsi il ministro chiede che ogni esame preveda non meno di 6 crediti. dovranno infine essere limitati i crediti extra universitari accettati dagli atenei e andrà aumentata l'efficacia della valutazione interna.


15 Settembre, da uniriot.org [26] Intervista al ministro Mariastella Gelmini di Lorenzo Salvia

... E per l’università? Quando crede che arriverà in porto la riforma?

«Tra ottobre e novembre partirà l’esame in Parlamento, spero che il prossimo anno sia operativa».

Anche quest’anno ci sono stati er­rori nei test d’ingresso. È un model­lo da modificare?

«Per medicina c’era solo un errore sul sito internet, l’abbiamo corretto e il quesito sarà conteggiato. Mentre per architettura stiamo valutando se non tener conto di una domanda che forse non era chiara. In futuro i test non saranno più gestiti dalle singole università ma nazionali, per ogni fa­coltà. Così sarà possibile indirizzare ogni ragazzo verso la facoltà più adat­ta al suo talento ed al suo merito».


15 Settembre, da università.it Gelmini mette “a dieta” gli Atenei: tagliate gli sprechi, troppi docenti

Bisogna razionalizzare l’Università. È questo il senso della missiva che negli scorsi giorni il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, ha inviato ai rettori delle Università italiane e ai loro consigli di amministrazione. Quello che chiede Gelmini è un taglio ancora maggiore, non basta infatti contrarre le facoltà, è necessario anche eliminare i corsi “inutili”. La lettera, dal titolo “Ulteriori interventi per la razionalizzazione e qualificazione dell’offerta formativa nella prospettiva dell’accreditamento dei corsi di studio” spiega infatti che l’attuazione della Riforma (il cosiddetto 3+2) non ha prodotto “i risultati attesi”.


Gelmini parla con dati alla mano: gli studenti che si iscrivono all’Università sono in calo, gli abbandoni tra primo e secondo anno restano alti e gli studenti si muovono troppo poco. Di contro a questa situazione però, rileva Gelmini “sono fortemente aumentate le dimensioni dell’offerta formativa”. Occorre quindi, per il ministro, che l’Università italiana si metta “a dieta”: nell’anno accademico 2009/2010 saranno attivati 4.842 corsi, il 13,33% in meno rispetto al 2008. Ma non basta, questa è “una prima diminuzione - sottolinea il ministro - ma questo processo va incentivato e accelerato“. Con la riforma infatti, fa notare Gelmini “i corsi erano cresciuti del 32% rispetto a quelli attivi prima della riforma. il 13,33% in meno di quest’anno, di conseguenza, non basta“. I tagli andranno effettuati quindi sui docenti, aumentati del 20% dal 2000 al 2008 e, per quelli di ruolo, aumentati , rispetto a quelli a contratto del 67% dal 2001 al 2008.


16 Settembre, Apcom.it Università/ Gelmini: Le lauree 3+2 sono state un fallimento Milano - Bocciata. La riforma dell'università voluta dal ministro Luigi Berlinguer, che ha istituito le lauree 3+2 "non ha prodotto i risultati attesi". Lo sostiene il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini in un documento che è stato recapitato ai rettori degli atenei nei giorni scorsi. Come riportato da La Stampa, nella lettera il ministro sottolinea il calo del numero dei diplomati che si iscrivono all'università e sottolinea il "costante aumento" dei fuori corso, mentre un giovane su cinque abbandona alla fine del primo anno. Una situazione di grave difficoltà, alla quale si aggiunge un altro problema: "Sono invece fortemente aumentate - scrive Gelmini - le dimensioni dell'offerta formativa e i costi, anche a causa della proliferazione delle sedi decentrate, un numero estremamente levato e difficilmente sostenibile". Il ministro punta di nuovo il dito contro le sedi poco efficienti: "In oltre 70 sedi è attivo un solo corso, in 30 due. [...] Appare difficile sostenere che questo aumento costituisca una risposta efficiente alle esigenze di miglioramento dell'offerta e della sua attrattività. Sembra anzi che risponda a logiche interne degli atenei o di diffusione territoriale". Ad aumentare non sono solo le sedi, ma anche i docenti, cresciuti del 20 per cento in dieci anni, "pari a due volte e mezzo l'aumento delle immatricolazioni. Si è inoltre verificato - aggiunge il ministro - un sensibile aumento del numero dei professori a contratto, esterni ai ruoli universitari, cresciuti del 67%". Come rispondere a questa situazione? Il ministro Gelmini invoca "una partecipazione molto incisiva del sistema universitario statale agli obiettivi di contenimento della spesa pubblica". Il che significa riduzione dei corsi di laurea e pieno utilizzo dei docenti. "I corsi con un numero di immatricolazioni inferiore ai valori minimi - ha ripetuto Gelmini - vanno disattivati".


16 Settembre, ASCA [27] Roma, 16 set - Il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini ha incontrato questo pomeriggio Antonio Iavarone, professore di Neurologia e Patologia all'Institute for Cancer Genetics della Columbia University Medical School di New York. Lo riferisce una nota del Miur. Dopo aver denunciato il nepotismo dell'universita' italiana, nel 2000 Iavarone fu costretto a trasferirsi negli Stati Uniti per continuare i suoi studi sui tumori al cervello dei bambini. Lo scorso agosto ha realizzato una scoperta che potrebbe portare a nuove terapie contro i tumori al cervello e le malattie neurologiche. Con il ministro Gelmini - ha affermato il prof. Iavarone - abbiamo discusso di Universita' e Ricerca in Italia, della creazione di Centri di Ricerca d'eccellenza e di come spezzare il regime clientelare che vige nelle universita' italiane.


17 Settembre, La Stampa.it, di FLAVIA AMABILE Atenei, si cambia

In un decreto presto in consiglio dei ministri il giro di vite del ministro Gelmini sui corsi di studio, docenze a contratto e gratuite

Dal 2010 le università non potranno più barare: dovranno ridurre il numero di corsi e di docenti a contratto, o addirittura senza stipendio. Il decreto è quasi pronto, ora è all’esame del Comitato Nazionale per la Valutazione per un parere tecnico, e il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini vorrebbe presentarlo ufficialmente entro fine mese, o al massimo agli inizi di ottobre. Soltanto le nuove regole sul numero dei crediti dovrebbero prendere la strada del disegno di legge. L’obiettivo è di rendere le novità operative già a partire dal prossimo anno accademico. E operativo, a questo punto, sarà un sistema di controlli legato a precisi parametri numerici: chi non li rispetta, sarà tagliato fuori dai finanziamenti.

Le lauree brevi, il 3+2, hanno mostrato i loro limiti ha scritto il ministro in una lettera agli atenei ma, insieme con la lettera, erano presenti anche le novità in arrivo per superare i problemi degli ultimi anni. Sono contenute in un documento molto duro nei confronti degli atenei e della loro gestione. Negli ultimi mesi il numero di prof senza stipendio era aumentato a dismisura: il ministro non ha mai fatto mistero di non amare nè il proliferare di corsi nè di professori non di ruolo. Con il decreto in preparazione chiederà alle università di aumentare il numero di docenti di ruolo per ogni corso di laurea attivato secondo regole molto rigide. Innanzitutto è stabilito che dal 2010 i docenti di ruolo dovranno essere almeno il 60% e dal 2013 il 70% dei corsi erogati. Vanno considerati solo i professori in servizio e non quelli dei concorsi ancora in itinere per evitare che si attivino corsi sulla base solo dei bandi come è capitato.

Spesso i docenti vanno in pensione per limiti di età, e poi vengono riassunti perché considerati persone di particolare valore nel loro campo. Questo chiaramente limita il numero di posti disponibili per i docenti più giovani: il decreto un tetto di 2 docenti in pensione per ogni corso di laurea, 1 per ogni corso di laurea magistrale e 3 per ogni corso di laurea magistrale a ciclo unico.

A scongiurare il pericolo di prof senza stipendio, esterni o a contratto arriva una formula matematica a calcolare per ciascun ateneo il numero massimo di ore tra i diversi tipi di docenti. C’era un’altra abitudine all’interno delle università: si prendevano in considerazione alcuni ‘sconti’ nella valutazione dei docenti che riduceva il numero di requisiti necessari per reclutarli. Il ministro intende eliminarli del tutto. Sono diventati noti i corsi seguiti da un solo studente. Non saranno più possibili, promette il ministro. Il decreto aumenterà il tetto minimo di studenti per mantenere in vita i corsi. Ora è di 10 studenti per un corso di laurea e 6 per un corso di laurea magistrale: si attende il parere del Comitato per stabilire i nuovi limiti che comunque saranno prescrittivi: chi non li rispetta si vedrà cancellare il corso.

Non si potrà più stabilire in maniera del tutto autonoma il numero di nuovi corsi di laurea se si tratta di corsi molto simili fra loro. Vi saranno limiti precisi per evitare inutili sovrapposizioni. Per evitare la frammentazione e il proliferare indiscriminato degli insegnamenti nei corsi di studio dovranno avere tutti non meno di 6 crediti. In questo modo si potrà avere anche un parametro comune nella valutazione degli studi tra diverse università e quindi facilitare la mobilità degli studenti da un ateneo all'altro. Per lo stesso motivo saranno previste date omogenee di inizio e fine anno accademico, una diversa valutazione delle ore e dei crediti a seconda del tipo di laurea scelta. Per evitare che le facoltà possano trovare il modo di aggirare le nuove regole il ministero controllerà il rispetto dei parametri fissati, e verranno distribuiti i fondi del finanziamento ordinario soltanto agli atenei in regola.


21 Settembre, Il Messagero.it Atenei, la controclassifica di Parma: in testa Bologna e non più Trento. Sapienza al secondo posto. ROMA - La classifica delle università migliori stilata a fine luglio dal ministro Gelmini «non è basata solo su criteri di merito», ma anche «su parametri di mera contabilità». Perché se avessero prevalso solo qualità della didattica e della ricerca in cima alla lista degli atenei ci sarebbe Bologna e non Trento. E al secondo posto figurerebbe la Sapienza di Roma, non il Politecnico di Torino. A puntare i piedi è l’università di Parma e non è da sola: dopo la pausa estiva i rettori stanno riprendendo in mano la questione, molti di loro ne chiederanno conto anche alla Crui, la Conferenza dei capi di ateneo. In attesa della prima riunione, il 24 settembre, c’è già chi ha pronti dossier e contro-classifiche per smentire il ministro. Il rettore di Parma, Gino Ferretti ha fatto le pulci alla classifica del Miur, ne ha ricavato due cose. La prima è che «la lista fornita non è facilmente ricostruibile, nemmeno con i dati che ci hanno messo a disposizione», la seconda, continua, è che «l’elenco delle università migliori non è basato solo su criteri di merito, ma in mezzo ci sono finiti anche calcoli contabili (dai soldi ricevuti per la mobilità del personale a quelli per gli aumenti, ai conti in regola o meno con i parametri di legge, ndr) che nulla hanno a che fare con la qualità della didattica e della ricerca».

Il rettore di Parma ha scritto ai colleghi allegando 31 tabelle con cui ha cercato di ricostruire la nota classifica, che aveva già scatenato le reazioni degli ermellini usciti male dai conteggi del Miur. In base ai calcoli del rettore, usando i criteri ministeriali relativi alla qualità della didattica e della ricerca, si arriverebbe ad una classificazione che vede in testa Bologna, seguono la Sapienza di Roma, Milano, Padova, Napoli Federico II. L’università di Trento, che era prima nella lista della Gelmini, slitta al 19° posto. In effetti il ministero ha distribuito i fondi per il merito (il 7% del fondo di finanziamento pubblico) in base a questa tabella. Ma, poi, per stilare la classifica finale si è spinto oltre: ha ordinato gli atenei facendo un calcolo complesso in cui si fa la differenza tra i fondi ordinari ottenuti nel 2009 con quelli del 2008, il totale viene ulteriormente diviso per i fondi 2008. Dentro c’è sì il merito, ma ci sono anche tutti gli altri parametri che determinano il finanziamento pubblico di una università. A luglio la pillola era stata mandata giù. «Anche perché il ministro - spiega Ferretti - prima ha diffuso la lista, poi, dopo qualche giorno, mentre le università chiudevano, ha fornito i dati usati per stilarla. Mi auguro che queste modalità vengano riviste mettendo il merito in primo piano davvero. La Crui dovrà tornare sulla questione, la proporrò alla prima riunione».

Lo farà anche Giuliano Volpe, rettore di Foggia: «La Crui deve esprimersi visto anche che il giorno prima della conferenza del ministro ci siamo riuniti ma nessuno sapeva nulla: con quella classifica c’è chi ci ha perso la faccia. Noi, per esempio siamo una università giovane, siamo stati valutati e penalizzati per 1,2 milioni di euro in base ai dati sulla ricerca del 2001-2003. Siamo nati solo nel ‘99». Il magnifico di Macerata, Roberto Sani, in queste ore ha distribuito un dossier dal titolo: «Se questa vi sembra una valutazione» che smonta la classifica “estiva” della Gelmini, denunciando come lo stesso ministro, dopo aver lanciato il sasso, abbia dato tempo agli atenei fino a settembre per poter comunicare al ministero eventuali errori nei dati a loro relativi. Sani (Macerata è ultima) accusa di scorrettezza il Miur che ha diffuso la tabella nel periodo di inizio delle immatricolazioni con «un danno d’immagine gravissimo» per gli atenei. Anche Luigi Frati, capo della Sapienza è caustico: «Nella commissione che ha stilato gli indicatori del merito c’erano nomi importanti dei politecnici che, non a caso, sono andati molto bene».


23 Settembre, ASCA.it UNIVERSITA': GELMINI, 3 SEMINARI E 'MAPPA' FACOLTA' CHE DANNO PIU' LAVORO

Roma, 23 set - Una verifica delle universita' italiane che offrono maggiori chance di trovare lavoro e tre seminari, al Nord, al Centro e al Sud, per far conoscere le principali possibilita' occupazionali che ci sono. L'annuncio arriva dal ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, durante la presentazione del piano per l'occupabilita' dei giovani messo a punto con il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi e presentato oggi a Palazzo Chigi.

Ho chiesto ad Almalaurea di fare una verifica per facolta' e area geografica per vedere quali sono le opportunita' di lavoro che si aprono agli studenti. Spero in un paio di mesi di poter pubblicare i dati. Lo Stato - ha affermato la Gelmini - ha il dovere di informare i giovani e metterli in condizione di fare scelte consapevoli, vorremmo far conoscere le possibilita' occupazionali per area geografica.

In questo senso verranno fatti tre seminari partendo dal meridione per costruire insieme un'offerta formativa. Chiederemo la partecipazione di esponenti del mondo della scuola e delle parti sociali perche' cosi' non si puo' andare avanti.


23 Settembre, Universita'.it Gelmini verso riforma dottorati 2009 “Stiamo lavorando alla riforma dei dottorati“. Lo ha annunciato il ministro dell’Istruzione Università e Ricerca Mariastella Gelmini, durante la presentazione a Palazzo Chigi del Piano d’azione per l’occupabilità dei giovani.

“Probabilmente - ha spiegato il ministro - ricorreremo a un regolamento e non sarà necessario predisporre una legge”. Finalità principale del Miur è “favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro dove oggi ci sono tanti ragazzi delusi perchè pur avendo conseguito un dottorato non riescono a trovare un impiego”. La maggiore finalità del Piano d’azione esposto oggi durante la conferenza stampa a Palazzo Chigi è proprio quella di aprire i dottorati di ricerca al sistema produttivo e al mercato del lavoro. "Assume un’importanza strategica – spiega ancora Gelmini - un ripensamento del dottorato di ricerca e del post-dottorato che devono drasticamente aprirsi verso il mercato del lavoro e quello delle professioni”. Oggi, invece, in Italia, “il destino del dottore di ricerca è, nella migliore delle ipotesi – conclude il ministro - la carriera accademica”

23 Settembre, Universita'.it “Ieri il premier ha detto che presenteremo a breve la riforma dell’Università. Io lo confermo e voglio aggiungere che nella riforma ci sarà anche una legge delega per il diritto allo studio perchè da troppo anni si parla di giovani ma poi nella pratica non ci sono azioni concrete”.

Queste sono le parole del ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Mariastella Gelmini, che oggi ha parlato di università nel corso di una conferenza stampa a palazzo Chigi. Nel corso della conferenza Gelmini ha presentato con il responsabile del dicastero del Lavoro, Maurizio Sacconi il nuovo piano per l’occupabilità dei giovani.

“Ho avviato con il forum degli studenti e con il consiglio nazionale degli studenti universitari dei tavoli di confronto - ha spiegato Gelmini - perchè il diritto allo studio va ripensato e vanno posizionate risorse”. Proprio per il fatto che si tratta di una competenza regionale il diritto allo studio non può essere, per il ministro, abbandonato “pensando ‘tanto se ne occupano loro’ e poi alla fine non se ne occupa nessuno”.

Per Gelmini il diritto allo studio “fa parte dei punti di forza che noi vogliamo introdurre attraverso il piano dell’occupabilità che passa per l’integrazione piena ed effettiva tra apprendimento e lavoro. È chiaro che occorre la forza di portare avanti le riforme”.

È per questo che per il responsabile del Miur “il governo nella Finanziaria 2010 ha fatto un lavoro di razionalizzazione che ha portato già oggi ad un miglioramento della situazione perchè sono stati tagliati corsi di laurea inutili, scuole di specializzazione che non avevano ragion d’essere: una risposta che va nella direzione di contenere e rendere ragionevole il numero dei corsi di laurea e degli insegnamenti”.


23 Settembre, La Stampa.it Diritto di cronaca, di FLAVIA AMABILE Una scuola, sei problemi A dieci giorni dalla scuola ancora irrisolti i principali nodi che bloccano il sistema.

L’anno scolastico è iniziato. C’è chi l’ha definito annus horribilis, chi l’anno del ritorno al rigore e alla qualità. Questione di punti di vista su un argomento che ormai vede l’Italia divisa in due fra gelminiani e anti-gelminiani. Lei, Mariastella Gelmini, il ministro della discordia, darà oggi alle 14,30 ai senatori della commissione Istruzione la sua versione sui tanti fronti aperti: dai precari al tempo pieno fino all’integrazione degli immigrati nelle classi.

La sua versione, perché la Gelmini ha anche un’altra fama, quella di avere la marcia indietro facile, di lasciarsi andare ad annunci che poi vengono ritrattati, e di citare cifre del tutto diverse dalla realtà. E’ l’unico ministro, infatti, ad aver avuto l’onore di un sito tutto suo, battezzato «Gelminometer», creato alcuni mesi fa per avere un archivio delle sue promesse non mantenute e dei cambiamenti d’opinione.

Nel frattempo le statistiche sono spietate. L’ultima pubblicata in ordine di tempo è una rilevazione Eurostat che pone l’Italia al 18mo posto nelle spese per istruzione. Una situazione che può soltanto peggiorare con i tagli in arrivo. Ieri un ragazzo dell’istituto alberghiero di Benevento si è sentito male. La mamma è andata a prenderlo. Entrando in aula si è trovata davanti a una scena che non si aspettava: i ragazzi erano in 39, costretti a dividersi in 3 un banco. Quello di Benevento non è un caso isolato: le classi con più di trenta alunni sono in tante scuole d’Italia visto che la Gelmini quest’anno ha aumentato ancora il limite massimo portandolo anche a 30 studenti nelle scuole superiori. Il problema è che cifre simili sono illegali dal punto di vista delle norme antincendio che prevedono massimo 25 alunni e di quelle igienico-sanitarie che stabiliscono una quadratura di 1,96 metri quadri a studente. Della questione si occuperanno i tribunali: il Codacons ha denunciato il ministro dell'Istruzione e i direttori degli uffici scolastici regionali a 104 procure per «interruzione e turbativa di pubblico servizio e violazione delle norme sulla sicurezza»

Lo chiamano «il mistero dell'insegnante scomparso». A dieci giorni dall’inizio dell’anno scolastico le associazioni di genitori di alunni disabili hanno perso le speranze di veder apparire gli insegnanti di sostegno che fino allo scorso anno si occupavano dei loro figli. I tagli hanno colpito anche loro, e così capita di tutto. Sette ragazzi con disabilità si sono trovati concentrati in una classe sola, seguiti da tre insegnanti di sostegno all’Istituto Professionale Francis Lombardi di Vercelli. Eppure i dati dicono che è stato rispettato il rapporto medio nazionale di un insegnante ogni due studenti, come vuole la legge, ma è aumentato il numero di alunni nelle classi e poi esistono delle differenze tra Regione e Regione: il Lazio, ad esempio, ha il peggior rapporto tra insegnanti di sostegno e alunni disabili (uno ogni 2,4).

Cinquantamila bambini in più resteranno nelle classi anche di pomeriggio, ha annunciato, trionfante, il ministro quattro giorni prima dell’inizio della scuola. Le classi a tempo pieno passano da 34.317 a 36.508, con un aumento dell'8 per cento. I genitori, però, sono andati a scuola con i loro figli e da un po’ di giorni raccontano una realtà molto diversa. A Bologna il tempo pieno si fa, è vero, ma lo pagano i genitori, dai 150 ai 300 euro l’anno. Sempre a Bologna, all’istituto Albertazzi, per garantire le lezioni fino al pomeriggio gli alunni hanno sei insegnanti diversi nell’arco della giornata. A Vado Ligure, nell’Istituto Comrpensivo, invece, hanno preferito far proprio finta di nulla: i genitori hanno presentato le richieste in segreteria ma di tempo pieno non c’è traccia.

Le versioni sono diverse. Anche sulle cifre non c’è accordo. Il ministro Gelmini sostiene che i tagli ai docenti previsti in Finanziaria sono 43mila, in 30 mila sono andati in pensione e quindi alla fine a rimanere senza lavoro quest’anno sono 12-13 mila prof. I sindacati dicono che a rimanere fuori saranno almeno 18 mila, e che comunque si tratta del «più grande licenziamento di massa avvenuto in Italia». Alcuni di loro potranno usufruire della norma salva-precari decisa dal ministro Gelmini. Il ministero sta preparando la versione finale del provvedimento finora solo annunciato e si sa che ne saranno esclusi quelli che hanno lavorato nel 2008/09 solo con supplenze brevi, anche chi ha sostituito un docente in maternità o un collega malato.

Dal prossimo anno le superiori non avranno più né sperimentali né discipline un po’ strane: la Gelmini ha cancellato centinaia di indirizzi e ricompattato il tutto in sei licei e 11 istituti tecnici. Dovrebbe andare in vigore dal prossimo anno ma ancora se ne sa molto poco perché i regolamenti sono ancora lontani dall’essere stati approvati. Si attend eil via libera della Conferenza Stato-Regioni che però ha deciso di non riunirsi in segno di protesta contro le norme-salva precari. E, quindi, tutti i genitori italiani che hanno un figlio in terza media e vorrebbero partecipare ai colloqui di orientamento per le iscrizioni non sanno che pesci pigliare. Il ministero , in modo informale, ha già fatto sapere che la scadenza per le iscrizioni slitterà almeno di un mese.

Le proiezioni della Caritas dicono che quest’anno nelle scuole italiane ci saranno 700 mila alunni stranieri, il ritmo di aumento negli ultimi anni si aggira intorno al 20-25%. Il problema esiste, insomma, soprattutto di fronte alle protesta della Lega, e quindi il ministero dell'Istruzione sta studiando gli aspetti tecnici per introdurre un limite del 30% di presenza di alunni stranieri in classe, ha confermato il ministro Gelmini. Nel frattempo si creano scuole per soli stranieri come la elementare Pisacane, nel quartiere multietnico di Tor Pignattara di Roma. Quest’anno sarà frequentata quasi esclusivamente da alunni stranieri, circa il 97% degli iscritti: su 180 bambini solo 6 sono italiani. Lo stesso a Milano dove alla scuola elementare Radice su 96 alunni 93 sono immigrati.


24 Settembre, La Stampa.it Nelle università italiane aumentano i bandi a tempo determinato per garantire alle facoltà maggiore libertà di manovra di FLAVIA AMABILE

Passano gli anni, passano i ministri, cambiano le leggi, ma nelle università tutto resta uguale. Prosperano i concorsi personalizzati, ritagliati su misura del vincitore e il più possibile clandestini. L’Apri, l’associazione dei precari della ricerca italiani, è andata a dare uno sguardo ai concorsi banditi da quando è partita la riforma dell’università e ne ha tratto un quadro sconfortante.

Era lo scorso novembre quando la Gelmini diede il via libera alla riforma dell'università. Promise tuoni, lampi e fulmini contro i baroni e massima trasparenza nei concorsi. Poi il decreto passò in Parlamento e lì fu modificato da un emendamento della stessa maggioranza (del senatore Valditara del Pdl). Da quel momento si decise che le nuove regole si applicano, solo ai concorsi a tempo indeterminato mentre per quelli a tempo determinato tutto resta uguale. Risultato? Al contrario di quello che voleva la Gelmini, da dicembre in poi le università hanno bandito concorsi per 226 posti a tempo determinato e 78 a tempo indeterminato come spiega uno studio del'Apri, l'Associazione dei precari della ricerca italiani.

Il vantaggio è evidente. Con i concorsi a tempo determinato le commissioni sono tutte interne. Molto spesso ci sono prove scritte e orali, esattamente come accadeva nelle amate e mai dimenticate vecchie regole. Addirittura a Milano Bicocca e a Catania le pubblicazioni (quello che dovrebbe essere il maggior elemento di valutazione) valgono solo per 10/100. Insomma, concorsi sempre più blindati. Altro vantaggio: nei concorsi a tempo indeterminato è previsto un avviso da pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale, a partire dal quale chi è interessato a partecipare ha almeno 30 giorni di tempo.

I concorsi a tempo determinato, invece, non devono rispettare particolari obblighi di pubblicità. La legge non prescrive alle università di inserire l’avviso in Gazzetta Ufficiale, nè il Ministero cura una banca dati con l'avviso di ogni concorso. Cosicchè un giovane ricercatore dovrebbe ogni giorno farsi il giro di tutti i siti Internet delle università italiane per essere aggiornato. E dovrebbe fare anche piuttosto in fretta perché i bandi scadono 20 giorni dopo la data di protocollazione. Tre settimane che si riducono a due, in realtà, perché passa qualche giorno dalla protocollazione al momento in cui il bando viene reso disponibile nei siti on-line degli atenei. Due settimane che in alcuni casi, come l’Università Telematica UniNettuno, si riducono a soli sette giorni.

Questo spiega un altro dato: in media, ad ogni concorso fanno domanda solo 2,5 candidati, ha calcolato l’Apri. Non sono persone che si presentano al concorso, è semplicemente il numero di domande. Ci sono poi casi limite come il Politecnico di Milano che finora ha bandito 15 posti da ricercatore a tempo determinato e 3 a tempo indeterminato. Per ognuno dei cinque posti banditi a tempo determinato consultabili pubblicamente ha fatto domanda una sola persona, presumibilmente il vincitore. Lo stesso alla Sapienza a Roma: nei quattro posti banditi consultabili, una sola domanda ognuno. C'è poi il caso dell'Università di Roma Campus Biomedico che ha bandito un concorso di stile «natalizio»: bando affisso all'albo ufficiale dell'Università il 23 dicembre, scadenza il 7 gennaio, quando insomma tutti gli studenti sono in vacanza e l'ateneo è chiuso.

Ultimo vantaggio: soltanto i concorsi a tempo determinato permettono di avere titoli dati da programmi di ricerca. E, i titoli sono tutti molto specializzati. Praticamente tagliati su misura.


24 Settembre, da unimagazine.it [28] Gelmini, riforma universitaria sempre più vicina - di Davide Turi

Una legge delega per il diritto allo studio sarà presentata nell'ambito della riforma universitaria. E' quanto ha annunciato il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini in occasione della presentazione, insieme con il collega Maurizio Sacconi (Welfare), di un piano per l'occupabilità dei giovani. Il ministro ha confermato che la riforma per l'università sarà presentata in tempi brevi e che già è stato avviato un tavolo di confronto con il Forum e con il Consiglio nazionale degli studenti. L'Udu, però, fa sapere che "Non c'è alcun tavolo sul diritto allo studio avviato con la Gelmini". A dichiararlo è Giorgio Paterna, coordinatore dell'Unione degli universitari e membro dell'ufficio di presidenza del Cnsu (Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari).

Durante la presentazione a Palazzo Chigi del Piano d'azione per l'occupabilità dei giovani, Mariastella Gelmini ha annunciato una ricognizione sull'occupabilità dei vari corsi di laurea. "Ho chiesto ad Almalaurea - ha spiegato il ministro- di verificare per facoltà e per area geografica quali sono le opportunità di lavoro che si aprono agli studenti. Lo Stato - ha aggiunto - ha il dovere di informare i giovani, di metterli nelle condizioni di fare scelte consapevoli". E sempre in quest'ottica sono stati programmati tre seminari di incontro di domanda e offerta al Nord, al Centro e al Sud partendo proprio dal Meridione. "Chiederemo che partecipino - ha osservato il ministro - esponenti del mondo della scuola, parti sociali, associazioni di categoria, con l'obiettivo di costruire insieme l'offerta formativa. I dati ci dicono che così non si può andare avanti. Occorre invertire la rotta. Il Governo - ha concluso il ministro - non vuole essere corresponsabile di tentativi furbeschi di lasciare le cose come stanno".

Per quanto riguarda i dottorati, il ministro ha spiegato che, molto probabilmente, ricorreranno a un regolamento e non sarà necessario predisporre una legge. "L'obiettivo è quello di favorire l'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro dove oggi ci sono tanti ragazzi delusi perchè pur avendo conseguito un dottorato non riescono a trovare un impiego". Una delle priorità del Piano d'azione presentato ieri è proprio quella di aprire i dottorati di ricerca al sistema produttivo e al mercato del lavoro. "Assume un'importanza strategica - si legge nel documento - un ripensamento del dottorato di ricerca e del post-dottorato che devono drasticamente aprirsi verso il mercato del lavoro e quello delle professioni". Oggi, invece, in Italia, il destino del dottore di ricerca è, nella migliore delle ipotesi, la carriera accademica.


24 Settembre, dal Manifesto.it Alle porte la privatizzazione delle università di Matteo Bartocci

È autunno. Come l'influenza stagionale arrivano i progetti del governo sull'istruzione. Stavolta tocca all'università. «Entro ottobre approveremo in consiglio dei ministri la riforma Gelmini - tuona il premier in conferenza stampa - porteremo la meritocrazia e favoriremo l'accesso dei giovani garantendo la totale trasparenza dei concorsi». Parole sante, verrebbe da dire guardando allo stato dei nostri atenei. Pur di avere merito, ricerca e trasparenza si potrebbe anche sorvolare sul fatto che di maggiori fondi all'università nella finanziaria appena varata non c'è traccia. Arriveranno, se arriveranno, dai proventi dello scudo fiscale e della lotta all'evasione. Soldi zero. E di cosa tratti la riforma lo spiega un po' meglio un solerte comunicato del ministero. Tra leggi già approvate (133 e 180 del 2008), regolamenti di attuazione e nuove norme, Gelmini accelererà la trasformazione delle università in fondazioni private. Il cuore della riforma, infatti, riguarda la governance degli atenei. I rettori avranno un mandato complessivo massimo di 8 anni (inclusi quelli precedenti alla riforma). Mentre il cuore della gestione passa al cda a discapito del senato accademico. Il senato (da 50 a 35 membri) avanzerà solo le proposte scientifiche. Il cda si occuperà della gestione, delle spese e delle assunzioni. Gli amministratori saranno 11 (contro i 30 attuali) e per il 40% saranno scelti fuori dall'ateneo. Secondo il ministero dovrebbe essere rafforzata la componente studentesca. Ma saranno esterni (in maggioranza) anche i «valutatori» dell'ateneo. Accanto al cda viene introdotta la figura del direttore generale, vero e proprio manager del sapere. Blocco totale delle assunzioni nelle università che spendono il 90% del fondo ordinario per il personale. Resta il blocco del turn over. Quelle virtuose, infatti, potranno assumere il 50% dei ricercatori rispetto ai professori andati in pensione.

Spunta inoltre la «chiamata diretta» da parte del cda per «docenti di fama», anche stranieri. La riforma incoraggia anche le fusioni tra università diverse «per abbattere i costi», cambia la contabilità dei bilanci, dimezza gli attuali 370 settori disciplinari (dovranno avere una consistenza minima di 50 ordinari) e cambia gli scatti stipendiali dei professori. Una commissione nazionale (con membri italiani e stranieri) abiliterà i docenti per i concorsi alle fasce di docenza secondo «parametri predefiniti». Le università potranno assumere solo i docenti approvati dalla commissione. I professori a tempo pieno dovranno lavorare 1.500 ore all'anno, di cui almeno 350 tra docenza e servizio agli studenti. Chi non pubblica perirà: niente aumenti salariali e niente partecipazione come commissario ai concorsi. Il ddl infine prevede (almeno) due deleghe alla ministra: una per la riforma dei dottorati di ricerca e l'altra sul diritto allo studio, in accordo con le regioni, per le borse agli studenti.


24 Settembre, La Repubblica.it Ricerca, interviene la Gelmini "Basta con le raccomandazioni" di ROSARIA AMATO

ROMA - Sulla vicenda denunciata dal professor Claudio Fiocchi verrà disposta dal ministero dell'Università e della Ricerca un'indagine conoscitiva. Ad annunciarlo è lo stesso ministro Mariastella Gelmini: "Quanto accaduto è inaccettabile, frutto di un malcostume difficile da estirpare", dichiara il ministro. "Non bisogna però demoralizzarsi, - prosegue il ministro - perché il lavoro per riaffermare la meritocrazia e la trasparenza nel sistema universitario e della ricerca in Italia continua. Chiederò al professore di rimanere perché, pur comprendendo il suo sconforto, non bisogna rinunciare alla speranza di avere un sistema diverso che premi i migliori. Ho dato disposizioni perché sia svolta un'indagine conoscitiva".

Claudio Fiocchi è un medico ricercatore italiano, residente da molti anni negli Stati Uniti. Il ministero italiano dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca gli aveva chiesto il suo giudizio su un paio di progetti scientifici. Sulla base di questo giudizio il Miur avrebbe poi deciso se finanziarli o no. Ma, pochi giorni dopo aver accettato l'incarico, il professore, al quale era stato garantito l'anonimato, e richiesta formalmente la massima correttezza, ha ricevuto insistenti richieste "di una decisione favorevole" e "del più alto voto possibile". Tentativi di raccomandazione, insomma. Quando i tentativi sono diventati ancora più diretti (era stato anche contattato un collega italiano, molto vicino al ricercatore, perché 'intercedesse'), il professore ha deciso di declinare l'incarico, "con disgusto", "ma anche con molta tristezza". E di raccontarlo a Repubblica, dal momento che la sua denuncia al Miur, inviata oltre un mese fa, non era stata ritenuta degna di alcuna replica.


26 Settembre, Repubblica.it

... Il governo, però, fa fronte compatto. "Insultare il premier equivale a insultare tutti gli italiani" tuona il ministro dell'Istruzione Maria Stella Gelmini. Unica voce dissonante quella del collega di esecutivo, il democristiano Gianfranco Rotondi: "Sarebbe opportuno, per i giornalisti e per la politica, abbassare i toni di uno scontro duro che danneggia innanzitutto la Rai". Ma il clima non pare proprio essere quello adatto.



26 Settembre, Il Messaggero.it MILANO - «Non posso permettermi di stabilizzare 150.000 persone. Così si fa fallire la scuola». Lo ha detto il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, replicando ad una precaria della scuola in una sorta di fuori programma nel corso di un dibattito alla Festa del Pdl in corso a Milano...

Riforma università. Il ministro ha anche annunciato che con i soldi recuperati con lo scudo fiscale verrà attuata la riforma dell'università. «I proventi dello scudo fiscale serviranno per tre priorità. Una di queste è rappresentata proprio dall'università». «Stiamo puntando alla riforma dell'università perchè alla crisi si risponde non solo immettendo più risorse in un sistema che è guasto ma intervenendo sui problemi nevralgici». Secondo la Gelmini tra la fine di ottobre e i primi di novembre sarà possibile presentare la riforma dell'università che: «vuole puntare sul ricambio generazionale, sull'apertura ai giovani, sull'efficienza, sulla meritocrazia e su un utilizzo oculato delle risorse».

26 Settembre, Il Corriere. it Il ministro: «Non posso stabilizzare 150mila persone. Riforma dell'Università con i soldi dello scudo fiscale» ...

RIFORMA UNIVERSITÀ - La Gelimini ha poi annunciato che con i soldi recuperati con lo scudo fiscale verrà attuata la riforma dell'università. «I proventi dello scudo fiscale - ha spiegato la Gelmini - serviranno per tre priorità. Una di queste è rappresentata proprio dall'università». «Stiamo puntando alla riforma dell'università - ha spiegato - perchè alla crisi si risponde non solo immettendo più risorse in un sistema che è guasto ma intervenendo sui problemi nevralgici». Secondo la Gelmini tra la fine di ottobre e i primi di novembre sarà possibile presentare la riforma dell'università che: «Vuole puntare sul ricambio generazionale, sull'apertura ai giovani, sull'efficienza, sulla meritocrazia e su un utilizzo oculato delle risorse».


27 Settembre, Il Messaggero.it

Gelmini: «Università, riforma con i soldi dello scudo fiscale» 27-09-2009 ROMA - La riforma universitaria è in arrivo, come ha promesso Berlusconi. Tra la fine di ottobre e gli inizi di novembre sarà presentato il progetto del ministro dell’Istruzione per risanare e rilanciare gli atenei. Le risorse non sono un problema. Con i soldi recuperati con lo scudo fiscale, ha annunciato Mariastella Gelmini, verrà attuata la riforma dell’università. «Stiamo puntando su questa - ha spiegato il ministro - perché alla crisi si risponde non solo immettendo più risorse in un sistema che è guasto ma intervenendo sui problemi nevralgici». Secondo la Gelmini tra la fine di ottobre e i primi di novembre sarà possibile presentare la riforma dell’università che «vuole puntare sul ricambio generazionale, sull’apertura ai giovani, sull’efficienza, sulla meritocrazia e su un utilizzo oculato delle risorse». Il ministro ha quindi difeso il Governo per quanto riguarda le scelte fatte in Finanziaria: «Non si può contestare alla Finanziaria del Governo la mancanza di risorse. Dobbiamo analizzare la situazione con onestà intellettuale guardando al bilancio delle università dove ci sono molti sprechi». Intervenendo alla festa del Pdl a Milano, Mariastella Gelmini ha ribadito la necessità di introdurre il tetto del 30% di studenti stranieri nelle classi per favorire l’integrazione. «Puntiamo - sostiene - a porre un limite. Stiamo definendo i contenuti di una circolare che distribuiremo nelle scuole e che entrerà in vigore dal prossimo anno. Punta proprio a favorire l’integrazione nella scuola. L’esperienza ci dimostra che soprattutto nelle grandi città e nelle periferie ci sono scuole con classi a stragrande maggioranza di studenti stranieri. Quelle sono classi ghetto perché non ci sono le condizioni per l’integrazione». La Gelmini ha quindi ricordato l’intervento di qualche giorno fa del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: «È stato un intervento molto saggio ed equilibrato. Bisogna puntare sull’eccellenza e non rassegnarsi ad una scuola mediocre quindi dobbiamo elevare gli standard qualitativi medi». Riguardo ai precari, il ministro ha precisato: «Non posso permettermi di stabilizzare 150.000 persone. Così si fa fallire la scuola». Mariastella Gelmini ha così risposto all’intervento di un’insegnate di storia, l’anno scorso era stata chiamata il 1 settembre, quest’anno è ancora senza lavoro, «vedo allontanarsi sempre di più la possibilità di una stabilizzazione quindi di un lavoro». E poi qualche parola sul richiamo rivolto da Maroni ai magistrati, ”colpevoli” in alcuni casi di non applicare le norme sul reato di clandestinità: «Non è ammesso che ci siano insegnanti e dirigenti che non applicano i provvedimenti nelle scuole e allo stesso modo i magistrati per quanto riguarda l’immigrazione clandestina. È un malcostume circoscritto che però va stigmatizzato».


28 Settembre, dall'Eco di Bergamo. Gelmini annuncia accordo con l'Università

Il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini ha parlato lunedì a Stezzano al Parco tecnologico Kilometro Rosso. «Merito e apertura ai giovani»: ecco le linee guida della riforma dell'università annunciate dal ministro. «Vogliamo rivedere il sistema dell'offerta formativa universitaria che deve essere centrata sui bisogni dello studente e non degli insegnanti e occorre rivedere il numero dei corsi di laurea degli insegnanti e delle molte sedi distaccate».

Il ministro Gelmini ha parlato anche dei soldi da destinare per questa riforma: «Dobbiamo liberare risorse che devono essere investite nel merito e soprattutto nel diritto allo studio. Il nostro Paese non ha un sistema di diritto allo studio. Nello scorso anno siamo riusciti con grande fatica a garantire una borsa di studio a tutti gli studenti meritevoli, ma bisogna fare molto di più. La riforma deve aprire le porte e le finestre dell'università ai giovani: non possono diventare ricercatori a 37 anni, ma molto prima. Si deve puntare a un sistema di valutazione delle risorse e non più risorse a pioggia. Le risorse dovranno essere distribuite in base al merito, alla qualità della didattica e della ricerca». In chiave bergamasca, il ministro Gelmini ha annunciato l'accordo per 15 borse di studio per una scuola di dottorato di ricerca in formazione della persona e diritto del mercato del lavoro.


28 Settembre, IRIS [29]UNIVERSITA': GELMINI, MERITO E APERTURA AI GIOVANI

ROMA, 28 SET - Merito e apertura ai giovani. Sono queste le linee guida della riforma dell'Universita' annunciate oggi a Stezzano al Parco tecnologico Kilometro Rosso dal ministro dell'istruzione Mariastella Gelmini. Vogliamo rivedere il sistema dell'offerta formativa universitaria. Crediamo che debba essere centrata sui bisogni dello studente e non degli insegnanti, che occorra rivedere il numero dei corsi di laurea degli insegnanti e delle molte sedi distaccate. Il ministro Gelmini ha anche parlato dei soldi da destinare a questa riforma: dobbiamo liberare risorse - ha spiegato - che devono essere investite nel merito e soprattutto nel diritto allo studio. Il nostro Paese non ha un sistema di diritto allo studio. Nello scorso anno siamo riusciti con grande fatica a garantire una borsa di studio a tutti gli studenti meritevoli, ancorche' privi di mezzi. Bisogna fare molto di piu' e per questo pensiamo a una riforma che apra le porte e le finestre dell'universita' ai giovani, che consenta di diventare ricercatori non a 37 anni, ma molto prima e che si punti a un sistema di valutazione delle risorse e non piu' risorse a pioggia. Le risorse dovranno essere distribuite in base al merito, alla qualita' della didattica e della ricerca'.


29 Settembre, Il Giorno.it

2009-09-29 — STEZZANO — L’ UNIVERSITÀ di Bergamo si espande anche all’interno di « Kilometro Rosso», il parco scientifico tecnologico di Stezzano, dove ieri pomeriggio sono stati inaugurati, nell’ambito dei festeggiamenti per il quarantennale dell’ateneo, due nuove strutture: il Centro delle Professioni e...

NEL CORSO della cerimonia, il ministro Gelmini ha dichiarato che il Parco «rappresenta un valore strategico soprattutto in momento di crisi, cui bisogna rispondere con un forte investimenti nel capitale umano, nell’innovazione e nella ricerca. Questo polo tecnologico - ha continuato - a cui si sommano l’Università di Bergamo e moltissime realtà produttive, è un modello che mi auguro si possa replicare anche in altre Regioni del Paese». Il ministro è poi ritornata sulla riforma universitaria, «che deve essere centrato sui bisogni dello studente e non degli insegnanti». E parlando dei finaziementi da destinare a questa riforma ha dichiarato: «Dobbiamo liberare risorse da investire nel merito e nel diritto allo studio». In mattinata il ministro, benchè non presente al Centro Congressi Giovanni XXIII, era stata comunque nel mirino di una manifestazione di protesta di circa 500 studenti. I quali, oltre a criticare aspramente la riforma, hanno anche contestato il riconoscimento della laurea honoris causa all’immobiliarista Antonio Percassi.


30 Settembre, Italia Oggi articolo via ISSNAF [30]

30 Settembre, Universita'.it Tremonti: con scudo fiscale avremo uso più onesto di capitali per Università e Ricerca Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti si dice convinto del fatto che “ci saranno meno capitali di disonesti fuori dall’Italia e un uso più onesto per l’università, la ricerca, il 5 per mille e la scuola”.

Così il responsabile del dicastero economico commenta il provvedimento dello scudo fiscale e il vantaggio economico che ne deriverebbe a vantaggio di istruzione e università. Con la nuova misura infatti “ci saranno meno capitali disonesti e un uso più onesto di quei capitali in Italia“


1 Ottobre, Il messaggero.it di Alessandra Migliozzi Ricerca, stop ai fondi per i giovani. Fermi 50 milioni di euro stanziati

ROMA - Per avere un futuro in ricerca ci vogliono innanzitutto le idee, questo si sa. Ma servono anche i fondi, perché senza non si va da nessuna parte. Le prime di certo non mancano alle migliaia di giovani cervelli under 40 che hanno spedito, negli scorsi mesi, i loro progetti al ministero dell’Università e della Ricerca per partecipare al programma “Futuro in ricerca”. Un bando lanciato a dicembre del 2008 dal ministro Gelmini con 50 milioni di euro sul piatto per finanziare le idee migliori. Destinatari dell’iniziativa, i dottori di ricerca fino a 32 anni e i giovani docenti o ricercatori già strutturati nelle università e negli enti di ricerca di età non superiore ai 38 anni. I progetti, di durata almeno triennale, andavano presentati entro il 27 febbraio scorso.

Missione compiuta: i cervelli under 40 hanno fatto il loro dovere, ci hanno messo le idee e hanno rispettato i tempi. Ma da mesi è calato il silenzio su tutta l’iniziativa. Nel sito ad hoc attivato dal ministero (futuroinricerca.miur.it) ci sono le regole per partecipare, le scadenze, ci sono anche delle Faq (le domande frequenti) con annesse risposte che, però, sono ferme al 6 febbraio 2009. Da allora tutto tace e, nel frattempo, sono scaduti i termini forniti dallo stesso ministero per la valutazione, i 180 giorni dalla scadenza del bando. Per squarciare il silenzio del Miur è nato un blog dove i partecipanti al bando hanno cominciato a condividere informazioni su quel poco che ciascuno di loro è riuscito a sapere contattando via mail i tecnici del ministero. Le risposte non sono confortanti: c’è da aspettare, in sintesi, ma sui tempi nessuna rivelazione, si parla di un generico “fine anno”. Praticamente 12 mesi dopo l’attivazione del bando che ha acceso le speranze di migliaia di giovani. Sono stati oltre 3.700, infatti, i progetti presentati, in molti casi da equipe di più giovani. Per ciascun progetto i fondi disponibili vanno da 300 mila euro a 2 milioni. In pratica c’è posto per pochi.

«E’ una presa in giro- tuonano i ricercatori- tanta attesa e poi solo una minima parte di noi accederà ai fondi, allora perché non sbrigarsi prima?». C’è spazio per circa il 5% dei candidati, conteggia qualche tecnico. Davide Bacciu, laureato a Pisa, con un dottorato sulle spalle conquistato all’Imt di Lucca (l’Istituto di studi avanzati), ha partecipato al programma con due colleghi. «Se avessi dovuto contare su questo bando per il mio futuro - commenta ironico - il mio futuro non sarebbe stato in ricerca. L’idea era molto innovativa ma i ritardi sono assurdi e non c’è nessuna informazione ufficiale dal Miur. Intanto noi ci stiamo muovendo per avere altre risorse anche dall’estero». Dove nasce l’intoppo? I problemi sono di natura tecnico-politica. In primavera la commissione che valuta l’assegnazione dei Firb (i fondi per la ricerca di base) ha inviato al Cineca (un consorzio che lavora per il ministero) i dati per elaborare una lista di esperti internazionali (soprattutto editors di riviste scientifiche) da cui sorteggiare i 20 nomi dei responsabili della valutazione dei progetti degli under 40. Ma a settembre gli elenchi e la commissione valutatrice non erano ancora pronti come ha segnalato in una sua mozione anche il Cun, Consiglio universitario nazionale organo di consulenza del Miur. «C’è stato un problema nella trasmissione dei dati e il Cineca, oberato anche da altre attività, non è riuscito a completare il lavoro - spiega Francesco Turini, della commissione Firb - a settembre ci siamo riuniti di nuovo e abbiamo consegnato noi un elenco di 60 nomi stranieri da cui il Cineca deve sorteggiare i 20 finali da sottoporre al ministero». Non si sa se il sorteggio sia già avvenuto. Nel frattempo questa estate c’è stato un cambio al vertice della direzione per lo sviluppo della ricerca del Miur il che ha fatto mancare “il necessario supporto tecnico” alla commissione Firb. La questione ha generato qualche tensione, il presidente dell’organismo ha annunciato le sue dimissioni e pure qualche commissario ci sta pensando.

Tutto questo per ora pesa sulle spalle degli under 40 in attesa di una risposta. «I ritardi che si sono accumulati sono inaccettabili - commenta Francesco Mauriello, dell’Associazione dottorandi italiani - e intanto il ministero non si è fatto vivo, tutto tace, non c’è ombra di chiarimenti ufficiali. C’erano giovani che puntavano su questo bando anche per rientrare in Italia, così non si fa altro che incentivare la fuga dei cervelli». Intanto sul loro blog i ricercatori raccontano storie di quotidiana speranza. «In bocca a lupo a tutti - scrive una ragazza - ed anche a me spero: la mia borsa terminerà a gennaio, la mia speranza è quasi totalmente appesa a questa opportunità, forse l’ultima visto che a dicembre compirò i famigerati 32 anni che ti tagliano fuori da tutti i concorsi più importanti».


2 Ottobre, Metronews.it [31] Scudo fiscale: i capitali pentiti alla ricerca La ricerca italiana arranca, i fondi sono al lumicino e la fuga dei cervelli è diventata ormai un’emorragia, tanto che solo negli Stati Uniti ormai operano 10 mila dottori e ricercatori del Bel Paese. Marisa Roberto (foto), che ora lavora a San Diego, è una dei portacolori dei nostri scienziatinegli States che verrà premiata da Obama ai Presidential Young Investigators Award 2009. «Dallo “scudo” i miliardi per le spese di buonsenso, ricerca in primis» ha detto ieri Berlusconi. Ma per ora restano solo i tagli in Finanziaria. La prof. ssa Guerra (Lavoce.info): «Magari lo scudo non sarà un flop, ma da entrate una tantum difficilmente arriveranno soldi per la ricerca».

Grazie allo scudo fiscale arriverà nuova linfa per la ricerca. Parola di Silvio Berlusconi. Ma a quanto ammonterà il “tesoretto” da destinare a ricerca e università? Impossibile dirlo. Il colpo di forbice ai fondi varato l’anno scorso dice 1,4 miliardi in meno da qui al 2013. Con la Prof. ssa Maria Cecilia Guerra, redattore di Lavoce.info, abbiamo cercato di capire quali scenari si apriranno col voto finale di oggi dello scudo fiscale alla Camera. Dallo scudo fiscale possono arrivare i soldi da ridare alla ricerca? - Difficle dirlo, anche perché bisognerà vedere quanto verrà recuperato. La cosa un po’ mi spaventa. Dall’imposta “una tantum” prevista credo che possano arrivare soldi per qualche iniziativa straordinaria: le sovvenzioni alla ricerca e all’università sono qualcosa di più complesso. Ma forse sarò smentita. Per il governo ci sono 300 miliardi di capitali “rimpatriabili”. - Mah: 10 giorni fa erano 100 miliardi, ora sono 300. Èimpossibile e anche sbagliato fare delle stime su quanto gettito extra possa arrivare. E non dimentichiamo che la tassazione è solo del 5%. Se ciò che ha detto Berlusconi non dovesse avvenire si prospettano tempi duri per la ricerca... - I tagli dell’anno scorso sono stati notevoli, e nella manovra “light” approvata non è stato previsto nulla. Vedremo a dicembre. La mia impressione è che al massimo si reperiranno i fondi tagliati un anno fa, ma pensare a qualcosa di più è difficile. Lo scudo fa discutere. - Fu così anche con i precedenti scudi, nel 2001 e nel 2003. Fa discutere per una questione etica. L’esclusione di punibilità per reati quali falso in bilancio, fatture false e via dicendo fa sì che mettendosi in regola si paga un “extra” per comprarsi l’impunità. Tutto sta nel fissare un’asticella: per molti è inacettabile passar sopra a reati che altrimenti significherebbero la galera. Ma il governo ci punta molto, e magari lo scudo avrà successo. (VALERIO MINGARELLI)


2 Ottobre, da Governo.it Rassegna stampa [32]Da "AVVENIRE" di venerdì 2 ottobre 2009

«Quei soldi per spese di buon senso» DA ROMA SSIMO CHIARI 1 tratta di soldi sacrosanti...

Di alcuni miliardi di euro che serviranno per dare una mano a chi ha bisogno». E mattina quando Silvio Berlusconi interviene in diretta al Tg5 e difende lo scudo fiscale.

«Non abbiamo messo le mani in tasca agli italiani», ripete il premier riferendosi alla scelta del governo di non puntare su nuove tasse. E «i nuovi soldi che arriveranno li utilizzeremo per spese di buon senso».

Il capo del governo entra anche nei dettagli. Spiega che serviranno a finanziare iniziative soprattutto nel campo della sanità e dell`università. Poi prova a dare le prime cifre: questi capitali «avranno un`imposta del 5 per cento che sarà fonte di ingresso di alcuni miliardi di euro nelle casse dello Stato».

Di Pietro alza la voce. E allora in serata si fa sentire il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti: «Molti miliardi, c`è chi parla di centinaia di miliardi, rientreranno in Italia per essere reinvestiti» per «difendere i posti di lavoro e crearne di nuovi...


2 Ottobre, da agenzia 9colonne [33] SCUDO FISCALE, GARAVINI (PD): PER RICERCA NON SERVE UNA TANTUM

Roma - "Le promesse di Berlusconi servono soltanto a spacciare meglio il regalo che il Governo ha fatto agli evasori e ai mafiosi attraverso lo scudo fiscale. Sono promesse di un Governo che finora ha fatto solo del male all'università e alla ricerca italiana". Laura Garavini commenta così le ultime dichiarazioni di Silvio Berlusconi che in un'intervista al TG5 aveva detto che i soldi che rientreranno in Italia con lo scudo fiscale serviranno "per spese di buon senso, come università e sanità" e per dare una mano ai bisognosi. "Viene da chiedersi, tuttavia, come mai il Governo si ricordi solo adesso dello stato deplorevole della ricerca italiana", dice la deputata eletta nella circoscrizione estero e prima firmataria della proposta di legge Prime.


3 Ottobre, Il Messaggero.it Università, «Noi rettori costretti a tagliare i ricercatori» di Anna Maria Sersale

ROMA (2 ottobre) - Comincia oggi l’autunno nero dei ricercatori. I fondi sono pochi e le assunzioni, che già venivano fatte con il contagocce, hanno subito una brusca frenata. «Il governo parla di ricambio generazionale e di meritocrazia, ma alle parole non seguono i fatti», accusa Marco Merafina, leader del Coordinamento nazionale dei ricercatori “strutturati”, bombardato dagli Sos inviati dai giovani in attesa di un contratto. «Le università hanno congelato molti bandi - continua Merafina - Non se la sentono di assumere, è tutto fermo. Perciò parte la mobilitazione e presto ci sarà una ripresa della protesta».

Gli atenei non hanno soldi e incombono pesanti tagli che dai 702 milioni di euro del 2010 dovrebbero raggiungere nel 2011 gli 835 milioni (cifre decise con la manovra finanziaria dello scorso anno), tagli che i rettori hanno chiesto al governo di ripensare. Nel frattempo il clima è molto teso anche se i ministri Gelmini e Tremonti stanno esaminando la possibilità di ridimensionare la sforbiciata e ieri il premier Berlusconi ha detto che una parte dello scudo fiscale servirà a finanziare l’università. Però nell’incertezza gli atenei sono bloccati. I contratti per i nuovi ricercatori prevedono il co-finanziamento, 50% del Miur, per il resto fondi di ateneo. «Ma è proprio qui che frana tutto, dei 40 milioni di euro stanziati molti restano inutilizzati», sostiene Francesco Mauriello, presidente dell’Associazione nazionale dottorandi. Ma dov’è l’intoppo? «Le università per avere i ”premi” (500 milioni di euro, ndr) - sottolinea ancora Merafina - non devono impegnare più del 90% del Fondo per le spese di personale.

Così, tra chi ha già superato il tetto, e chi rischia di farlo assumendo poche unità in più, i ricercatori restano al palo». Risultato: anche se le intenzioni sono quelle di spingere le università a spendere in modo più oculato i fondi statali per le incongruenze del sistema siamo alla paralisi.

Il guaio è che l’Italia destina alla ricerca solo l’1% del Pil. Dice Antonio Baroncelli, dell’Associazione nazionale dirigenti di ricerca, da anni all’Infn, l’Istituto nazionale di fisica nucleare: «I fondi sono gravemente insufficienti, se almeno i provvedimenti legislativi arrivassero, senza troppi rinvii, forse si riaprirebbe qualche spiraglio». Baroncelli denuncia anche «l’invecchiamento» della comunità scientifica mentre i giovani restano fuori della porta.

«Per ora non siamo in condizione di dare prospettive - racconta il rettore della Federico II di Napoli, Guido Trombetti - qualche speranza ai miei forse potrò darla quando i più anziani andranno in pensione. Però il quadro è nero, le università del Sud sono tra le più penalizzate».

«In questa situazione i giovani migliori fanno le valigie - ammette Renato Lauro, rettore di Tor Vergata - Il problema è che non valorizziamo i nostri talenti e non avendo molto da offrire loro guardano al mercato estero, appetibile e con stipendi più alti. Scontiamo l’assenza di controlli e la mancanza di meccanismi di premiazione».

Ma qual è il quadro complessivo? In metà delle regioni le università sono sottofinanziate, tanto da creare «una situazione iniqua e insostenibile». La denuncia è dell’associazione Aquis, che raggruppa gli atenei di “qualità”. Stessa denuncia dalla Conferenza dei rettori, la Crui: «Più risorse o il sistema universitario crolla, non siamo in grado di sostenere i tagli paventati dal governo». Però le università non hanno la coscienza immacolata. Sono ”fabbriche di nepotismo” e sono controllate da lobby di potere che non si lasciano sfuggire la cooptazione dei loro protetti. «Per questo i concorsi in atto altro non sono che una ”proroga” del blocco che solo apparentemente è stato cancellato», sostiene Nunzio Miraglia, dell’Andu, l’Associazione nazionale docenti universitari.

Sullo stato delle finanze esprime preoccupazioni anche il rettore del Politecnico di Milano, Giulio Ballio: «Per fortuna gli atenei non sono aziende, altrimenti chiuderebbero per bancarotta. Se non ci saranno date risposte, se non arriveranno risorse - sostiene il rettore - molte università non saranno in grado di chiudere i bilanci, nè di assicurare il pagamento degli stipendi al personale. Un declino progressivo fino a compromettere l’erogazione di servizi essenziali. Forse chi è più in difficoltà, rinunciando a ogni forma di investimento, potrebbe resistere un anno, ma poi...». In allarme anche il Comitato di Coordinamento delle Università del Lazio (Crul), presieduto da Guido Fabiani, rettore di Roma Tre. «Si apre una complessa fase di confronto sui temi della riforma in assenza di prospettive reali di sviluppo», osserva il Coordinamento, che per dimensioni e numero di docenti e studenti rappresenta una delle maggiori realtà del Paese. Poi aggiunge: «Le decisioni sui finanziamenti 2009 hanno disegnato una situazione molto difficile e del tutto insostenibile».

Intanto, continua la fuga dei cervelli. Ne partono migliaia l’anno, ne importiamo poche unità. Dopo una formazione di altissimo livello, dopo anni di lavoro, molti i delusi che scappano all’estero alla ricerca del merito negato. L’ultimo caso clamoroso è stato quello di Antonio Iavarone e Anna Lasorella, due ricercatori di grande livello e prestigio internazionale, che, per non essere più vittime del «nepotismo baronale», si sono trasferiti qualche anno fa negli Stati Uniti, alla Columbia University di New York. Così la loro scoperta del gene anti-cancro, annunciata un mese fa, non è targata made in Italy.


5 Ottobre, 10 AM. IN questo momento il Gelminometer 'compie' 1000 visits - la pagina VIAwiki piu' visitata sinora! Mauro


5 Ottobre, Sole 24 Ore - di Gianni Trovati Le università spingono solo i prof interni

I professori universitari vincono solo quando giocano in casa. Negli ultimi quattro anni tre concorsi su quattro si sono conclusi con una promozione, che ha dato al prescelto una stelletta in più senza chiedergli di cambiare sede. Il "mercato" delle competenze, insomma, non attira, ma non è colpa sua. Quando si libera un posto, sono i professori della facoltà a decidere che cosa fare: meglio chiamare un esterno, che magari ha già ottenuto un'idoneità in un'altra prova, o bandire un concorso nuovo con la speranza di vincerlo? Di solito non hanno dubbi: meglio la speranza.

A scardinare questa abitudine ci prova ora la riforma Gelmini, che dopo lunga attesa dovrebbe arrivare a breve in consiglio dei ministri. Nei piani del ministro c'è quello di imporre agli atenei una quota minima di assunzioni dall'esterno, che potrebbe essere fissata al 50 per cento. Sarebbe una rivoluzione. Il passaggio dalla teoria alla pratica, però, nell'università italiana non è mai facile. Lo dimostra la riforma dei concorsi, che per eliminare le combine ha introdotto le commissioni a sorteggio. Prima, però, con il classico bizantinismo accademico c'è da eleggere i sorteggiabili: le elezioni saranno a metà dicembre, poi si formeranno le commissioni. Ma chi affolla le prove, bandite ormai da più di un anno? Otto su dieci sono docenti già di ruolo, che aspirano alla promozione.

Si rimette in moto il pachiderma dei concorsi per i professori universitari, ma i numeri mostrano che c'è un problema: nei bandi 2008 più di tre posti ogni quattro sono dedicati a ordinari e associati, che i vincoli legati al turn over e le regole di reclutamento rendono difficili da assorbire. Per i ricercatori, invece, i bandi sono diventati assai meno generosi e il futuro riserva più di un rischio. Ma andiamo con ordine. Il meccanismo del reclutamento accademico si è rimesso in moto perché il ministero ha fissato il calendario elettorale per formare gli elenchi di papabili tra cui sorteggiare i commissari d'esame delle diverse discipline almeno per la prima sessione dei concorsi 2008 (ne parla l'articolo qui sotto). Intanto sia il premier Berlusconi sia il ministro dell'Università Mariastella Gelmini hanno rilanciato nuovamente il disegno di legge per la riforma di governance e reclutamento, che dopo una lunga gestazione dovrebbe arrivare in consiglio dei ministri nelle prossime settimane. Fra le altre cose, la nuova riforma dovrebbe favorire il reclutamento di nuovi ricercatori, prevedendo che gli atenei aprano a loro le porte con frequenza nettamente maggiore rispetto a ordinari e associati.

I dettagli si vedranno con il nuovo testo che arriverà sul tavolo del governo, ma prima c'è da risolvere il rebus dei numeri "monstre" contenuti nei concorsi banditi dell'anno scorso, ancora tutti da effettuare. Nel 2008 le università hanno bandito 2.621 posti (quasi tutti nella prima sessione, quella interessata dal primo sblocco), che in 2.018 casi (il 77%) riguardano promozioni a ordinario o associato. Qui arriva il primo problema: l'anno prossimo, quando (se tutto va bene) i concorsi potranno partire davvero, le università potranno spendere solo la metà delle risorse liberate dai pensionamenti, destinandone il 60% ai ricercatori, il 30% agli associati e il 10% agli ordinari. Da Verona a Bergamo, da Siena a Brescia, dal Politecnico di Torino a quello di Bari, 15 università sono però a secco di ricercatori in attesa, altre 14 dedicano alle nuove leve meno di un posto su 10 e solo 14 hanno destinato alle promozioni di chi è già di ruolo meno della metà dei posti banditi. In pratica solo queste ultime potranno assorbire tutti i posti messi a concorso, purché il loro turn over sia abbastanza generoso, mentre nella maggioranza degli atenei per accogliere gli ordinari e associati "promessi" ci vorranno anni. A rendere il nodo ancora più intricato c'è il trucchetto del «doppio idoneo», reintrodotto l'anno scorso, che fino alla prima sessione 2008 ha permesso agli atenei di creare due ordinari o associati per ogni posto bandito: se tutti volessero applicarli, la quota di ricercatori in pratica si dimezzerebbe.

Per riaprire la strada ai giovani il Ddl Gelmini dovrebbe introdurre nuove norme "di favore", in due modi: secondo le bozze circolate in questi mesi, il reclutamento dei ricercatori dovrebbe avvenire tre volte l'anno, contro la cadenza annuale pensata per gli altri ruoli, e le università dovrebbero assicurare una «intensificazione progressiva» delle assunzioni di nuovi giovani.Se il futuro promette un occhio di riguardo, però, il presente è più avaro. Il cofinanziamento statale per i posti da ricercatore, per esempio, è in stand by, perché mentre i tempi lunghi dei concorsi mettono a rischio i fondi 2008 ancora deve arrivare al traguardo il provvedimento che sblocca gli 80 milioni di dote per il 2009. L'emendamento ministeriale è collegato al Ddl delega sui lavori usuranti, fermo in Parlamento da oltre un anno, ma per evitare che i fondi ritornino al ministero dell'Economia l'assegnazione deve avvenire entro fine 2009.


7 Ottobre, La Repubblica.it ... Solidali con Berlusconi, anche il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo ("Quella della Consulta è una sentenza politica"); il collega di governo Luca Zaia, ministro dell'Agricoltura ("Il governo si rafforzerà"); quello dell'Istruzione Mariastella Gelmini ("La Consulta non è più un organo di garanzia"), il titolare della Difesa Ignazio La Russa (quello della Corte Costituzionale è "un giudizio poco giuridico e molto politico"), il ministro della Gioventù Giorgia Meloni ("Ho il sospetto che i giudici si siano espressi secondo le indicazioni dei partiti")...


8 Ottobre, Il Corriere.it

Università Gelmini: «La classifica del Times conferma l'urgenza della riforma» Il ministro: «L'obiettivo sarà promuovere la qualità, premiare il merito e abolire gli sprechi» MILANO - La classifica del Times «conferma clamorosamente quello che abbiamo sempre sostenuto, cioè che il sistema universitario italiano va riformato con urgenza». Lo afferma il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, riferendosi alla graduatoria, riportata oggi dal Corriere della Sera, che colloca agli ultimi posti gli atenei italiani.

TRA GLI ULTIMI - «Siamo agli ultimi posti nelle classifiche mondiali. Per questo motivo - sottolinea - presenteremo a novembre la riforma dell'Università, con l'obiettivo di promuovere la qualità, premiare il merito, abolire gli sprechi e le rendite di posizione. È risibile il tentativo di qualcuno di collegare la bassa qualità dell'Università italiana alla quantità delle risorse erogate. Il problema, come ormai hanno compreso tutti, non è quanto si spende (siamo in linea con la media europea) ma - osserva il ministro - come vengono spese le risorse destinate all'università. Spesso per aprire sedi distaccate non necessarie e corsi di laurea inutili. Tutto questo deve finire. Mi auguro di non dover più vedere in futuro - conclude - la prima università italiana al 174mo posto».


8 Ottobre, affariitaliani.it Università / Ricerca internazionale boccia l'Italia. La Gelmini: 'Serve riforma'

Una vera e propria debacle per l'università italiana, superata anche da Corea e Taiwan. E' quello che emerge dalla classifica internazionale annuale sui migliori 200 atenei al mondo, messa a punto da QS Intelligence Unit e pubblicata dal Times Higher Education. Nella lista la prima università del Belpaese si trova infatti al 174mo: si tratta dell’Alma Mater di Bologna che, rispetto allo scorso anno è salita in graduatoria guadagnando otto posizioni e si piazza prima della Sapienza, la più grande università italiana ferma al 205° gradino, come nel 2008. L'Harvard university, Stati Uniti, mantiene saldamente il primo posto del ranking internazionale per il sesto anno consecutivo. Segue l’ateneo britannico di Cambridge che si piazza in seconda posizione davanti a Yale, che passa dal secondo al terzo posto. Il quarto in classifica è un altro college londinese l'Ucl (University College London), seguito da Oxford che si conferma al quinto posto, ex equo con l'Imperial College London. Seguono a ruota la University of Chicago e l'ateneo di Princeton, il Massachusetts Institute of Technology e il California Institute of Technology, in decima posizione.

L'Australia, arriva al 17° posto con l'Australian National University, seguita dal Canada in 18ma posizione. Sono invece 39 le università europee rappresentate tra le top 100 (erano 36 nel 2008) guidate dal famoso ETH di Zurigo che ottiene la 20ma posizione. La francia compare al 28° posto con l'Ecole normale Superieure di Parigi. Tra le 100 migliori università si nota che scende il numero di università nordamericane (42 nel 2008; 36 nel 2009), mentre cresce la presenza delle università europee e asiatiche, in particolare Giappone, Hong Kong, Corea del Sud e Malesia. Senza dimenticare Singapore il cui ateneo si piazza al 30esimo posto.

Il Giappone conta infatti ben 11 istituti nella top 200, tra cui due new entry: l'Università di Tsukuba, (174ma) e la Keio University che ha debuttato al 142esimo. E tra le prime 100 posizioni gli atenei del Sol Levante sono aumentati da quattro a sei, guidati dall'Università di Tokyo al 22° posto (dal 19). Meglio dell'Italia anche la Corea , che con l'Ateneo di Seul si colloca in 47esima posizione, l'University of Adelaide dell'Australia, che si colloca all'81mo posto, la Nagoya del Giappone al 92mo e Taiwan al 95mo. A sorpassarci sono anche l'India con l'Indian Institute of Technology di Bombay, 163ma in classifica, la Russia con il Saint-Petersburg State University, 168ma e la Spagna con l'Universita' di Barcellona che e' 171ma in classifica.

Dopo i primi scaglioni, al 205mo posto si trova 'La Sapienza', che, rispetto allo scorso anno rimane stazionaria. Ormai giunta alla sesta edizione la classifica è usata non solo da studenti e genitori per scegliere il percorso di studio migliore, ma anche dalle aziende per identificare le università dalle quali assumere neolaureati e dagli accademici per selezionare le istituzioni dove lavorare e quelle con cui formare collaborazioni.

IL MINISTRO GELMINI- “La classifica del Times conferma clamorosamente quello che abbiamo sempre sostenuto, cioè che il sistema universitario italiano va riformato con urgenza. Siamo agli ultimi posti nelle classifiche mondiali. Per questo motivo presenteremo a novembre la riforma dell’Università, con l’obiettivo di promuovere la qualità, premiare il merito, abolire gli sprechi e le rendite di posizione. E’ risibile il tentativo di qualcuno di collegare la bassa qualità dell’Università italiana alla quantità delle risorse erogate. Il problema, come ormai hanno compreso tutti, non è quanto si spende (siamo in linea con la media europea) ma come vengono spese le risorse destinate all’università. Spesso per aprire sedi distaccate non necessarie e corsi di laurea inutili. Tutto questo deve finire. Mi auguro di non dover più vedere in futuro la prima università italiana al 174° posto”.


9 Ottobre', AP.com Contenzioso amministrativo ha raggiunto proporzioni impensabili.

Roma, 9 ott. (Apcom) - La riforma delle modalità di selezione per l'accesso ai test di medicina è "un obiettivo che condivido pienamente e che con me condividono molti rettori", che anzi andrebbe estesa anche "all'accesso alle scuole di specializzazione, dove è forse ancora più urgente". È un percorso però in salita, perchè "incontriamo difficoltà nell'introdurre riforme di evidente buon senso e correttezza in un contesto in cui il contenzioso amministrativo in materia educativa ha raggiunto proporzioni impensabili fino a pochi anni fa". Lo dice il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini, in una lettera al Sole24Ore pubblicata oggi. Il ministro spiega che l'obiettivo di fondo della riforma "è chiaro da tempo: consentire agli studenti che conseguono i migliori risultati su base nazionale di accedere alle facoltà mediche scegliendo quella che preferiscono, senza limitare le loro possibilità a una sola sede". Ma durante lo studio per l'elaborazione dei decreti "sono emersi tre problemi di non facile soluzione": uno di natura tecnica ("somministrare i test via computer, garantendo ovviamente la segretezza e la sicurezza delle prove. Nulla di impossibile"); un altro relativo a "come esercitare le opzioni sulla sede da parte dei vincitori dei test. Quando il sistema è stato sperimentato per l'accesso a odontoiatria, per esempio, le difficoltà sono state serie"; il terzo, appunto, di natura giuridica e legato ai ricorsi al Tar. "Con una graduatoria unica su base nazionale un ricorso bloccherebbe di colpo tutti gli aspiranti medici e tutte le facoltà. Mi auguro che sia possibile trovare una soluzione giuridica adeguata per prevenire questa pericolosa eventualità. Purtroppo questo Paese anche per questi motivi - conclude Gelmini sul Sole24Ore - non riesce a modernizzarsi e a competere a livello internazionale".

9 Ottobre, da [34] Gelmini, i numeri dell’università italiana Questi sono solo alcuni dei dati raccolti dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca che spiegano i motivi della pessima performance dell’Università italiana nella classifica del Times. Si impiegano infatti le risorse per aumentare il numero dei corsi, delle materie e delle sedi distaccate senza puntare su una moderna didattica e senza tenere conto delle reali esigenze del mercato del lavoro.

§ 95 università;

§ 320 sedi distaccate;

§ 37 corsi di laurea con 1 solo studente;

§ 327 facoltà non superano i 15 iscritti;

§ Nel 2001 i corsi di laurea erano 2444, oggi 5500. In Europa sono la metà; § 170.000 materie insegnate (Media Europea: 90.000).


9 Ottobre, dal Giornale.it L’università affonda, la Gelmini accelera la riforma, di Francesca Angeli

La riforma dell’Università non può più attendere. Gli Atenei italiani precipitano sempre più a fondo in tutte le classifiche internazionali. Ultima bocciatura, soltanto in ordine di tempo perchè purtroppo ne arriveranno altre, è quella del Times Higher Education. Bisogna scavare giù fino al numero 174 per incontrare un nome italiano: l’Alma Mater di Bologna. E poi di nuovo tuffarsi in basso fino al numero 205 dove si trova la Sapienza.

Al numero uno nell’empireo degli atenei ancora Harvard, l’Università frequentata dagli ultimi due presidenti degli Usa, George W. Bush e Barack Obama. Poi l’inglese Cambridge e di nuovo gli Usa con Yale. Ma l’America, ed è questa la novità, non domina la classifica ed in qualche modo retrocede perchè mentre lo scorso anno le statunitensi erano 42 ora scendono a 36. L’Europa invece tiene anche grazie all’Inghilterra che oltre a Cambridge vanta nei posti alti della classifica pure Oxford e l’Imperial College of London. Intanto si affacciano prepotentemente nuove realtà. Tokyo al numero 22 e al 24 Hong Kong. Ma c’è pure la Francia, al numero 28 con l’Ecole normale Superieure di Parigi e Singapore al numero 30. Pure la Corea fa meglio dell’Italia con Seul nella posizione numero 47. Dall’Asia emergono nuovi centri d’eccellenza, è dunque sempre più evidente che se non si inverte la tendenza gli atenei italiani sono destinati a precipitare sempre più in basso. Come intervenire? Il ministro della Pubblica istruzione e dell’università (Miur), Mariastella Gelmini, ha le idee chiarissime su quali siano i guasti da sanare e i rimedi da prendere. «La classifica del Times conferma clamorosamente quello che abbiamo sempre sostenuto cioè che il sistema universitario va riformato con urgenza», attacca il ministro che annuncia l’arrivo di nuove regole. «Presenteremo a novembre la riforma dell’Università - prosegue la Gelmini -. Con l’obiettivo di promuovere la qualità, premiare il merito, abolire gli sprechi e le rendite di posizione». Il governo poi respinge l’equazione pochi fondi uguale poca qualità: «Il problema non è quanto si spende, siamo in linea con la media europea, ma come vengono spese le risorse destinate all’Università, spesso per aprire sedi distaccate non necessarie e corsi di laurea inutili - denuncia -. Tutto questo deve finire. Mi auguro di non dover più vedere in futuro la prima unversità italiana al 174° posto». Affermazioni che il ministro rafforza con un elenco di cifre. Gli atenei italiani sono 95 e le sedi distaccate 320. Ci sono ben 37 corsi di laurea frequentati da un solo studente e 327 facoltà che non superano i 15 iscritti. Nel 2001 i corsi di laurea erano 2.444 ed oggi sono saliti a 5.500. Le materie insegnate sono in tutto 170.000 mentre la media europea è di 90.000. Dunque, rincara il ministro, è evidente come le risorse vengano impiegate «per aumentare il numero dei corsi, delle materie e delle sedi distaccate senza puntare su una moderna didattica e senza tenere conto delle reali esigenze del mondo del lavoro».

La ricetta per curare l’Università è pronta e dovrebbe arrivare sul tavolo del Consiglio dei ministri tra poche settimane, come annunciato dalla Gelmini. Il governo intende prima di tutto dimezzare i settori disciplinari, oggi circa 370. Verrà poi imposto un tetto al mandato dei rettori che potranno restare un massimo di otto anni. L’idea più rivoluzionaria è quella di concedere aumenti di stipendio soltanto a chi se li merita. L’operato dei docenti sarà sottoposto ad una valutazione biennale anche sulla loro attività di ricerca. Niente ricerca, niente aumenti di stipendio. Ma come ha fatto l’Alma Mater a passare dal 192° posto dello scorso anno ad un dignitosissimo 174°, visto le performance degli altri atenei italiani? Il rettore, Pier Ugo Calzolari, spiega che negli ultimi anni si è puntato soprattutto su giovani e ricerca e che al balzo in alto hanno sicuramente contribuito l’incremento della quota di studenti e accademici stranieri ed il decisivo miglioramento nell’area delle scienze naturali: matematica, fisica e chimica.


10 Ottobre, Panorama [35] Stati Uniti, Gran Bretagna… Sì, certo, gli atenei di Cambridge e Harvard non possono non eccellere. Canada, Giappone, Svizzera… Continuiamo a scorrere. Hong Kong, Francia, Australia, Irlanda, Corea del Sud… Corea del Sud? Ma l’Italia nella speciale classifica delle migliori Università del mondo dove sta? Prima di imbattersi in un ateneo italiano dobbiamo arrivare al 174esimo posto dove c’è, a rappresentarci, la storica Alma Mater di Bologna. Ecco dove si ritrova la più antica università del mondo occidentale… Nella graduatoria internazionale stilata da QS Intelligence Unit e pubblicata dal Times Higher Education la più grande università italiana, La Sapienza, è solo al gradino 205, come era anche nel 2008 (qui la classifica dello socrso anno).

Siamo preceduti addirittura da Taiwan, al 95esimo posto. E anche da India con l’Indian Institute of Technology di Bombay, 163esima in classifica, Russia con il Saint-Petersburg State University, 168esima, e Spagna con l’Università di Barcellona che è 171esima. Tra le migliori cento scende il numero di università nordamericane (42 nel 2008, 36 nel 2009), ma cresce la presenza delle europee e asiatiche, in particolare di Giappone, Hong Kong, Corea del Sud e Malesia. Il podio è diviso tra l’Harvard university, Stati Uniti, prima per il sesto anno consecutivo, e l’ateneo britannico di Cambridge, che scavalca l’americana Yale, terza.

Volendo continuare nell’impietoso elenco delle nostre università ecco che il terzo polo italiano lo troviamo al 286esimo posto, il Politecnico di Milano, e i successivi al 312esimo, Padova, e al 322esimo, Pisa. Ma dov’è andato a finire il prestigio delle nostre Facoltà? Eppure con l’autonomia degli atenei ci siamo europeizzati. Con i corsi di studio 3+2 ci siamo angloamericanizzati…

Di sicuro la ministra in carica Maria Stella Gelmini le colpe sa dove stanno e tuona: “La classifica del Times conferma clamorosamente quello che abbiamo sempre sostenuto, cioè che il sistema universitario italiano va riformato con urgenza“. La responsabile dell’Istruzione, Università e Ricerca ribadisce: “Siamo agli ultimi posti nelle classifiche mondiali per questo motivo presenteremo a novembre la riforma dell’Università, con l’obiettivo di promuovere la qualità, premiare il merito, abolire gli sprechi e le rendite di posizione. È risibile il tentativo di qualcuno di collegare la bassa qualità dell’Università italiana alla quantità delle risorse erogate”.


10 ottobre, il Giornale.it - Forza con la riforma, l’università affonda. di Stefano Zecchi

Può ancora stupirsi sulla bassa qualità dell’istruzione pubblica italiana chi non ha figli, nipoti o altri consanguinei che vanno a scuola. Dunque, pochissime persone. L’Italia non si merita questa realtà: è un’emergenza per la quale sarebbe necessario un Bertolaso della situazione per salvare il salvabile e procedere alla ricostruzione. Il ministro Gelmini ci aveva fatto promesse, ma ci siamo ritrovati con i grembiulini obbligatori e i voti in condotta. Nella scuola è cambiato poco o niente, nell’università niente. Il presidente del Consiglio è comprensibilmente attento alle classifiche: dia uno sguardo alla graduatoria stilata dal Times in cui non c’è un’università italiana tra le prime 173 al mondo. Eppure, non siamo nel G8? Non siamo tra le potenze più sviluppate del pianeta? Come è possibile essere così in cima nelle classifiche degli Stati e avere un sistema universitario che neppure ci invidia l’Uganda? È chiaro che la nostra scuola è disastrata come un Paese dell’Abruzzo dal terremoto: qualche bel palazzo è ancora in piedi, per fortuna, molto è in rovina e ha bisogno di essere ricostruito. Certo, è comprensibile che il ministro Gelmini non immaginasse quello che avrebbe trovato entrando nel palazzo di viale Trastevere, sede del ministero della Pubblica istruzione, ma i molti che lavorano nella scuola, i molti che mandano i propri figli a scuola e, coscienziosamente, li seguono, sapevano quale fosse la realtà della nostra istruzione. Ci vuole coraggio riformatore per passare dalle parole ai fatti. I segnali del degrado morale e amministrativo che arrivano dal mondo accademico non sono pochi e non sono difficili da interpretare. Per incominciare, il ministro aveva stilato una graduatoria delle università, da una parte quelle virtuose, dall’altra quelle che non hanno i conti in regola. Alle prime verranno dati i quattrini, mentre le altre se ne staranno in quarantena. Principio sacrosanto, ma sbagliati i criteri con cui si è provveduto alla selezione.

Tra i mali per nulla oscuri dell’università ci sono i concorsi con cui si reclutano i docenti: sul modo indecente, nepotistico e clientelare con cui si svolgono abbiamo dato e ripresentato prove e testimonianze; abbiamo segnalato docenti che si sono rifiutati di giudicare candidati e progetti scientifici per le troppe pressioni e raccomandazioni; abbiamo spiegato perché i cervelli emigrano e perché altri cervelli purtroppo rimangono. Recentemente su queste pagine ho documentato come molti concorsi siano prestabiliti, ritagliati su candidati già individuati prima ancora che incominciasse il concorso stesso. Senza modificare praticamente nulla, il ministro ha dato il via ai concorsi che in molti casi si svolgeranno senza una reale graduatoria di merito tra i candidati, con la solita e consolidata impudenza. Sono note a tutti le componenti del mondo accademico che si oppongono a una vera riforma dell’università. Innanzitutto va cambiata la struttura di gestione: oggi a capo c’è un rettore, un docente eletto dai docenti. È ovvio che in questa autoreferenzialità, il rettore non sarà mai in grado di controllare la produttività e la qualità della sua università perché non ha la sufficiente autonomia per andare a verificare, ed eventualmente smantellare, gli interessi del suo potente collega che controlla un pacchetto di voti con cui lo ha eletto. È necessario un consiglio d’amministrazione dell’ateneo presieduto e composto in maggioranza da figure esterne all’università che possano chiedere conto ai presidi delle Facoltà quale sia il livello qualitativo della didattica e della ricerca svolte, sanzionando chi non ha raggiunto risultati scientificamente ed economicamente accettabili.

Ci sono poi da riformare le modalità di accesso alle università attraverso un diverso rapporto con gli studi affrontati nella scuola media superiore, perché i test d’ingresso sono prevalentemente delle burle. Si deve riformare lo stato giuridico dei docenti e dei ricercatori per poter finalmente verificare la loro produttività. Si devono cancellare università inutili nate dal più indecoroso clientelismo, si deve rivedere il meccanismo che regola le lauree brevi e le lauree specialistiche perché, invece di essersi abbassata (come supponeva l’ingenuo legislatore) si è alzata l’età dei laureati che, sempre stando alle statistiche, sono molto pochi. Ci sarebbe da abolire il valore legale del titolo di studio: ma questo è un tabù che forse verrà infranto nel quarto millennio e, quindi, è tempo sprecato metterci mano. Poi c’è da riformare il Cnr... Coraggio e tanti auguri.


12 Ottobre, Libero report.it ... La nuova classifica Times Higher Education pubblicata dal Times rivela lo status delle università a livello mondiale. Le più famose università statunitensi sono sotto tono, surclassate dagli atenei asiatici ed europei. L'Alma Mater di Bologna, risulta tra le prime 200 in classifica, al 174esimo posto. Al primo posto della classifica se lo aggiudica ancora una volta Harvard, seguita dall'università di Cambridge e al terzo posto l'università di Yale. Enrico Decleva, presidente della Conferenza dei rettori, commenta "Ad autunno arriva puntualmente la classifica del Times Higher Education Supplement, a ricordarci quanto il sistema universitario italiano sia indietro rispetto agli standard di eccellenza mondiali. E ogni anno è peggio.” Controbatte il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca che spiega i motivi della pessima performance dell’Università italiana nella classifica del Times, presentando alcuni dei dati raccolti

- 95 università; - 320 sedi distaccate; - 37 corsi di laurea con 1 solo studente; - 327 facoltà non superano i 15 iscritti; - Nel 2001 i corsi di laurea erano 2444, oggi 5500. In Europa sono la metà; - 170.000 materie insegnate (Media Europea: 90.000).

Si impiegano infatti le risorse per aumentare il numero dei corsi, delle materie e delle sedi distaccate senza puntare su una moderna didattica e senza tenere conto delle reali esigenze del mercato del lavoro. “Siamo agli ultimi posti nelle classifiche mondiali – afferma il Ministro Gelmini - per questo motivo presenteremo a novembre la riforma dell’Università, con l’obiettivo di promuovere la qualità, premiare il merito, abolire gli sprechi e le rendite di posizione”.


12 Ottobre, Adnkronos.com Roma, 12 ott. (Adnkronos) - Il ministro dell'Istruzione, dell'Universita' e della Ricerca, Mariastella Gelmini, in riferimento alla questione segnalata dal Corriere della Sera relativa ai crediti assegnati dall'Universita' Parthenope di Napoli agli iscritti ad una organizzazione sindacale, sottolinea che "con la circolare numero 160 del 4 settembre ho dato disposizioni affinche' il massimo dei crediti extrauniversitari riconosciuti a uno studente scendesse drasticamente da 60 a 30.


12 Ottobre, dal sito step1.it [36], riprendendo un articolo su La Stampa.it

Sul merito delle università italiane. La cosidetta classifica Gelmini delle 27 università 'virtuose' non sta né in cielo né in terra 12 ottobre 2009 12:51 | riporto lettera del prof. Mauro Degli Esposti| Sul blog "Diritto di cronaca" di FLAVIA AMABILE compare una lettera - 'World ranking delle universita' italiane: piangere o valutare bene?' - di Mauro Degli Esposti, ricercatore di Biologia all'Università di Manchester, che esprime importanti considerazioni sulla validità della classificazione dei 500 migliori atenei del mondo pubblicata dal supplemento "Higher Education" del Times. L'osservazione era già stata fatta: come fa il Ministro Gelmini ad appellarsi ai risultati della graduatoria britannica, quando la graduatoria "meritocratica" del Miur non corrisponde a nessuna delle classifiche internazionali? Riporto il testo della lettera ricordando che il prof. Mauro Degli Esposti è uno dei ricercatori italiani "in fuga" all'estero, che continuano a guardare all'Italia attraverso il VIA-Academy, un coordinamento virtuale tra gli studiosi italiani che fanno ricerca nel Regno Unito e in Europa. --

Come ogni anno di questi giorni, il supplemento Higher Education del Times pubblica la sua oramai famosa classifica delle migliori università del mondo, 'world ranking'. E a noi Italiani che ci teniamo allo stato dell'università viene quasi da piangere. Come ha dichiarato con marcato disappunto il ministro Mariastella Gelmini, nelle prime 200 università del mondo c'è solo un'italiana, quella di Bologna, che quest'anno si colloca alla 174esima posizione (e pure ex equo ad altre due, Tsukuba in Giappone e all'istituto KTH in Svezia). Le altre università italiane che rientrano nel Times World ranking allargato fino alla 400esima posizone rimangono nella stessa sequenza dell'anno scorso: Roma La Sapienza seconda, seguita dal Politecnico di Milano, Padova e Pisa.

Dobbiamo quindi rassegnarci ad un confermato declino delle nostre migliori università a livello mondiale, come rilevò con disappunto un editoriale del Times di esattamente un anno fa (9/10/2008) dal titolo: "Ma che fine ha fatto l'Università di Bologna?". Oppure non è che sia il caso di valutare bene il merito delle università italiane, il quale non è necessariamente misurato bene dal world ranking del Times?

In effetti, il prestigio relativo di una università non è misurabile in assoluto e qualsiasi classifica non può che dare una valutazione limitata del 'merito' che quell'università ha accumulato nel tempo. E Bologna del tempo ne ha avuto più di tutte le altre università del mondo occidentale - ben nove secoli! In effetti, per me che ho lavorato sia alla venusta Alma mater di Bologna che alla nuovissima Monash university di Melbourne è sconcertante vedere come la seconda si collochi così meglio di Bologna nel world ranking del Times (alla 45esima posizione!). Ciò non corrisponde certo al prestigio percepito quando uno dice a colleghi che si incontrano in giro per il mondo - sai, io lavoro alla Monash; M O N A S H what?

La differenza fra prestigio percepito e valore di ranking assegnato dal Times, la cui elaborazione è poi affidata all'agenzia Quacquarelli Symonds Ltd, deriva dall'uso dei criteri scelti da questa agenzia per quantificare il valore delle università. Questi sono 'biased' per il sistema anglosassone e comprendono la percentuale di studenti e scienziati stranieri - chiaramente altissima in università come la Monash che vivono proprio sulle rette di studenti asiatici. Le università italiane generalmente hanno pochi studenti e tantomeno scienziati stranieri, il rovescio della medaglia dell'esodo di cervelli italiani all'estero.

Però dall'analisi di questo esodo si può estrarre un ranking delle università italiane che danno la miglior preparazione, o predisposizione, per lavorare e fare carriera all'estero. Facendo un censimento fra i colleghi qua in UK connessi alla Virtual Italian Academy (VIA) si evince la seguente classifica di provenienza accademica, in ordine decrescente: Milano, Roma 1 La Sapienza, Bologna, Padova, Napoli, Pisa e Torino. Questo ranking 'di basi per di fuga', se si vogliono chiamar così le università da cui proveniamo, quasi combacia col ranking delle prime sette università italiane elaborato dalla Università di Leiden, nel suo ranking orange top-250 delle università europee. Questo orange ranking è basato solo sulla produzione scientifica delle università, calibrata in modo accurato a seconda del diverso impatto dei vari campi della conoscenza. Quindi, esiste una forte corrispondenza fra il merito delle università italiane misurato sulla base della loro produttività scientifica e la distribuzione dei loro laureati che ora lavorano in UK - dove attualmente risiedono un quarto di tutti i cervelli fuggiti dall'Italia.

Se uno va però a guardare la corrispondenza fra il ranking del Times e quello orange top-250 di Leiden si ritrova un basso valore di correlazione, mentre è molto alto con quello derivato dai colleghi della VIA e, udite udite, anche quello recentemente stilato dalla UDU rifacendo i conti con i parametri usati dal ministero. Parametri che, ricalibrati attraverso astrusi filtri amministrativi, hanno prodotto il primo ranking 'ufficiale' delle Università italiane da parte del Ministero, lo scorso luglio - la cosidetta classifica Gelmini delle 27 università virtuose. Un ranking molto importante, perche' determina la distibuzione di parte dei (sempre piu' limitati) fondi che il ministero assegna quest'anno alle singole università. Sorprendentemente, l'analisi comparativa di questo ranking ufficiale con altri rankings prodotti usando criteri internazionali, sia Times che Leiden o VIA, mostra dei valori di correlazione intorno a zero! E' come se il ministro Gelmini, o chi per lei, avesse scelto un gruppo 'random' di atenei italiani e li avesse disposti in una clasifica a casaccio, senza considerare i risultati convergenti di altri rankings.

La realtà di fondo è che mentre in UK Cambridge e Oxford saranno sempre fra le prime università (anche se talvolta Oxford scende sotto una di Londra come è successo quest'anno nel world ranking del Times), così in Italia Padova e Bologna rimarranno probabilmente sempre fra le prime 3-4 università nazionali, riflettendo la loro plurisecolare storia, nonostante che il prestigio consolidato nel tempo si stia progressivamente appannando. Ha quindi ragione il ministro Gelmini a scandalizzarsi dei bassi livelli che occupano le università italiane nei ranking internazionali. Ma dovrebbe pure assicurarsi che le classifiche di 'merito' stilate dal suo ministero siano congruenti con gli stessi ranking internazionali!

Mauro Degli Esposti - OOOPS, it's Mauro, the 'Gelminometer generator'...


13 Ottobre, Affariitaliani.it Universita'/ Gelmini, riforma a fine ottobre

Lunedi, 12 Ottobre 2009 - 21:00 - La riforma dell'universita' "abbiamo intenzione di presentarla alla fine di ottobre". Lo ha dichiarato il ministro dell'Istruzione, Maria Stella Gelmini, a margine del dibattito 'Scuola e universita', una riforma che premia l'eccellenza'. "E' importante presentare al piu' presto una riforma sia in ambito universitario che per quanto riguardala ricerca". Il ministro ha sottolineato: "Non a caso abbiamo appena approvato il regolamento dell'Agenzia di valutazione chepremiera' la qualita' della didattica delle universita' e laqualita' della ricerca". Quindi, "non piu' risorse a pioggia, ma risorse distribuite sulla base dei risultati raggiunti, dell'eccellenza, del valore della ricerca e anche delle qualita' del sistema universitario". La riforma "tocchera' il tema del reclutamento, perche' la volonta' e' quella di aprirel'universita' ad un ricambio generazionale che e'indispensabile. Vogliamo dare piu' forza alla figura del ricercatore rimodulandola". La Gelmini ha concluso: "Vogliamoanche rivedere la governance, perche' crediamo che ci siano ampissimi margini per migliorare la gestione, aprendola a soggetti esterni, facendo in modo che ci sia piu' potere decisionale in capo al rettore e al consiglio di amministrazione, ma anche maggiori responsabilita'".


15 Ottobre, il Corriere.it Nel mirino la facilità con cui vengono concessi crediti formativi per l'esperienza Atenei telematici, scatta la tolleranza zero. La Gelmini invoca il regolamento: «Serve un cambio di passo, agire prima che la situazione diventi patologica»

MILANO - Troppi atenei per un numero esiguo di studenti, che nella maggior parte dei casi si laureano in tempi più rapidi dei loro omologhi delle università tradizionali grazie alla manica larga con cui vengono concessi i crediti formativi derivanti dall'esperienza lavorativa e professionale. E un corpo docente interamente non di ruolo e che raramente vi insegna a tempo pieno. E' la fotografia impietosa degli undici atenei telematici italiani, che fa dire al ministro Maristella Gelmini che è arrivato il tempo della tolleranza zero, delle «regole certe, affidabili e improntate al rigore», regole che consentano un «deciso cambio di passo».

«SITUAZIONE CRITICA» - Il regolamento sulle università telematiche era previsto dalla Legge finanziaria del 2003, ma deve ancora essere varato. La Gelmini chiede ora ai suoi collaboratori di stringere i tempi. «A un primo esame della situazione sulla base di dati già disponibili - scrive il ministro - non posso fare a meno di rilevare alcune criticità molto rilevanti. Mi attendo spiegazioni dettagliate e proposte di soluzione, per evitare che degenerino in una vera e propria patologia generalizzata».

SCORCIATOIA PER LA LAUREA - Insomma, quella che per il ministro dovrebbe essere una «risorsa particolarmente utile per gli studenti lavoratori o fuori sede» che all'estero è comunque garanzia di «formazione di qualità», in Italia rischia di apparire più che altro come una facile scorciatoia. Sono i numeri che circolano in questi giorni al ministero a dirlo. Numeri che generano di riflesso alcuni interrogativi. Perché, ad esempio, in tre anni accademici il numero degli iscritti alle università telematiche - che garantiscono lezioni e prenotazioni di esami online e assistenza telefonica o via Internet - è aumentato del 900%? Erano 1.529 nel 2004-2005, sono quasi 14 mila oggi, e rappresentano lo 0,7% dell complesso degli iscritti totali all'università. E perché negli atenei telematici aumentano gli studenti anche se diminuiscono le matricole al primo anno? La risposta la si trova nel meccanismo dei crediti previsti dalle convenzioni tra università e ordini professionali, enti e organizzazioni sindacali che permettono agli iscritti di evitare un certo numero di esami secondo la logica di «Laureare l'esperienza», il progetto previsto nel dm 509/99 sull'autonomia didattica degli atenei che introduceva, appunto, la trasformazione in crediti formativi di «conoscenze e abilità professionali certificate». Un'opportunità che in molti hanno pensato bene di non lasciarsi sfuggire: nelle università telematiche, la percentuale di quanti se ne avvalgono è del 56,7%, praticamente sei studenti ogni dieci, a cui vengono riconosciuti, in base a valutazioni dei singoli atenei, fino a 60 crediti, «praticamente un anno di corso senza fare esami» sottolineano al ministero. Solo quattro studenti su dieci, dunque, partono realmente da zero. Secondo i funzionari del ministero, in almeno tre università telematiche italiane il numero di studenti che ha ottenuto crediti formativi per l'esperienza supera l'80%.

TROPPI ATENEI, POCHI DOCENTI - Il Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario (Cnsvu) ha poi criticato la scelta di avere in Italia tanti atenei telematici (sono undici, mentre negli altri Paesi europei sono generalmente solo uno o due) senza specializzazione. «Il bacino di studenti non è così ampio da giustificare la presenza di 11 università. Per questo c'è il rischio che il sistema vada in crisi e che si sacrifichi la qualità del servizio offerto agli allievi». Altra nota dolente: i docenti. Nessuno degli undici atenei, secondo il ministero, può vantare personale di ruolo e spesso gli insegnanti sono docenti ordinari in altre università italiane. Un quadro tutt'altro che incoraggiante, insomma, una situazione che il ministro Gelmini non è più disposta a tollerare. «Non intendo consentire - dice l'esponente del governo -, soprattutto nel permanere del valore legale del titolo di studio, che le lauree rilasciate dalle università telematiche possano discostarsi da parametri di qualità ritenuti inderogabili per tutti gli altri atenei».


16 ottobre, Panorama.it - Vespa: Il Paese delle riforme bloccate

“È l’ennesima dimostrazione che troppo spesso la magistratura si trasforma in un ostacolo al cambiamento e alle riforme che questo governo sta portando avanti“. Così Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione (Corriere della sera, 11 ottobre). Gelmini si riferiva al provvedimento del tar del Lazio che ha ordinato di provvedere entro 30 giorni all’inserimento degli insegnanti precari nelle graduatorie provinciali. Inserimento “a pettine”, cioè secondo i punteggi acquisiti.

Per il ministero, che ha garantito lo stipendio a 150 mila insegnanti che rischiavano di restare senza, se un precario vuole cambiare provincia deve finire invece in coda alle graduatorie per “rispettare le legittime aspettative di coloro che hanno da tempo scelto una provincia e non devono essere scavalcati dai nuovi inseriti o dai trasferiti dell’ultima ora”. Secondo il tar, se il ministero non provvedesse a reinserire le graduatorie a pettine, sarebbe sostituito da un commissario.

La questione sarà risolta da un emendamento legislativo, ma il problema posto da Gelmini è di respiro più ampio. Lo stesso ministro intendeva cambiare il criterio d’accesso alle facoltà a numero chiuso. Oggi ogni facoltà provvede in proprio. Sarebbe invece più corretto fare un test unico nazionale per non penalizzare chi vuole iscriversi alle facoltà più affollate. Ma c’è il rischio tar. Oggi, dice la Gelmini, può paralizzare una sola università. Se facciamo il test nazionale, si corre il rischio di paralizzare tutti gli atenei italiani.

Non credo che nella magistratura ordinaria e amministrativa ci siano “uffici complotti” che vogliano segare le gambe al governo Berlusconi, anche se qualche giudice militante combatte apertamente la sua democratica crociata. Il problema è più grave e riguarda le forti resistenze della burocrazia, intesa nel senso più vasto, a modificare le norme che da decenni paralizzano il Paese. Resistenze che si sono manifestate anche ai primi, timidi tentativi attuati dai governi di centrosinistra, ma che diventano un fiume in piena quando si tratta del governo Berlusconi. In questo caso la resistenza a un provvedimento di merito diventa un’autentica battaglia in difesa della democrazia.

La scuola e l’università sono i fronti più delicati di questa guerra. Abbiamo davanti a noi due elementi indiscutibili. Il livello medio di apprendimento nella nostra scuola è tra i più bassi del mondo sviluppato, con differenze purtroppo drammatiche tra alcune aree del Nord (del migliore livello europeo) e alcune aree del Sud (Terzo mondo pieno). I nostri ricercatori sono tra i più bravi del mondo, a patto che se ne vadano dall’Italia. Allora? La riforma della scuola incontra difficoltà fortissime perché la sinistra, abbandonata dagli operai e dai piccoli imprenditori, ha la sua ultima roccaforte nell’impiego pubblico e soprattutto fra gli insegnanti. Un partito riformista può rassegnarsi all’equazione bassi stipendi in cambio di basso rendimento? Speriamo perciò che la nuova segreteria del Pd apra un confronto serio su questo punto ineludibile del futuro italiano.

Un discorso simile va fatto per l’università e la ricerca. Abbiamo pochi soldi (pochi pubblici e pochissimi privati) e non possiamo distribuirli come coriandoli. Gelmini ha cominciato a distinguere e Silvio Berlusconi, dopo qualche indecisione, ha rimesso la riforma universitaria fra le sue priorità. In attesa di capire quanto della sua attuazione sarà oggetto di controversie giudiziarie, vorremmo vedere alla prova anche su questo punto il Partito democratico e in genere l’opposizione (perché non Udc e Italia dei valori?). Ci ripetiamo da anni fino alla noia che l’Italia ha bisogno di grandi riforme. Vedremo che cosa farà Renato Brunetta oggi che ha in mano i decreti attuativi della sua riforma della pubblica amministrazione. La scuola è a metà strada, università e giustizia sono ai nastri di partenza. C’è poi la riforma delle riforme, quella delle istituzioni. Una sola camera, il senato delle autonomie, riduzione del numero dei deputati, rapporti tra primo ministro e capo dello Stato… Qui i tar non c’entrano. L’opposizione sì. Signor presidente del Consiglio, proviamo ad abbassare i toni? Signori leader dell’opposizione, vogliamo vedere se un’intesa è possibile prima di costringere il Cavaliere ad andare avanti da solo? I margini di ragionevolezza sono ampi. Basta volerli utilizzare.


19 Ottobre, la Stampa.it, Diritto di cronaca , Atenei, l'ora dell'accorpamento FLAVIA AMABILE

Nelle prossime settimane il decreto del ministro Gelmini con il ridimensionamento delle università e a Torino migliaia di studenti in agitazione per la chiusura delle sedi del Politecnico Sono già diminuiti del 20% i corsi di laurea delle università italiane, ma ancora non basta. iIl ministro dell’Istruzione Gelmini chiederà nelle prossime settimane con un decreto agli atenei di accorparsi e di creare sinergie. Bisogna rientrare nei conti e le conseguenze saranno particolarmente evidenti a Torino dove il Politecnico intende chiudere tutte le sedi decentrate. Questa settimana ci sarà ancora un incontro in Regione e poi il Senato Accademico dovrebbe dare l’annuncio. Le sedi sono cinque, e per il Piemonte è un vero e proprio terremoto. La scorsa settimana i collettivi studenteschi hanno occupato il rettorato per diverse ore ed è difficile prevedere che cosa accadrà quando sarà chiaro che nulla si potrà fare contro la chiusura.

Perché è vero che nelle cinque sedi a rischio c’è Verres in Val d’Aosta dove c’è un corso di sette studenti, ma è anche vero che la scure del Senato Accademico si sta per abbattere sulla Facolta di Ingegneria di Vercelli dove gli studenti sono 900, suddivisi tra gli studi tradizionali di ingegneria civile o meccanica ma anche quelli di «electronic and computer engineering», un corso in inglese con centinaia di studenti provenienti da Giappone, Africa e India. «Il miglior esperimento piemontese di internazionalizzazione», lo definisce Roberto Rosso, deputato del Pdl. E poi ci sono Mondovì e Alessandria: altre centinaia di studenti decisi a non farsi cacciare dalle aule. Ci sono i percorsi interamente in inglese del Politecnico di Biella e i milioni di euro stanziati in investimenti destinati a andare in fumo, come sottolineano gli enti locali in questi giorni: un’intera palazzina di nuovi laboratori attrezzati a Vercelli, 20 milioni spesi soltanto per la sede Mondovì. Per non parlare delle aziende che intendevano investire per progetti di ricerca e che ora si indirizzeranno altrove.

La delusione è forte in Piemonte. Ma i vertici del Politecnico fanno capire che c’è poco da fare. Il prorettore Marco Gilli ha spiegato che la Finanziaria chiede di ridurre la spesa, che soltanto a Mondovì oggi il numero di ore è il doppio di quelle richieste a un’Università con quel numero di docenti. Per salvare la sede centrale di Torino la parola d’ordine è: «Da qualche parte si deve tagliare». Eppure il politecnico di Torino è al secondo posto nella discussa classifica degli atenei più meritevoli stilata a luglio dal ministro Gelmini. Ed è comunque ai primi posti nella classifica delle università italiane messa a punto dall'associazione Vision in primavera, una graduatoria che tiene conto di alcuni criteri che spesso non sono considerati: la percentuale di studenti stranieri sul totale degli iscritti e degli studenti italiani fuori sede, il numero di studenti che hanno conseguito il diploma di maturità con votazione 100/100, la stima dell'impatto dei diversi atenei in termini di produzione di ricerca.

Ma la lettera inviata un mese fa a tutte le università italiane dal ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini parla chiaro. E il decreto che il dicastero sta mettendo a punto, e che dovrebbe vedere la luce nelle prossime settimane, trasformerà in legge l’annunciata razionalizzazione degli atenei. Da un lato sono previsti tetti ben definiti al numero di ore dei corsi, dall’altro si chiederà alle università più piccole di unirsi, fondendosi oppure creando sinergie tra loro.

Quel che conta è il risparmio. Perché le cifre lo chiedono, sostiene il ministro. Sono oltre 330 le sedi distaccate, vanno sfoltite. E quindi i rettori stanno procedendo. A Siena, dove il bilancio era in una situazione davvero critica, si è passati da 118 corsi di laurea a 84, le sedi esterne da 5 sono diventate 2 e i docenti da 1060 sono diventati 800, come ha raccontato il rettore Silvano Focardi nella sua relazione alla commissione Istruzione del Senato. In totale i corsi di laurea sono diminuiti del 20%, da 5699 almeno 100 sono già stati cancellati. Ora sono circa 4600, più o meno in linea con il dato della Francia (4878) e della Gran Bretagna (5009).

Ma se c’è chi taglia c’è anche chi non lo fa. Come il Politecnico di Milano che ha una sede decentrata come Lecco dove i tagli della Gelmini e l’appello verso una razionalizzazione delle risorse hanno portato a uno stanziamento di 25 mila euro dalla Regione Lombardia e alla fine di ogni timore da parte degli studenti. «Purtroppo in questo momento si sottolineano di più i problemi di bilancio che le esigenze degli studenti e della qualità dell’insegnamento - lamenta Alberto Civica, segretario generale della Uil Università - Sedi decentrate come quelle del politecnico di Torino hanno anche venti anni di corsi alle spalle, non possono essere cancellate in modo così repentino».


22 Ottobre, dal sito ufficiale del governo italiano [37]

Il Consiglio dei Ministri è convocato venerdì 23 ottobre 2009, alle ore 12.00 a Palazzo Chigi per l’esame del seguente ordine del giorno:

- DISEGNO DI LEGGE: Riforma del sistema universitario (ISTRUZIONE) ;

- DECRETO LEGISLATIVO: Attuazione della direttiva 2008/97/CE concernente il divieto di utilizzazione di talune sostanze ad azione ormonica, tireostatica e delle sostanze beta-agoniste nelle produzioni animali (POLITICHE EUROPEE – LAVORO)...


23 Ottobre, Il Corriere.it

... IN PROGRAMMA UN INCONTRO COL PREMIER - Il Consiglio dei ministri previsto per le 12 è stato rinviato a data da destinarsi, hanno riferito fonti ministeriali. A Palazzo Chigi si attende l'arrivo di Berlusconi di rientro dalla Russia. Il premier, rimasto bloccato all'aeroporto di San Pietroburgo da una tempesta di neve, dovrebbe ancora decidere quando riconvocare la riunione dei ministri e in giornata dovrebbe anche incontrare Tremonti. Il colloquio di chiarimento tra il ministro e il premier era stato concordato giovedì sera dai due durante una telefonata, dopo le parole del presidente del Consiglio su una «graduale riduzione dell'Irap». RINVIATO IL CDM - Il Cdm dovrebbe tenersi a questo punto la prossima settimana, martedì o mercoledì. Venerdì mattina, prima di mezzogiorno, erano arrivati a Palazzo Chigi per la riunione che aveva all'ordine del giorno la riforma dell'Università, diversi ministri, tra gli altri, quella dell'Istruzione Maria Stella Gelmini e quello della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta. Era già presente, invece, il ministro degli Esteri Franco Frattini, per una conferenza stampa.

sempre dal Corriere.it

Tasse, come si può ridurle di Francesco Giavazzi Silvio Berlusconi entrò in politi­ca promettendo (febbraio 1994) più libertà per l'impresa priva­ta, uno Stato più efficiente e me­no tasse per tutti. Nel primo anno e mezzo di questa legislatura il suo go­verno ha seguito una strategia oppo­sta. Il ministro dell’Economia esclude­va che ci fosse alcuno spazio per ridur­re le tasse, il ministro del Welfare ripe­teva che il nostro modello si è dimo­strato il migliore al mondo e andrebbe esportato, altro che mi­gliorato! Quindi niente riforme. Quanto alla li­bertà d'impresa, chiede­re che vengano rimossi i vincoli che escludono i privati da ampie aree dell'attività economica ( in primis i servizi pub­blici locali) era quasi pronunciare un'eresia.

L'obiezione che tas­se elevate, un welfare che esclude molti e non protegge chi ne ha davvero bisogno, ampie riser­ve pubbliche, sono alcuni dei motivi per cui da 15 anni l'Italia cresce meno della media Europea, era respinta con disprezzo ed arroganza. Erava­mo incamminati sulla via di una ri­presa lentissima. Se altri Paesi impie­gheranno sette-otto anni per recupe­rare i livelli di occupazione preceden­ti la crisi, noi, crescendo di meno, ne avremmo impiegati quindici. Se questa era la linea prevalente nel governo, non era la sola. Alcuni ministri, in primis Mariastella Gelmi­ni e Renato Brunetta, sono apparsi perplessi, se non apertamente contra­ri, e quando le decisioni hanno riguar­dato le aree di loro competenza non hanno avuto dubbi nello scegliere le riforme. Ma era una minoranza mal sopportata, soprattutto perché (guar­da, guarda) questi mini­stri sembravano anche relativamente popolari. Altre tensioni si sono avute sulla Banca del Mezzogiorno, apparsa ad alcuni — ad esem­pio al ministro Fitto — fumo negli occhi per non affrontare i proble­mi, ad altri un ritorno a politiche che il Sud lo hanno affossato, altro che fatto crescere!

L'esempio più recen­te si è verificato due giorni fa quando Mariastella Gelmini ha chiesto che ve­nisse messo all'ordine del giorno del Consiglio dei ministri di oggi la sua ri­forma dell'università, e Giulio Tre­monti si è opposto. Se l'Italia è il nuo­vo paese di Bengodi in cui tutto fun­ziona a meraviglia, che bisogno c'è di riforme? Perché cambiare i vecchi con­corsi universitari?

Da qualche giorno l'equilibrio pare esser­si spostato. Quella riforma al Consiglio dei ministri di oggi verrà presentata e proba­bilmente approvata. Non sarà perfetta, ma è un passo avanti importante. Soprattutto dice chiaramente «no» alla richiesta dei sindacati (e del Pd) che ventimila ricercato­ri vengano promossi professori ope legis. Un buon modo per chiudere una settima­na che il ministro dell'Economia aveva aperta tessendo gli elogi della stabilizzazio­ne sul posto di lavoro. Anche sulla riduzione delle tasse è cam­biata l'aria. Ha riacquistato credito l’opinio­ne che dal debito pubblico non si esce con più tasse, ma con più crescita e che per ac­celerarla le tasse occorre ridurle. Berlusco­ni stesso, con una chiarezza che gli va rico­nosciuta, ha detto che si può cominciare riducendo l'Irap, un'imposta odiosa che colpisce indifferentemente le imprese che guadagnano e quelle che perdono. Di qui al ritorno al progetto originario di tre sole aliquote il passo potrebbe essere breve.


23 Ottobre, La Stampa.it, di Flavia Amabile Tornelli per i docenti - E nel ddl il ministro Gelmini decreta la fine dei ricercatori

Potrebbe arrivare stamattina il via libera sul disegno di legge del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini di riforma dell’università. Si è lavorato fino a tardi ieri sera nel tentativo di arrivare ad un testo concordato fra tutti i ministeri competenti, per armonizzare i rilievi che sono arrivati dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti ma anche da quello della Funzione Pubblica Renato Brunetta.

Il testo è in gestazione da almeno otto mesi. Le novità più rilevanti riguardano l’orario dei docenti e il futuro dei ricercatori. I docenti dovranno lavorare almeno 1500 ore l’anno, di cui 350 dedicate alla didattica e all’assistenza degli studenti per i docenti di ruolo e 250 nel caso di docenti a tempo definito. Sono cifre che più o meno rispecchiano già alcune norme esistenti, anche se quasi dimenticate. La vera novità è un’altra, e provocherà forti resistenze di una parte del mondo universitario. Il disegno di legge prevede «forme di verifica dell’attività didattica» e dell’«impegno per l’attività scientifica». Il disegno di legge si ferma qui ma quello che intende è un panorama fosco fatto di tornelli, cartellini o chissà quale altra forma di giustificazione delle 1500 ore, che renderà difficile la vita dei docenti. Sarà un decreto delegato che sarà emanato in seguito a entrare nei dettagli.

Il disegno di legge, poi, interrompe senza troppe cerimonie le speranze di chi un giorno vorrebbe diventare ricercatore: tra sei o sette anni la categoria non esisterà più. Nel frattempo si bandiranno ancora concorsi per esaurire i diritti acquisiti, di sicuro tutti quelli ancora in attesa da quando ministro dell’Università era ancora Fabio Mussi. Il provvedimento è snello, poco generoso in dettagli sulle novità, dalle regole sulle commissioni d’esame a tutto ciò che riguarderà la qualità e l’efficienza del sistema. Saranno i decreti delegati in seguito a occuparsene.

Si sa però che i rettori avranno un mandato di non oltre 8 anni, e forse si troverà anche il modo di evitare che la norma possa essere aggirata come finora è accaduto. E sarà adottato un codice etico per evitare incompatibilità e conflitti di interessi legati a parentele. Gli atenei avranno la possibilità di fondersi tra loro per evitare duplicazioni. L’unione potrà avvenire su base federativa, tra università vicine, o anche in relazione a singoli settori di attività, per aumentare la qualità, evitare le duplicazioni e abbattere i costi.

I bilanci dovranno rispondere a criteri di maggiore trasparenza (attualmente non calcolano, ad esempio, la base di patrimonio degli atenei). I settori scientifico-disciplinari passeranno dagli attuali 370 a circa la metà (con una consistenza minima di 50 ordinari per settore). Ci sarà una distinzione netta di funzioni tra Senato accademico e Cda: il Senato avanzerà proposte di carattere scientifico, ma sarà il Cda ad avere la responsabilità chiara delle spese, delle assunzioni e delle spese di gestione (anche delle sedi distaccate). Sarà ridotto il numero di membri sia del Senato (al massimo 35 contro gli oltre 50 di oggi) sia del Cda (11 invece di 30). Il Cda avrà il 40% di membri esterni e sarà rafforzata la rappresentanza studentesca (questo anche nel Senato). Un direttore generale prenderà il posto dell’attuale direttore amministrativo e avrà compiti di un vero e proprio manager dell’ateneo. Infine, il nucleo di valutazione d’ateneo sarà a maggioranza composto da esterni. E soltanto i docenti migliori potranno avere diritto agli scatti di stipendio.

Il cammino del disegno di legge non è stato facile finora, ma non lo sarà nemmeno in seguito. Il primo alt è arrivato proprio dall’interno della maggioranza. Maurizio Gasparri del Pdl ha chiesto una pausa «di riflessione «soprattutto con la componente studentesca, perchè bisogna evitare un processo di privatizzazione che possa danneggiare il diritto allo studio. Gli orientamenti sin qui emersi nel centrodestra sono ampiamente condivisibili e rassicuranti, ma prima che il governo si esprima è necessario un momento di riflessione».


23 Ottobre, il Giornale.it

Università, la rivoluzione Gelmini: più fondi per gli atenei "virtuosi"

Più che una riforma, una rivoluzione. Sul tavolo del consiglio dei Ministri arriva il «Piano Gelmini» per l'università. Parola d'ordine: meritocrazia. La linea di demarcazione rispetto all'attuale modello accademico è tracciata da una nuova ripartizione dei fondi ministeriali per sovvenzionare gli atenei: così il governo intende dire addio ai sovvenzionamenti «a pioggia» per fare largo all'assegnazione dei fondi solo alle università più «virtuose»; viceversa per quelle che chiuderanno i bilanci in rosso si prospetta il blocco dei finanziamenti ma anche delle assunzioni di nuovi docenti e ricercatori.Tutte le novità contenute nel nuovo regolamento «per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca», ad iniziare dai 525 milioni di euro pari al 7% del cosiddetto «Fondo ordinario», si riconducono a una parola chiave: meritocrazia. Per determinare la graduatoria delle università migliori il Miur ha già reso noti i parametri di riferimento: la qualità dell'offerta formativa e i risultati dei processi formativi; la qualità della ricerca scientifica; la qualità, l'efficacia e l'efficienza delle sedi didattiche.

Determinante sarà lo «spessore» delle pubblicazioni realizzate da docenti e ricercatori, oltre che il livello delle lezioni svolte in aula: i due terzi del fondo ordinario saranno assegnati, non a caso, in base alla qualità della ricerca e un terzo in base alla qualità della didattica. Per chi non si adeguerà, limitandosi a svolgere didattica ed esami, scatterà il dimezzamento dello scatto biennale di stipendio e l'impossibilità di accedere a livelli di docenza superiori. Per docenti e ricercatori diventerà indispensabile realizzare pubblicazioni, sotto forma di libri e articoli scientifici, il cui grado di qualità verrà comunque verificato ogni due anni da un'apposita Anagrafe nazionale (aggiornata con periodicità annuale da parte dello stesso Miur). La produttività scientifica sarà determinante: «coloro che nel precedente triennio non abbiano effettuato pubblicazioni scientifiche (...) sono esclusi - si legge nel nuovo regolamento - dalla partecipazione alle commissioni di valutazione».


25 Ottobre, Libero-news.it

Stresa (Vb), 24 ott. - (Adnkronos) - 'Il federalismo non puo' coincidere con la moltiplicazione delle sedi solo perche' i singoli presidenti di provincia e di regione si debbano fregiare della nuova sede distaccata della nuova facolta', del nuovo corso di laurea'. Lo ha detto il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini facendo riferimento alle polemiche che hanno accompagnato la decisione del Politecnico di Torino di chiudere le sedi distacate per destinarle a poli di ricerca.

'Abbiamo bisogna di calibrare l'offerta formativa sulla base delle effettive esigenze, della ricerca perche' non serve fare dell'universita' un liceo - ha aggiunto il ministro dal convegno di Iniziativa Subalpina, a Stresa - l'universita' e' un luogo dove o si fa ricerca o non esiste l'universita' e le condizioni perche' si possa fare della buona ricerca si riescono a creare, posto che questo costa, in pochi luoghi selezionati dove ovviamente serve una politica di diritto allo studio servono le residenze universitarie , servono le borse di studio ma non buttare via soldi nella moltiplicazione degli insegnamenti e dei corsi, come e' stato fato in quest'anno'.

'Stiamo combattendo una battaglia per passare dalla politica della raccomandazione o dell'appartenenza a quella del merito - ha osservato ancora il ministro Gelmini - la riforma della universita' sara' basata su questo e certamente incrocera' il tema del federalismo, dell'identita' e delle differenze'

A questo proposito il ministro sottolineando che si deve superare un centralismo burocratico ministeriale che sicuramente non produce efficienza non ottimizza l'impiego delle risorse, ha concluso non sono nemmeno per la disgregazione della scuola e dell'universita' e non penso che possano essere competenze delegate alle regioni e agli enti locali perche' la scuola e' uno degli elementi che definisce l'identita' di un paese, quindi non puo' che essere di competenza statale.


27 Ottobre, Libero-news.it

Quando arriva non lo so, ma sicuramente sarà già un po’ tardi. La riforma dell’Università è stata preparata dal ministro Gelmini, che ha ben presente il quadro disastroso dei nostri atenei. Era stata messa all’ordine del giorno anche dell’ultimo Consiglio dei ministri, quello saltato per gli impegni russi del premier. Spero che si torni presto sul punto, perché rinviare non è più possibile. Traggo qualche dato da un libro appena uscito, “L’onorata società” di Carmelo Abbate e Sandro Mangiaterra, che si occupa proprio di caste e baronie che bloccano l’Italia. Lo sa per esempio quanto lavora un docente universitario “a tempo pieno”? Tre ore e 39 minuti al giorno, per cinque giorni alla settimana e 252 giorni l’anno (oltre tre mesi di ferie…). Il 90 per cento dei soldi spesi per l’università se ne va per pagare gli stipendi al personale. In compenso abbiamo il primato di studenti per singolo professore: 20,4 contro la media Ocse del 15,3. Nostro è anche il record di abbandoni universitari: 55 per cento, oltre 20 punti in più della media Ocse, che è del 31 per cento. Siamo all’ultimo posto assoluto in Europa per numero di laureati. Ma soprattutto è impressionante la bassa percentuale di laureati fra i giovani: nella fascia d’età fra i 256 e i 34 anni solo il 18,9 per cento è dottore. In Europa fanno peggio di noi solo Repubblica Ceca, Slovacchia e Romania. “I matematici di tutto il mondo”, scrivono Abbate e Mangiaterra, “s’interrogano sul paradosso dell’università italiana”. Il paradosso è il seguente: nel 2001 i professori ordinari erano 16.667. Nei cinque anni successivi 6mila di loro sono andati in pensione. In ruolo sono entrati quasi 9mila nuovi docenti. Una bella ventata di aria fresca, no? Macché. La quota degli over 55 è passata dal 58,1 al 66,2 per cento, ed è aumentata anche la quota degli ultrasessantacinquenni.

Effetto devastante. Come effetto devastante ha avuto la proliferazione dei corsi. In Italia esistono 95 università con 320 sedi distaccate e la bellezza di 5879 corsi di laurea. Ogni piccolo borgo ha il suo ateneo, ogni quartiere il suo corso di laurea. Cassino (33mila abitanti) è sede di tre università. A Pesche (Isernia) non c’è nessuna scuola superiore, ma ci sono cinque corsi dell’Università del Molise. Sono nati corsi assurdi, come quelli di “tecniche del benessere del cane e del gatto” (a Bari), “Scienza del fiore” (a Pavia), Scienza del fitness (a Camerino). A Urbino il corso di grafologia è stato sospeso: c’erano trenta studenti e schiere di professori a contratto. Meno male che ogni tanto ci si ravvede. Ma non sarebbe ora di pensare a un ravvedimento un po’ più organico?

Fonte? Comunque sullo stesso tema: 26 Ottobre, L'Unita'.it, [38] Italia 2009, cosi' abbiamo abissato la cultura - di Giordano Montecchi


27 Ottobre La Gelmini: presto mi sposo e scrivo un libro di favole L'Unita'.it e [39]

Il matrimonio e la pubblicazione di un libro di fiabe. Sono i progetti personali per il 2010 del ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca Mariastella Gelmini, annunciati dal palco del Teatro Parioli, nel corso della registrazione della puntata del "Maurizio Costanzo Show". "Per il 2010 - ha annunciato il ministro - c'è la volontà di sposarmi". Quanto al libro di fiabe, Gelmini ha ammesso di stare lavorando a una raccolta di fiabe delle tradizioni regionali del nostro paese. Il ricavato della cui vendita andrà in beneficienza.


28 Ottobre, La Repubblica.it Via libera dal governo alla riforma dell'Università Il ricercatore diventerà a tempo determinato, cambierà la modalità di elezione dei rettori arrivano il fondo per il merito degli studenti più bravi e anche i codici etici anti-parentopoli

ROMA - Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al disegno di legge sull'università del ministro Mariastella Gelmini. La figura del ricercatore diventa a tempo determinato, cambiano le modalità di elezione dei rettori, arrivano il fondo per il merito degli studenti più bravi e anche i codici etici anti-parentopoli. Quando la riforma sarà approvata le università avranno 180 giorni per rivedere i loro statuti, snellire consigli di amministrazione e senato accademici, ridurre le facoltà, inserire personale esterno nei nuclei di valutazione.

Tremonti. I finanziamenti della riforma, ha assicurato il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, saranno disponibili con la Finanziaria, e dentro la sua meccanica sarà fondamentale la priorità nei fondi del rimpatrio dei capitali, cioè dall'utilizzio prioritario delle risorse dello scudo fiscale a favore della riforma degli atenei. Entro sei mesi dall'approvazione della legge le università dovranno approvare statuti con queste caratteristiche.

Adozione di un codice etico. Ci sarà un codice etico per evitare incompatibilità, conflitti di interessi legati a parentele. Alle università che assumeranno o gestiranno le risorse in maniera non trasparente saranno ridotti i finanziamenti del ministero. Mandato rettori. Limite massimo complessivo di 8 anni al mandato dei rettori, con valenza retroattiva.

Senato e Consiglio d'Amministrazione. Il Senato avanzerà proposte di carattere scientifico, ma sarà il cda ad avere la responsabilità chiara delle spese, delle assunzioni e delle spese di gestione anche delle sedi distaccate. Il cda non sarà elettivo, ma fortemente responsabilizzato e competente, con il 40% di membri esterni. Il presidente del cda potrà essere esterno. Il direttore generale avrà compiti di grande responsabilità e dovrà rispondere delle sue scelte, come vero e proprio manager dell'ateneo.

Nucleo di valutazione d'ateneo. Il nucleo di valutazione dovrà avere una maggiore presenza di membri esterni per garantire una valutazione oggettiva e imparziale.

Gli studenti valuteranno i professori. Questa valutazione sarà determinante per l'attribuzione dei fondi alle università da parte del ministero.

Possibilità per gli atenei di fondersi o aggregarsi. Ci sarà la possibilità di unire o federare università vicine, anche in relazione a singoli settori di attività, di norma in ambito regionale, per abbattere costi e aumentare la qualità di didattica e ricerca.

Riduzione dei settori scientifico-disciplinari. Dagli attuali 370 alla metà (consistenza minima di 50 ordinari per settore), i settori scientifico-disciplinari saranno ridotti per evitare che si formino micro-settori, che danneggiano la circolazione delle idee e danno troppo potere a cordate ristrette.

Riorganizzazione interna degli atenei. Riduzione molto forte delle facoltà che potranno essere al massimo 12 per ateneo.

Abilitazione nazionale. Il ddl introduce l'abilitazione nazionale come condizione per l'accesso all'associazione e all'ordinariato. L'abilitazione è attribuita da una commissione nazionale sulla base di specifici parametri di qualità. I posti saranno poi attribuiti a seguito di procedure pubbliche di selezione bandite dalle singole università, cui potranno accedere solo gli abilitati.

Questi i punti salienti: commissioni di abilitazione nazionale autorevoli con membri italiani e, per la prima volta, anche stranieri; cadenza regolare annuale dell'abilitazione a professore al fine di evitare lunghe attese e incertezze; attribuzione dell'abilitazione, a numero aperto, sulla base di rigorosi criteri di qualità stabiliti con decreto ministeriale, sulla base di pareri dell'Anvur e del Cun; distinzione tra reclutamento e progressione di carriera.

Entro una quota prefissata (1/3), i migliori docenti interni all'ateneo che conseguono la necessaria abilitazione nazionale al ruolo superiore potranno essere promossi alla luce del sole con meccanismi chiari e meritocratici; messa a bando pubblico per la selezione esterna di una quota importante (2/3) delle posizioni di ordinario e associato per ricreare una vera mobilità tra sedi, oggi quasi azzerata; procedure semplificate per i docenti di università straniere che vogliono partecipare alle selezioni per posti in Italia.

Accesso di giovani studiosi. Il ddl introduce interventi volti a favorire la formazione e l'accesso dei giovani studiosi alla carriera accademica.

Questi i punti salienti: revisione e semplificazione della struttura stipendiale del personale accademico per eliminare le penalizzazioni a danno dei docenti più giovani; revisione degli assegni di ricerca per introdurre maggiori tutele con aumento degli importi; abolizione delle borse post-dottorali; nuova normativa sulla docenza a contratto, con abolizione della possibilità di docenza gratuita se non per figure professionali di alto livello; riforma del reclutamento con l'introduzione di un sistema di tenure-track: contratti a tempo determinato di 6 anni (3+3).

Al termine dei sei anni se il ricercatore sarà ritenuto valido dall'ateneo sarà confermato a tempo indeterminato come associato. In caso contrario terminerà il rapporto con l'università maturando però dei titoli utili per i concorsi pubblici. Questo provvedimento si rende indispensabile per evitare il fenomeno dei ricercatori a vita e determina situazioni di chiarezza fondate sul merito.

Inoltre il provvedimento abbassa l'età in cui si entra di ruolo in università da 36 a 30 anni con uno stipendi che passa da 1300 euro a 2100; chiarificazione delle norme sul collocamento a riposo dei docenti; valutazione complessiva delle politiche di reclutamento degli atenei ai fini della distribuzione del Fondo di finanziamento ordinario.

Gestione finanziaria. I bilanci dovranno rispondere a criteri di maggiore trasparenza. Debiti e crediti saranno resi più chiari nel bilancio. Commissariamento e tolleranza zero per gli atenei in dissesto finanziario

Valutazione degli atenei. Le risorse saranno trasferite dal ministero in base alla qualità della ricerca e della didattica. Fine della distribuzione dei fondi a pioggia. Obbligo di accreditamento, quindi di verifica da parte del ministero, di tutti i corsi di laurea e di tutte le sedi distaccate per evitare che si creino insegnamenti e strutture non necessarie. Valutazione dell'efficienza dei risultati conseguiti da parte dell'Anvur.

I docenti avranno l'obbligo di certificare la loro presenza a lezione. Viene per la prima volta stabilito un riferimento uniforme per l'impegno dei professori a tempo pieno per il complesso delle attività didattiche, di ricerca e di gestione, fissato in 1500 ore annue di cui almeno 350 destinate ad attività di docenza e servizio per gli studenti.

Scatti di stipendio solo ai professori migliori. In caso di valutazione negativa si perde lo scatto di stipendio e non si può partecipare come commissari ai concorsi.

Diritto alla studio e aiuti agli studenti meritevoli. Delega al governo per riformare organicamente la legge 390/1991, in accordo con le Regioni. Obiettivo: spostare il sostegno direttamente agli studenti per favorire accesso agli studi universitari e mobilità. Inoltre sarà costituito un fondo nazionale per il merito al fine di erogare borse di merito e di gestire su base uniforme, con tassi bassissimi, i prestiti d'onore.

Mobilità personale. Sarà favorita la mobilità all'interno degli atenei. Possibilità per chi lavora in università di prendere 5 anni di aspettativa per andare nel privato senza perdere il posto.


28 Ottobre, APCom.it Roma, 27 ott. (Apcom) - "Le 350 ore all'anno che i professori devono dedicare alla didattica vanno verificate e certificate". Interpellata sull'ipotesi apparsa su alcuni giornali di mettere i tornelli all'università per i professori, il ministro dell'Istruzione, Maria Stella Gelmini, non conferma né smentisce. "Accanto al tempo che i professori dedicano alla ricerca - rileva - deve essere chiaro l'impegno per la didattica, ad esempio le ore di ricevimento degli studenti che devono essere garantite. C'è un impegno che gli insegnanti assumono e che non sempre viene rispettato".


Siamo a fine Ottobre e dopo 4 mesi il Gelminometer ha raggiunto oltre 300kbytes per una settantina di pagine scelte di articoli ed informazioni raccolte sul ministro Gelmini riguardo all'universita' e la sua riforma. Ora il DDL di riforma e' stato ufficialmente presentato al consiglio dei ministri e partira' il suo iter legislativo. Siamo finalmente passati dalle chiacchere al sodo, dagli annunci alle norme scritte nero su bianco. Si conclude quindi il Gelminometer, quello del detto, mentre parte il Gelminometer2, quello del fatto: conterra' il dibattito sulla riforma scritta del sistema universitario italiano! Mauro

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