Come vi avevo preannunciato nel post precedente, ho chiesto al caro amico Giordano Montecchi, critico musicale e giornalista, di farci un articolo sull'attuale situazione politica italiana, in forte transizione (verso la fase liquida, of course). Ricevo oggi un ampio editoriale che riflette tutta l'amarezza degli intellettuali che fino a poco tempo fa si consideravano "di sinistra" - oramai una definizione priva di senso in Italia, come Giordano ci spiega in modo spietato. Chiaramente, la Via-academy raccoglie persone di tutte le opinioni politiche; le opinioni di Giordano vengono postate qui per eventualmente stimolare una discussione fra noi.
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Gli italiani che inveiscono contro la casta
fanno il paio con i parlamentari che applaudono Napolitano II quando inveisce
contro i loro stessi partiti.
La politica che, come sempre, è una nostra
secrezione, in Italia riesce a farsi odiare ogni giorno di più, ma in realtà,
mai come in questa fase educa il “popolo” col suo esempio, inculcando quotidianamente
ai cittadini alcuni inossidabili principi: a) non ti fidare di nessuno; b) stai
attento a non farti fregare; c) pensa al
tuo interesse e fottitene del resto; d) afferra l’uovo oggi, domani
chissenefrega. Gli italiani detestano una politica che li ritrae in modo così impietoso
e iperrealistico.
Però c’è una fetta consistente (nessuno sa
dire quanto consistente, anche se verosimilmente minoritaria) che non accetta
più questa deriva devastante. Dell’80% degli italiani che inveiscono contro la
casta (il 20% residuo forse non sa neppure di cosa stiamo parlando), una parte,
che definirei “nobile”, inveisce in nome della questione morale, rivendicando
il ripristino di principi e diritti sanciti da una Costituzione repubblicana e
antifascista quotidianamente stuprata. In questa parte c’è l’espressione
migliore della “sinistra”, categoria che, a causa del patologico deficit di
rappresentanza dei partiti, è oggi politicamente trasversale (davvero un bel
paradosso)..
Un’altra parte, forse la maggioranza, educata e
indurita alla scuola gladiatoria della politica televisiva, vuole semplicemente
fare giustizia sommaria, vendicarsi di una classe politica colpevole ai suoi
occhi di ruberie che, in una visuale altrettanto sommaria, sarebbero la vera e
unica causa dell’insopportabile impoverimento e peggioramento delle condizioni
di vita della “gente”.
Beppe Grillo e il movimento Cinque stelle, il
più rilevante fenomeno politico emerso nell’Europa degli ultimi anni, hanno interpretato
efficacemente questo malcontento,
attingendo consensi in entrambe le specie di malcontento.
L’esito recentissimo, per molti versi
emozionante o addirittura esaltante, considerata la contingenza attuale del
nostro paese, è stata la candidatura di Stefano Rodotà al Quirinale che
evidentemente ha dato voce alla corrente “nobile” del malcontento, e che
prospettava la concreta possibilità di coalizzare in una figura altamente emblematica
rappresentanze parlamentari eterogenee ma accomunate dalla loro dichiarata
opposizione a Berlusconi e al berlusconismo, cioè al corruttore (come lo definì
vent’anni fa Vittorio Foa) della politica italiana, al fattore principale della
strisciante delegittimazione della Carta costituzionale e dell’accelerato
imbarbarimento giuridico ed etico della vita politica degli ultimi decenni.
Per la prima volta da vent’anni a questa parte
era a portata di mano la possibilità di sottrarsi all’illegalità e al malcostume
endemici del berlusconismo, e al loro potere ricattatorio, verosimilmente tanto
enorme quanto sfuggente.
Il rifiuto di questa opportunità da parte del
maggior partito, che agli occhi del suo elettorato dovrebbe incarnare l’opposizione
di massa al berlusconismo (rifiuto sconcertante, torbido, non motivato,
offensivo del buon senso e della ragionevolezza), è forse la ferita più
profonda che mai un partito abbia inferto ai propri elettori. La conferma
dolorosa e clamorosa di quanto siano fondate le critiche alla degenerazione di
un sistema partitico ormai ringhiosamente sordo alle istanze della base. Una
conclusione che non solo sembra giustificare l’epiteto considerato offensivo di
“Pd-meno elle”, indirizzato a questo partito, ma che autorizza tutte le
peggiori illazioni in merito a patti inconfessabili intercorsi e operanti fra
schieramenti politici che dovrebbero invece essere avversari.
Non regge la pur meschina giustificazione che
il Pd non avrebbe votato Rodotà per ripicca contro un movimento che fino ad
allora era stato solo capace di insultatare, e che si era poi appropriato di un
suo ex leader. Molto più realistico è che la schiena dritta e inflessibile di
Rodotà rappresentasse un elemento di
disturbo, anzi una minaccia troppo grave per un sistema fondato sulla
spartizione del potere fra parti politiche avversarie sulla carta, ma nei fatti
in società fra loro.
Ma il punto più sostanziale non è questo. Esso
sta piuttosto nell’evidente, pressoché generalizzata
rimozione da parte dei partiti della questione morale, liquidata come argomento
politicamente non pertinente; nell’esibito, supponente atteggiamento di
fastidio bi-partisan o tri-partisan nei confronti di un vasto settore
dell’elettorato che alla politica chiede trasparenza, integrità, disinteresse,
spirito di servizio ed esige inflessibilità su questi principi.
A destra come a “sinistra”, queste istanze vengono
delegittimate bollandole come istanze populiste e demagogiche: il valore
dell’onestà viene azzerato facendone un sinonimo di populismo. Ed è proprio
questo l’insulto più inaccettabile (e deleterio) che la politica scaglia a sua
volta contro la coscienza civile che l’accusa di essere disonesta.
È più che comprensibile e persino “naturale”
che certi argomenti vengano sbandierati fino alla nausea da uno schieramento
aggregatosi attorno a un leader entrato in politica vent’anni fa col dichiarato
proposito di fare dell’immunità parlamentare lo scudo contro le inchieste
giudiziarie a suo carico. Un leader che ha saputo farsi alfiere di tutti gli
italiani aventi pendenze con la giustizia, politici, imprenditori, cittadini,
dipingendo il sistema giudiziario come un potere dispotico che attenta alla
libertà e alla “democrazia”.
Grazie a una smisurata macchina mediatica,
questi argomenti si sono trasformati in veicolo di corruzione dell’opinione
pubblica e della coscienza civile, nonché in ideologia revisionista, negatrice
del valore storico e politico di “Mani pulite”, del processo di edificazione
della Repubblica, della validità stessa della Costituzione e dei principi su
cui essa si fonda, dall’antifascismo, alla separazione dei poteri legislativo
esecutivo e giudiziario.
Stefano Rodotà per un attimo ha rappresentato
l’alternativa possibile, l’arma forse vincente contro questa angosciante marea
eversiva e corruttrice.
Il naufragio di questa opportunità è invece la
riprova non dell’inettitudine, della miopia o dell’ottusità come le critiche e
le autocritiche tendono a enfatizzare, bensì della sostanziale, inconfessabile contiguità
o addirittura complicità (poco importa che essa sia frutto o meno di ricatto) di
larghissima parte del sistema politico con la centrale di potere berlusconiana,
il cui primo nemico non sono i comunisti, ma è la legalità stessa.
“Traditori” non sono quelli che hanno
affossato la candidatura Prodi, ma tutti coloro – un intero partito con
pochissime eccezioni – che hanno tramato per impedire il realizzarsi di un’opportunità
che per l’Italia avrebbe potuto essere di portata storica.
Resta una sensazione atroce di disillusione,
di tradimento delle aspettative; il
dover ammettere la fondatezza delle peggiori accuse, che esiste una connivenza nei
fatti, nascosta dietro un paravento di menzogna sistematica.
Indipendentemente dal giudizio nei confronti
suoi e del suo movimento, tantissimi italiani, credo, si sono trovati a mormorare
a denti stretti e con la morte nel cuore: “Allora Grillo ha ragione!”.
Ma non aspettiamoci che questi eventi
influiscano più di tanto su futuri orientamenti di voto. Il potere manipolatorio
dei media è immenso. E intanto in rete e nei telefonini circola una caustica e
maledettamente attuale battuta attribuita a Mark Twain: «Se votare servisse a
qualcosa, non ce lo lascerebbero fare». In effetti, il recentissimo ballon d’essai friulano sembra piuttosto
eloquente in materia di ulteriori crolli di fiducia negli istituti della
democrazia.
Giordano Montecchi